Esteri
Un treno per al Sharaa •
Rinasce la ferrovia dell’Hejaz, che fa di Damasco la porta del medio oriente
Da Istanbul a Damasco, fino alla Mecca e all’Oman. Il sogno ottomano per aggirare Hormuz

Foto ANSA
La locomotiva del treno ottomano che nel 1917 Lawrence d’Arabia fece saltare in aria assieme ai suoi alleati beduini sta ancora lì, abbandonata in mezzo alla sabbia del deserto di Abu Na’am, 130 chilometri a nord della città santa di Medina. Lunga 1.300 chilometri da Damasco fino alla città dell’Egira di Maometto, la ferrovia dell’Hejaz, ideata per la prima volta nel 1900 sotto il sultano di Costantinopoli Abdulhamid II, sembra essere prossima a tornare in attività. Martedì scorso a Riad i ministri dei Trasporti della Turchia e dell’Arabia Saudita hanno siglato un accordo per completare entro l’anno gli studi di fattibilità di un progetto lungo oltre un secolo. Al cuore della ferrovia c’è Damasco, tornata a essere snodo vitale del medio oriente.
Il progetto è molto più concreto oggi di quanto non lo fosse all’inizio del Ventesimo secolo, quando per la prima volta si sentì parlare della ferrovia dell’Hejaz. L’idea “sembrava a me e ad altri talmente improbabile, per non dire fantastica, che mi sono astenuto dal riferirne a Vostra Eccellenza”, commentò all’epoca il console britannico di Damasco in una lettera inviata all’ambasciatore di Sua Maestà a Costantinopoli. Poi la ferrovia entrò in funzione, diventando un’arteria vitale per le province ottomane e per gli approvvigionamenti delle truppe del sultano in Arabia. E oggi, a distanza di oltre un secolo, larghi tratti della ferrovia distrutti dopo la Prima guerra mondiale sono ancora attivi, seppure frammentati tra diversi stati e a scartamento ridotto.
L’obiettivo di turchi e sauditi è quello di creare una rete di infrastrutture all’avanguardia tra il Golfo e il Mediterraneo per tentare di aggirare la chiusura degli stretti, quello di Hormuz e quello di Bab el Mandab, causata dalla guerra in Iran. Vogliamo “migliorare l’integrazione regionale, sostenere gli scambi commerciali e sviluppare un sistema di trasporto terrestre sostenibile tra i paesi della regione”, aveva dichiarato ad aprile scorso Saleh al Jasser, ministro dei Trasporti saudita. Per l’omologo turco Abdulkadir Uraloglu, il primo passo sarebbe ammodernare il tratto siriano già esistente, quello che da Aleppo corre verso Damasco e quindi in Giordania. Da lì, andrà ridata vita alla tratta saudita. Ma il progetto non si fermerebbe lì, perché dalla Mecca, termine della ferrovia, dovrebbe partire nei piani degli ideatori un altro tratto diretto a est, fino all’Oman, tagliando in due la penisola arabica tra il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. A quel punto, il corridoio terrestre e alternativo a quello marittimo diverrebbe realtà.
Per Ahmed al Sharaa non potrebbe esserci notizia migliore per dare forma a ciò che da tempo auspica: sfruttare la posizione geografica della Siria per accreditare Damasco come porta del medio oriente. Lo ha detto lo scorso marzo a proposito dell’energia, quando ha dichiarato che la Siria si propone di “diventare il nuovo hub energetico” verso l’Europa. Il progetto per l’ammodernamento dell’oleodotto che da Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, va a Baniyas, sulla costa mediterranea della Siria, è già partito a febbraio. L’obiettivo è arrivare a 350 mila barili al giorno, abbastanza per dare un’alternativa all’oleodotto che dall’Iraq arriva in Turchia, a Cehyan. Già da mesi, colonne con migliaia di camion carichi di greggio fanno la spola tra l’Iraq e la Siria, in attesa di imbarcare il petrolio verso l’Europa.
Ora, con la ferrovia dell’Hejaz, la centralità di Damasco si potenzierebbe. Tramutando l’instabilità regionale innescata dalla guerra in Iran in una opportunità per la Siria, alla disperata ricerca di ricostruire la propria economia post bellica, al Sharaa vede nel progetto uno strumento prezioso per la sua propaganda velata di nazionalismo: diventare il presidente che a distanza di un secolo ha collegato di nuovo due delle città sante dell’islam, Damasco e la Mecca.
La ferrovia dell’Hejaz va oltre l’investimento economico. Dietro a quei 1.300 chilometri c’è un asse politico sunnita ormai consolidato – quello tra Siria, Giordania, Turchia e Arabia Saudita – che non a caso estromette gli Emirati Arabi Uniti e permette di aggirare Israele. Così, la ferrovia è già diventata un simbolo della retorica antisionista di turchi e sauditi. “La riduzione dell’influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in medio oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia”, ha affermato il ministro del Commercio turco, Ömer Bolat. In Arabia Saudita, una pagina Facebook di sostenitori del principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha definito il progetto della ferrovia dell’Hejaz “un colpo fatale a uno dei progetti economici più strategicamente importanti di Israele”, riferendosi al Corridoio economico India-medio oriente-Europa, noto come Imec. Quando l’Imec fu presentato, nel settembre 2023, il premier israeliano Benjamin Netanyahu pressato dagli americani prefigurò persino la possibilità che la ferrovia potesse unire Israele all’Arabia Saudita, in quello che doveva essere un ulteriore passo verso la normalizzazione delle relazioni tra Gerusalemme e Riad. Poi arrivò il 7 ottobre.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.


