Quello di
Mariupol fu un sacrificio, necessario e doloroso, per rallentare l’avanzata russa nelle prime settimane dell’invasione su larga scala. Mariupol resistette quasi due mesi, sapendo che sarebbe caduta. Un’intera città si immolò
con i soldati che la difendevano, l’esercito continuò operazioni rischiose per portare rifornimenti a chi combatteva asserragliato nel complesso metallurgico di Azovstal, sapendo che ogni medicina, ogni scatola di cibo, serviva non a sopravvivere, ma a fare in modo che Mariupol avesse la forza di cadere più tardi possibile. Aveva il compito di tirare via la forza necessaria ai russi per proseguire verso altre città. Mariupol venne assediata, sfinita
cedette il 20 maggio del 2022, alle sue spalle portava la storia delle bombe tirate dal cielo, dalla terra e dall’acqua, di un teatro diventato rifugio per civili che non fu risparmiato dalle bombe, di morti dimenticati e mai tirati via dalle macerie. Mariupol divenne un simbolo per l’Ucraina e anche per la Russia che dopo averla occupata totalmente e fatto prigionieri i soldati di Azovstal, la maggior parte membri del Corpo d’armata Azov, iniziò a trasformarla nella vetrina della conquista con piani di ricostruzione, annunci per la vendita di nuovi appartamenti e lo stesso teatro costruito sui morti rimesso a nuovo durante un grande evento.
Se per le strade dell’Ucraina la gente manifesta con cartelli che recano la scritta “free Azov”, chiedendo più impegno per la liberazione dei soldati del Corpo d’armata che ha resistito nelle acciaierie, è perché quel sacrificio è chiaro a tutti. E anche perché liberare i soldati di Azovstal dalla detenzione di Mosca è molto più complesso: i russi li tengono come trofeo, difficilmente includono i loro nomi negli scambi di prigionieri, servono come prova della denazificazione in corso.