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La nuova dottrina iraniana: meydan, piazza e diplomazia
Il regime prova a tenere insieme forza militare, mobilitazione popolare e negoziato internazionale. Ma dietro la narrazione della resilienza restano aperte le due grandi fragilità della Repubblica islamica: la crisi di legittimità dopo la repressione e un’economia sempre più vicina al collasso
12 GIU 26

Associated Press/LaPresse
Il 7 giugno 2026, dopo il lancio di decine di missili balistici contro Israele, il generale Majid Mousavi, comandante della Forza aerospaziale dei Guardiani della rivoluzione islamica, ha diffuso un discorso in cui ringrazia il popolo rivoluzionario e torna sulle manifestazioni filo-regime che si svolgono in Iran da oltre tre mesi. A suo avviso, il sostegno popolare spiega la portata degli effetti del “meydan”.
Il meydan e i suoi limiti
Nella dottrina dei Guardiani della rivoluzione, questo concetto rappresenta il pilastro centrale della potenza iraniana. Designa l’insieme delle azioni condotte sul terreno: operazioni militari, lanci di missili o droni, sostegno diretto ai gruppi alleati dell’Asse della resistenza (Hezbollah, Houthi, milizie irachene, ecc.) e presenza militare duratura in Siria, Iraq o Yemen.
Il concetto era già stato impiegato dal generale Mousavi l’8 aprile 2026: “Ci attendono due settimane di vigilanza per il meydan, la diplomazia e la piazza. Gli occhi vigili del meydan, l’unità nella piazza: questi saranno i risultati consolidati”. E’ in questo contesto che la formula è diventata una dottrina a sé stante, che i media ufficiali non hanno tardato a definire “chiave del successo” o “sinergia della potenza nazionale”⁴. Secondo la propaganda ufficiale, questo slogan definisce una strategia compiuta: il meydan crea vantaggi, la piazza li consolida e la diplomazia li traduce in risultati politici. Il regime iraniano cerca di trasformare le adunate coatte in un’esperienza sociale viva e gioiosa, allo scopo di inondare i media nazionali e internazionali di immagini idealizzate. La dottrina “meydan, piazza, diplomazia” sorvola sulla questione della successione. Nel lessico ufficiale del regime, il termine rimanda alla presenza operativa dei Guardiani. Non si tratta della capacità militare come potenziale astratto, bensì della volontà di metterla in atto e di accettarne le conseguenze, ovvero le perdite umane. Così, nel quadro della guerra della primavera 2026, il meydan designa le operazioni di lancio di missili e droni, supervisionate dalla Forza aerospaziale, di portata senza precedenti. Ne derivano un capitale diplomatico e una determinazione politica rafforzata, due elementi che fanno parte integrante del meydan e ne costituiscono il logico sviluppo.
Questo capitale ha però i suoi rovesci, che la comunicazione di stato passa sotto silenzio. Le operazioni militari hanno un costo per l’Iran e la popolazione è la prima vittima dell’instabilità economica, della pressione securitaria quotidiana. E’ essa a subire le infrastrutture danneggiate, per non parlare del costo umano di un regime e di una guerra che i media ufficiali non smettono di presentare come giusti sacrifici, ma che la società percepisce sempre più come danni inflitti direttamente a sé stessa.
