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Al Sharaa dice no a Trump: una guerra con Hezbollah è infattibile
In attesa di capire se sbarcherà al G7 da invitato, il presidente siriano manda un messaggio agli americani: la Siria è ancora troppo fragile per entrare in un nuovo conflitto
16 GIU 26

Invitato a Washington da Donald Trump, invitato a Évian-les-Bains come ospite del G7, invitato ad Ankara il 6 e 7 luglio per il vertice della Nato. Tutti vogliono Ahmed al Sharaa, che però prende tempo. La sua agenda è ancora in via di definizione ma se davvero accettasse l’invito di Emmanuel Macron e volare a Évian diventerebbe il primo presidente siriano a partecipare alla riunione dei sette grandi della Terra. E chissà se sedere allo stesso tavolo dei principali leader mondiali gli farà dimenticare il trambusto che invece si respira in Siria, in luoghi certamente non altrettanto ameni.
A Idlib, come a Jableh e Latakia, a Deir Ezzour come a Tal Rifaat e in altre zone periferiche è ricominciata la caccia all’assadista. Sul banco degli imputati non ci sono solamente i lealisti, ma anche il governo di al Sharaa, reo di averli lasciati liberi. Molti erano personaggi ben noti alle autorità, che però hanno preferito chiudere un occhio in nome del quieto vivere. La giustizia in questa lunga e sofferta fase di transizione resta la ferita più scoperta per al Sharaa. Come è possibile, si chiedono a est, a Deir Ezzour, che Nawaf al Basheer, leader della tribù al Baqqarah, sostenitore del regime di Assad e dell’Iran suo alleato, sia riuscito a tornare sano e salvo a casa, con tanto di foto scattata sorridente sul divano della sua abitazione con affianco moglie e figlia? Come mai un ex comandante delle truppe di Assad come Turki al Bohamad, di Raqqa, arrestato appena un mese fa, è stato liberato?
La risposta per i siriani è la caccia all’uomo. Sulla costa, un tempo regno incontrastato del regime alauita, si distribuiscono biglietti con una scritta che dice “ultimo avvertimento. Andatevene o rinchiudetevi in casa. La resa dei conti da parte dei rivoluzionari del 2011 sta arrivando”. Affianco c’è il disegno di un casco di banane, il richiamo alle “brigate delle banane” formate da volontari che si fanno giustizia da soli contro i lealisti. “Molti shabiha sono già scivolati sulle bucce di banana”, si scherza con fare macabro sui social per dire che molti assadisti sono già stati uccisi. “Se avete sospetti su qualcuno denunciatelo attraverso i mezzi opportuni”, è l’appello rivolto ieri dal governo per tentare di placare gli animi. Una presa in giro, secondo i rivoluzionari della prima ora e i parenti delle vittime del regime che cercano vendetta, prima ancora della giustizia.
Il dilemma di che fare con gli ex assadisti si intreccia agli equilibri internazionali e soprattutto alle relazioni con il Libano, con Hezbollah in particolare. Da tempo, Trump fa pressioni affinché al Sharaa apra un secondo fronte contro i terroristi del Libano. Il leader siriano, che pure così tanto deve agli americani, si è sempre opposto. Le ragioni sono evidenti. La prima è che imbarcarsi in una guerra contro Hezbollah, per un esercito appena nato, è un azzardo in termini di rapporto di forze. La seconda, più grave della prima, è che quella rabbia che cova in Siria contro i lealisti del regime sfocerebbe in una nuova guerra civile se davvero al Sharaa attaccasse Hezbollah, già sponsor e alleato di Assad.
Così l’invito di Trump è stato rispedito al mittente, così come quello di recarsi in visita a Washington. La settimana scorsa la stampa israeliana aveva diffuso la notizia di un viaggio che al Sharaa avrebbe dovuto compiere domenica alla Casa Bianca – sarebbe stato il secondo dal 2024 a oggi – e l’informazione era stata confermata dall’entourage del presidente siriano basato a Washington. Non si sa come siano andate le cose, ma alla fine al Sharaa non è partito per gli Stati Uniti. Nel caso decidesse di disertare anche il G7 di Évian, l’incontro tra il presidente siriano e Trump si terrebbe all’inizio di luglio, quando è in programma il vertice della Nato ad Ankara – altro invito storico per al Sharaa, sponsorizzato dall’alleato turco Recep Tayyip Erdogan. Lo stesso che, secondo i rumors, avrebbe tentato di spiegare a Trump che la Siria ha ancora un equilibrio troppo precario per chiederle di entrare in guerra contro Hezbollah.
Per al Sharaa “novello moderato”, la guerra non è una via percorribile nemmeno contro i suoi più acerrimi nemici. Ieri, in un discorso a Damasco, ha citato il caso delle fattorie di Sheb’a, un pezzo di terra di poche decine di chilometri quadrati incuneato tra Israele, Libano e Siria. Dal 1967 gli israeliani hanno occupato questo territorio, che è sempre stato rivendicato da Hezbollah, con il placet di Assad. Ora per la prima volta al Sharaa ha detto che la Sheb’a è siriana. “Ma se entriamo in discussione ora sui confini emergerebbero altre dispute, aprendo la porta ad altri conflitti. Serve un contesto politico più calmo. Ci sono persone che spargono la voce di un intervento siriano in Libano. Queste voci sono inaccurate”. Un messaggio all’amico Donald.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
