Gli iraniani parlano molto, lasciano che i dettagli del memorandum trapelino su varie testate di regime. In modo insolito, gli americani commentano meno del solito. Il vicepresidente americano J. D. Vance è andato in televisione a fornire spiegazioni sull’accordo con la Repubblica islamica, insistendo sul fatto che ci sono ancora alcuni dettagli da stabilire e molti verranno chiariti durante i colloqui tecnici previsti per i prossimi sessanta giorni dalla firma del memorandum, ma gli americani “hanno molte carte in tavola”. La parola “carte” in bocca a questa Amministrazione riporta la memoria indietro di oltre un anno, quando nel febbraio del 2025 Donald Trump, istigato proprio da Vance, disse al presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “Non hai le carte”. Le “carte” tornano come un’ossessione e in questi giorni l’Amministrazione Trump dovrà dimostrare che l’accordo – che non è un accordo di pace – non è come lo raccontano gli iraniani, ma è buono per tutti: americani, paesi del Golfo e Israele. Il problema è che tutto quello che Washington promette di positivo sembra rimandato alla fase dei negoziati tecnici, quando si dovranno discutere le ragioni per cui tutto è iniziato, come il programma nucleare dell’Iran. Intanto però Trump e Vance hanno firmato l’accordo virtuale assieme al presidente del Parlamento dell’Iran, Mohammad Ghalibaf. Oggi il presidente americano è arrivato in Francia per partecipare al G7, ha schivato le domande sull’accordo rispondendo con una vaghezza tale da far pensare che non sapesse su quale documento avesse apposto la sua firma.
Teheran ha accettato di firmare confidando che i negoziati seri potrebbero durare ben oltre i sessanta giorni, il periodo di cessate il fuoco stabilito nel memorandum per dare spazio alla diplomazia, e sa bene che l’arte della dilazione, del trascinare i suoi avversari nel purgatorio negoziale, può essere semplice quando davanti c’è qualcuno che ha dimostrato di avere molta pazienza pur di concludere una guerra. La Repubblica islamica dell’Iran finora ha avuto molto e dato poco, facendo leva sull’apertura dello Stretto di Hormuz, il vero fallimento strategico della guerra di Stati Uniti e Israele contro Teheran. In cambio dell’apertura, che di fatto era stata in parte forzata dal blocco americano delle ultime settimane, gli iraniani possono vantare un sollievo economico significativo, la restituzione di parte degli asset congelati e un controllo su Hormuz i cui dettagli potrebbero essere discussi in un secondo momento: “La nostra aspettativa è che lo Stretto venga aperto senza pedaggio a lungo termine. E questo è il tipo di cosa che definiremo in questi negoziati tecnici”, ha detto Vance. Anche la parte su Hormuz quindi è vaga e non è compresa del tutto nell’accordo virtuale. Gli iraniani dicono che avranno accesso a un fondo di ricostruzione di trecento miliardi di dollari – l’equivalente del pil iraniano di un anno – e Vance non ha smentito neppure questo punto, per quanto la cifra sia inverosimile, limitandosi a dire: “E’ il tipo di cose a cui potrebbero avere accesso se rispetteranno i loro obblighi”.
Il nucleare è stato rimandato, per l’Iran non è una priorità in questo momento, i danni ai siti di arricchimento dell’uranio non rendono immediata la possibilità di dotarsi di armi nucleari. Ora la sopravvivenza del regime è più una questione economica e Trump senza chiedere molte rassicurazioni ha già fatto diverse concessioni. Per Teheran la questione nucleare può attendere anche di fronte al fatto che dal memorandum sono scomparsi gli altri due dei tre pilastri per i quali era iniziata la guerra, oltre all’uranio: l’eliminazione del programma missilistico e lo smantellamento della rete di alleanze costruita finanziando gruppi armati in medio oriente per destabilizzare la regione e minacciare la sopravvivenza di Israele. Teheran ha già ricominciato a ricostruire il suo arsenale, grazie anche all’aiuto della Cina, e sugli alleati ha ricevuto più rassicurazioni che restrizioni. Hezbollah, il Partito di Dio in Libano, è sempre stato la creatura più armata e nutrita da Teheran. “A Trump il dossier libanese non è mai interessato”, dice Sima Shine, ex capo della Divisione di ricerca e analisi del Mossad, oggi analista dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv (Inss). “Voleva solo chiudere la questione iraniana e ha commesso un grande errore”. L’Iran ha preteso che il memorandum comprendesse il cessate il fuoco in Libano, Israele ha lottato per mantenere i due fronti separati. “Ora la firma di Trump dà il riconoscimento della protezione dell’Iran su Hezbollah. In Libano ci sono centinaia di pasdaran che addestrano combattenti del gruppo e prendono decisioni che interferiscono con la politica libanese e minacciano Israele”, dice Shine. Ora è il Libano più che il nucleare a preoccupare Gerusalemme e con il memorandum Trump è anche venuto meno agli sforzi negoziali che il governo libanese e Israele stavano compiendo mediati da Washington per liberare il paese dalla morsa iraniana e dalla capacità di Hezbollah di trascinare il paese in guerra.
Israele pensava di avere in Trump il suo miglior alleato, si è trovato escluso dal processo decisionale, costretto a rivedere le sue politiche di difesa se – e questo “se” viene ripetuto fra la speranza e l’incredulità in Israele – questo memorandum porterà a qualcosa di più concreto di un accordo virtuale.