L’arsenale della piazza
Il secondo concetto della dottrina, “la piazza”, costituisce per il regime un modo di rispondere in parte a questa contraddizione. Le manifestazioni notturne cominciate nel marzo 2026 si sono gradualmente trasformate in cortei degni di un periodo di carnevale: concerti musicali, spettacoli di strada, distribuzione di cibo su larga scala, persino celebrazioni di matrimoni con spose in abito bianco, il tutto accanto a recitatori religiosi, oratori e responsabili ufficiali, tra cui lo stesso presidente Pezeshkian, presente alla trentesima notte. Questo relativo allentamento delle misure di sicurezza si inscrive in una strategia politica deliberata: si tratta di fare di queste adunate coatte un’esperienza sociale viva e gioiosa, allo scopo di inondare i media nazionali e internazionali di immagini idealizzate, facendo al tempo stesso dimenticare che, solo pochi mesi prima, quelle stesse piazze erano teatro di scontri sanguinosi tra la popolazione iraniana e i Guardiani. Certo, queste manifestazioni raccolgono i sostenitori più fedeli del regime, e non la totalità degli iraniani, ma al governo basta poter contare su una base solida per promuovere l’idea di “unità nazionale”. Nell’ambito di queste manifestazioni, vengono messi in risalto diversi elementi: la presenza deliberata di donne senza velo; l’organizzazione di un concerto da parte di un cantante censurato, Gheysar, che l’anno precedente si era esibito a Tel Aviv; la possibile imminente liberazione del celebre rapper Amir Tataloo, condannato a morte per inimicizia verso Dio (moharebeh) e blasfemia, che sarebbe ora autorizzato a tornare sul palco. Trasformazioni che tendono a mostrare come queste manifestazioni vengano utilizzate dal regime per far credere a un’adesione che non riguarda più soltanto i suoi sostenitori tradizionali. Il bersaglio principale di queste immagini di giubilo popolare è evidente: i media occidentali, cui si intende dimostrare che il regime gode di un sostegno molto più ampio di quanto si creda. La promozione della piazza come spazio di espressione politica filo-regime interviene anche in un momento di transizione nella gestione degli affari di stato. La morte di Khamenei ha creato un vuoto politico che, come in ogni regime chiuso, costituisce un momento pericoloso: è in questa fase che emergono nuovi pretendenti, che le coalizioni si ridefiniscono e che le rivendicazioni sociali, abitualmente represse, si fanno più audibili. Radunando nelle strade una base di fedeli e autorizzandoli a esprimere forme controllate di espressione pubblica – il lutto, il senso di unità, il sostegno alle forze armate – il governo iraniano spera di occupare uno spazio prima che questo venga utilizzato ad altri fini da attori concorrenti. Queste manifestazioni hanno dunque una funzione preventiva.
Le manifestazioni raccolgono i sostenitori più fedeli al regime, ma ciò è sufficiente al governo per promuovere l’idea di “unità nazionale”. Per quanto il regime occupi lo spazio pubblico con le sue manifestazioni popolari artificiali, la sua musica di stato e i suoi discorsi millimetrati, il ricordo dei massacri del gennaio 2026 e, prima ancora, del settembre 2022, continua ad abitarlo.
La piazza è uno strumento di consolidamento del potere in transizione, e non l’esibizione di un potere già consolidato. Poche settimane prima della sua morte, Ali Khamenei aveva dichiarato: “Se accadrà qualcosa, Dio susciterà il popolo iraniano”⁵. Una volta morto Khamenei, l’apparato mediatico del regime ha fatto di questa frase la prova di una “profezia compiuta”, come se essa annunciasse direttamente la sua scomparsa e le manifestazioni della primavera. L’apparato ideologico del regime lavora a un’articolazione tra dichiarazioni politiche e registro della profezia divina, al fine di trasformare la morte del leader religioso – un momento di grande vulnerabilità al vertice dello stato – in un evento capace di suscitare mobilitazione.
La dottrina “meydan, piazza, diplomazia” passa inoltre sotto silenzio la questione della successione: quale persona, con quale autorità e secondo quale logica di legittimità potrà davvero prendere il suo posto, anche se Mojtaba Khamenei è ormai la Guida invisibile e ferita della Repubblica islamica? Nessuno dei tre termini della dottrina risponde a questa domanda: il meydan non designa il nuovo leader, la piazza non conferisce la legittimità successoria e il ricorso alla diplomazia, senza che si sappia chi ne sarà il garante a lungo termine in caso di accordo, è a tutt’oggi incompleto, per non dire insoddisfacente.
