Esteri
Il colloquio •
L’Iran sta copiando dalla Russia la strategia negoziale. Parla Coffey
La strategia è quella di prolungare i colloqui, evitare impegni concreti, pur mantenendo l’apparenza della diplomazia, per far lievitare i costi politici per gli Usa. Il senior fellow all’Hudson Institute: "Man mano la situazione si trascina, Trump sarà sempre più disposto ad accettare un accordo che forse non è il migliore”
11 GIU 26

Foto LaPresse
New York. La diplomazia e la politica interna pesano entrambe sul problema iraniano dell’Amministrazione Trump. Un cessate il fuoco condizionale è in vigore, prorogato fino alla conclusione dei colloqui, eppure lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso alla navigazione commerciale, i mercati energetici globali restano instabili e Teheran continua a minacciare una più ampia escalation regionale se Washington spingerà troppo.
Nonostante mesi di negoziati non abbiano portato da nessuna parte, Luke Coffey, senior fellow all’Hudson Institute dove si occupa di politica estera americana e competizione geopolitica, vede un potenziale accordo come lo sbocco più probabile, principalmente per via degli istinti dello stesso Trump. “Alla fine ci sarà un accordo che porrà fine a qualsiasi confronto”, dice al Foglio Coffey. “Questo principalmente perché il presidente Trump vuole disperatamente un accordo. Vuole percorrere la strada diplomatica piuttosto che quella militare, senza alcun dubbio”. Coffey prevede che Teheran si accontenterà di sopravvivere, spacciandolo per una vittoria. “Tutto quello che devono fare è sopravvivere”, dice. “Per loro, è già una vittoria”. Coffey interviene in un dibattito che divide profondamente Washington su cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti: accettare un accordo o abbandonare il tavolo. Anche se le infrastrutture militari di Teheran sono state ridotte dai bombardamenti aerei, la Guida suprema è stata uccisa e i proventi petroliferi sono stati compressi dal blocco navale americano imposto ad aprile, il regime sembra stia copiando il manuale della Russia: prolungare i colloqui, evitare impegni concreti, pur mantenendo l’apparenza della diplomazia, così da far lievitare i costi politici per la Casa Bianca nel tempo. Finora i danni subiti non sembrano aver convinto l’Iran, che ha costruito la propria identità attorno all’ambizione nucleare e alla resistenza all’America, ad accettare il disarmo. Per Teheran quello rappresenterebbe una resa. Nel frattempo Washington continua a pretenderlo, tenendo aperta l’opzione di riprendere le ostilità.
“La realtà è che non sappiamo davvero a che punto siano le posizioni”, dice Coffey. “Sappiamo quello che è stato riportato dai media. Conosciamo le informazioni trapelate. Ma non conosciamo lo stato reale dei negoziati. Molte persone hanno un’agenda, quindi ognuno cerca di leggere la situazione attraverso la propria lente. Ognuno cerca di proiettare sul dibattito ciò che vorrebbe. Ma nessuno sa davvero cosa sta succedendo. L’amministrazione non è stata molto trasparente su questa questione, e questo è lo stile di Trump quando si tratta di negoziati: non ama scoprire le proprie carte”. Coffey si aspetta che gli iraniani offrano sospensioni temporanee del programma nucleare, limiti all’arricchimento per una decina d’anni, restrizioni ad attività specifiche e una struttura che rispecchi il Piano d’azione globale congiunto (“Jcpoa”) del 2015, dal quale Trump si era ritirato durante il suo primo mandato e che considera una strada già percorsa e senza uscita. La sua critica riecheggia un argomento repubblicano di lunga data: l’accordo originale era imperniato sull’accesso ai siti dichiarati, mentre quelli non dichiarati rimanevano irraggiungibili, lasciando a Teheran margine sufficiente per temporeggiare. Lasciava inoltre fuori dal nucleo dell’accordo il programma missilistico balistico dell’Iran e il sostegno alle milizie proxy regionali, prevedendo la riduzione delle sanzioni prima dell’effettivo rispetto degli impegni. “Questo era il peccato originale del Jcpoa. Era un cattivo accordo allora”, ha detto Coffey, “e qualsiasi cosa gli assomigli sarà un cattivo accordo anche oggi”. Trump, teme però Coffey, potrebbe accettare un’intesa limitata, presentarla come storica e fare affidamento sui suoi sostenitori per difenderla. “Qualsiasi cosa è politicamente possibile per Donald Trump. Accetterà un accordo e dirà a tutti che è il migliore di sempre, anche se non lo è”.
La stagione estiva dei viaggi, l’aumento del prezzo della benzina e le elezioni di metà mandato alle porte rendono tuttavia politicamente costoso per Trump un confronto prolungato. “Man mano che la situazione si trascina, che i prezzi della benzina continuano a salire negli Stati Uniti e che ci avviciniamo alle elezioni di metà mandato, il presidente Trump diventerà sempre più disposto ad accettare un accordo che forse non è il migliore”, ha osservato Coffey. La campagna militare ha indebolito l’Iran, ma quei danni da soli non hanno prodotto il risultato politico che Washington sperava. Coffey sostiene che il potere aereo americano ha mostrato una portata impressionante, colpendo obiettivi a vastissima distanza e distruggendo gran parte delle capacità militari iraniane. “Tutti possono vedere la potenza della sola campagna aerea. Il numero di obiettivi colpiti, il numero di strutture distrutte. L’intera marina iraniana annientata. La maggior parte della sua aeronautica distrutta. Una grossa fetta della sua capacità produttiva distrutta. E tutto questo è stato fatto dall’America, che si trova a migliaia di chilometri dall’Iran. Il problema è che bisogna collegare gli obiettivi politici a quelli militari. Ed è lì che credo ci sia stato un problema”.
La Casa Bianca sostiene di aver raggiunto il suo obiettivo fondamentale: impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare, presentando il cambio di regime come un effetto auspicato piuttosto che un fine in sé. Tuttavia, mentre Trump cerca una via d’uscita, la portata di ciò che ha già messo in campo rischia di rendere quella uscita politicamente impossibile. La sua credibilità, e quella dell’America, fissa un limite minimo a qualsiasi accordo possibile: un presidente che ha costruito tutto questo non può facilmente presentare all’opinione pubblica americana condizioni che un osservatore qualunque faticherebbe a distinguere dall’accordo che lui stesso ha smantellato nel primo mandato.