Recensione controvoglia dell’ultima fatica di Arlacchi sulla magnifica Cina di Xi Jinping

La guida definitiva dell'ex consulente di Maduro per l’occidente smarrito davanti a Pechino: ignorare tutto della Cina, tranne la sua supposta efficienza 

12 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 06:03
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Avremmo evitato volentieri la recensione di un saggio spericolato – l’ennesimo – sulla Repubblica popolare cinese, ma il momento è propizio (e la casa editrice, Fazi, ha insistito tanto). Quindi eccoci qui a misurarci con la titanica impresa di Pino Arlacchi, che a quanto pare ci tiene molto a spiegare la Cina mica solo a noi, ma “all’occidente” tutto, forse per via del suo slancio internazionalista, visto che si autodefinisce “tra le massime autorità mondiali in tema di sicurezza umana” (così nella quarta di copertina). All’inizio del non agilissimo volume di 528 pagine, l’autore fa sapere che lui la Cina la conosce davvero, perché la studia dagli anni Sessanta, e poi nel 2008 il governo di Pechino l’ha fatto addirittura consulente per la strategia di sicurezza delle Olimpiadi. Ohibò. Nel frattempo è rimasto abbagliato dalle auto senza conducente, dalle smart city governate dall’Ai e dalla scoperta che la Cina ha “azzerato la povertà nel 2021”. E rassicura il lettore su un punto: non parla cinese e non ha mogli né fidanzate cinesi. Quindi deve essere proprio pura passione.
Poi il libro entra nel vivo, con una lunga celebrazione del Partito comunista cinese, del suo modello di meritocrazia che è meglio della democrazia, e del fatto che la burocrazia è ridotta all’osso perché “non esistono né divisione dei poteri né Stato di diritto” e tutto coincide con il Partito. Ma attenzione, perché “alla base il sistema è aperto a tutti” (certo). Arlacchi dedica poi un intero capitolo intitolato “Come si inventa un genocidio” a smontare ogni critica alla presenza cinese in Tibet. Gli 87 mila tibetani massacrati nel 1959? Non sono mai esistiti. Il Dalai Lama? Uno strumento della Cia. E lo Xinjiang? La regione simbolo della repressione Arlacchi la menziona appena, perché dice che quando prova a parlarne, i cinesi si irrigidiscono. E insomma sembra di intuire perché lo studioso, frequentatore della tv della cospirazione made in Italy, Ottolina tv, che ha fatto il consulente di Maduro (2019), una settimana prima del blitz di Trump a Caracas abbia scritto sul Fatto quotidiano che gli Stati Uniti non avevano alcuna speranza di rovesciare il regime.