Peggio ancora, esistono tensioni all’interno della stessa dottrina, tra le sue tre parole chiave. Ad esempio, la piazza e la diplomazia sono per natura antitetiche: nelle manifestazioni di piazza, i sostenitori del regime plaudono a una postura senza compromessi; il gioco della negoziazione implica invece che si facciano concessioni per raggiungere un accordo, il che i massimalisti iraniani considererebbero una resa. Un elemento che contrappone gli attori, i manifestanti e i negoziatori, incapaci di accordarsi sui termini della vittoria. Questa contraddizione rimane poco visibile finché i negoziati restano sul piano delle generalità. Nel momento in cui si imporranno scelte concrete, l’apparato ideologico del regime dovrà compiere uno sforzo di definizione. Avendo trasformato la morte di Khamenei in una “resurrezione popolare”, ha dimostrato di esserne capace. Tuttavia, questa tendenza alla grande narrazione nazionale costruita a tavolino, adattata al contesto geopolitico, può anche ritorcersi contro il regime iraniano, il cui credito narrativo non è inesauribile.
Il futuro incerto di una dottrina
La Repubblica islamica ha attraversato, in meno di sei mesi, un insieme di crisi di cui ciascuna avrebbe potuto abbatterla. Fondendo le sfere militare, sociale e diplomatica in un racconto ordinato, la sua risposta dottrinale tripartita offre l’immagine di una coerenza strategica. Questa capacità di forgiare narrazioni comuni per raccogliere la nazione iraniana non va sottovalutata.
Ma la tenuta di questa dottrina si scontra con due crisi strutturali che nessuna combinazione di meydan militare, piazza mobilitata e accordo diplomatico potrebbe eliminare.
La prima è la crisi di legittimità. I massacri del gennaio 2026 hanno preceduto la morte di Khamenei e tutte le crisi successive. Questa anteriorità temporale è fondamentale: la dottrina “meydan, piazza, diplomazia”, enunciata qualche mese dopo, si è costruita all’indomani del massacro di migliaia di civili, repressi in un bagno di sangue. Il regime non è cambiato: quello che ha risposto alle proteste del gennaio 2026 con le armi è lo stesso che, poco dopo, in nome dell’“unità nella piazza”, ha fatto di questo spazio pubblico un luogo di adunate popolari che costituiscono oggi uno dei tre pilastri della sua solidità politica.
I massacri del gennaio 2026 non possono inscriversi nella lunga genealogia delle repressioni ordinarie del regime. Quella repressione era una scelta strutturale, non una misura d’emergenza. Un abisso sempre più profondo separa ormai durevolmente il regime da una larga parte della società iraniana: nessun accordo diplomatico, nessuna notte di manifestazioni, nessun lavoro di costruzione narrativa potrà far dimenticare la repressione.
Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nel settembre 2022, aveva dimostrato che un’intera generazione poteva emanciparsi dal quadro ideologico del regime. Quest’ultimo aveva risposto con massacri, arresti di massa e condanne a morte. Oggi le esecuzioni proseguono senza sosta, mentre le prigioni restano sovraffollate, segni di un regime che deve la propria sopravvivenza al solo potere repressivo.
La seconda è la crisi economica. L’inflazione accumulata ha ridotto la moneta nazionale a una frazione minima del suo valore, con conseguente penuria di beni essenziali ed erosione progressiva del potere d’acquisto delle classi medie e popolari. Nessuna grande narrazione nazionale o mediatica può farne dimenticare gli effetti. Questa crisi non è una sfida passeggera: deriva dalle sanzioni accumulate, da una cattiva gestione sistemica, dal controllo economico dei Guardiani e da una corruzione istituzionalizzata. Nessuno di questi fattori scompare con un accordo diplomatico. Nel frattempo, il regime iraniano deve simultaneamente finanziare le proprie operazioni militari e il proprio apparato repressivo, mantenere il fervore popolare in piazze che deve presidiare e occupare, e al tempo stesso arginare un’economia in via di collasso, il tutto con risorse limitate destinate all’esaurimento.
Queste due crisi lavorano incessantemente un regime che la memoria della piazza minaccia di abbattere. Per quanto esso occupi lo spazio pubblico con le sue manifestazioni popolari artificiali, la sua musica di stato e i suoi discorsi millimetrati, il ricordo dei massacri del gennaio 2026 e, prima ancora, del settembre 2022, continua ad abitarlo.
La versione originale di questo articolo è stata pubblicata il 9 giugno scorso su le Grand Continent.