Kyiv guarda Mariupol da molto vicino

Gli ucraini promettono di tornare nella città che Mosca ha trasformato nella vetrina dell’occupazione e intanto hanno colpito il porto. Non è soltanto un simbolo, ma anche un metodo per stritolare la logistica russa 

12 GIU 26
Immagine di Kyiv guarda Mariupol da molto vicino
Quello di Mariupol fu un sacrificio, necessario e doloroso, per rallentare l’avanzata russa nelle prime settimane dell’invasione su larga scala. Mariupol resistette quasi due mesi, sapendo che sarebbe caduta. Un’intera città si immolò con i soldati che la difendevano, l’esercito continuò operazioni rischiose per portare rifornimenti a chi combatteva asserragliato nel complesso metallurgico di Azovstal, sapendo che ogni medicina, ogni scatola di cibo, serviva non a sopravvivere, ma a fare in modo che Mariupol avesse la forza di cadere più tardi possibile. Aveva il compito di tirare via la forza necessaria ai russi per proseguire verso altre città. Mariupol venne assediata, sfinita cedette il 20 maggio del 2022, alle sue spalle portava la storia delle bombe tirate dal cielo, dalla terra e dall’acqua, di un teatro diventato rifugio per civili che non fu risparmiato dalle bombe, di morti dimenticati e mai tirati via dalle macerie. Mariupol divenne un simbolo per l’Ucraina e anche per la Russia che dopo averla occupata totalmente e fatto prigionieri i soldati di Azovstal, la maggior parte membri del Corpo d’armata Azov, iniziò a trasformarla nella vetrina della conquista con piani di ricostruzione, annunci per la vendita di nuovi appartamenti e lo stesso teatro costruito sui morti rimesso a nuovo durante un grande evento. Se per le strade dell’Ucraina la gente manifesta con cartelli che recano la scritta “free Azov”, chiedendo più impegno per la liberazione dei soldati del Corpo d’armata che ha resistito nelle acciaierie, è perché quel sacrificio è chiaro a tutti. E anche perché liberare i soldati di Azovstal dalla detenzione di Mosca è molto più complesso: i russi li tengono come trofeo, difficilmente includono i loro nomi negli scambi di prigionieri, servono come prova della denazificazione in corso.
Per Mosca, Mariupol non è soltanto la città-vetrina dell’occupazione, è anche uno snodo cruciale per organizzare la guerra e rifornire le truppe, perché funziona da collegamento fra la parte occupata dell’oblast di Donetsk, la Crimea e la Russia e viene usata per sostenere le operazioni lungo il fronte meridionale. Per la sua posizione, il 24 febbraio del 2022, i russi le puntarono addosso, determinati a occuparla. Gli ucraini non hanno dimenticato il sacrificio di Mariupol, né sottovalutano il suo valore militare, e da qualche settimana, i droni di Kyiv sorvolano i cieli della città. Il 10 giugno, per la prima volta un attacco ha preso di mira il porto, affacciato sul Mare d’Azov, colpendo sottostazioni elettriche, apparecchiature radar, impianti di riparazione, una torre di controllo, serbatoi di carburante e una nave mercantile soggetta a sanzioni e collegata alla flotta ombra russa, la Lady Augusta. L’attacco è stato effettuato dal Corpo d’armata Azov con il Servizio di sicurezza dell’Ucraina, la squadra per operazioni speciali Alpha dello Sbu che ha compiuto molti sabotaggi anche sul territorio russo. Sono stati gli ucraini ad annunciare che il porto è fuori uso, dopo aver lanciato campagne di avvertimento per tutto il mese di maggio, quando hanno iniziato a mostrare le immagini catturate da droni di ricognizione e filmati di droni di attacco in grado di operare per le strade di Mariupol. La campagna ha preso un nome preciso, una promessa, una minaccia: “Ritorno a Mariupol”. La guerra si fa con le parole e con le immagini. Secondo i soldati di Kyiv, i droni ucraini ormai sono in grado di pattugliare le strade nel territorio occupato fino a centosessanta chilometri dietro alla linea del fronte: a dimostrazione hanno pubblicato filmati che mostrano attacchi lungo le autostrade che da Mariupol portano a Volnovakha e Taganrog, due vie di rifornimento militare fondamentali per i russi.
Il simbolismo del ritorno a Mariupol è forte, serve anche come immagine per la popolazione ucraina dopo quattro anni di guerra, ma le azioni contro le strade che portano dalla Russia ai territori occupati, più che segnare l’inizio di una controffensiva indicano che la campagna ucraina contro la logistica russa gode di strumenti efficaci, con le capacità di indebolire l’esercito russo e le sue necessità di rifornimento. Kyiv sta colpendo anche le strade che portano in Crimea, e nei giorni scorsi è stato danneggiato il ponte di Armjansk, l’ultimo rimasto per uscire dalla penisola occupata dopo che gli ucraini erano riusciti a colpire gli altri due ponti: Chonhar e Henichesk.
In tutto il sud dell’Ucraina occupato la situazione del rifornimento dei soldati russi peggiora da giorni. Mosca dovrà prendere una decisione: nel 2022, per paura che i suoi soldati a Kherson venissero tagliati fuori dai rifornimenti, li ritirò. Fu la fine dell’occupazione della città.