I droni, le nostre nuove mascherine. Attrezzarsi per la dissuasione

Dal punto di vista dell’esercizio della forza inteso come un virus, siamo in tempo di pandemia: servono i vaccini, cioè i droni. E serve la formazione e la capacità di usarli, serve la scuola dell’esercito ucraino benedetto

11 GIU 26
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Yaroslav Trofimov, il migliore, sul Wsj ha ricordato Tucidide nel dialogo tra gli ateniesi e i melii nella guerra del Peloponneso: “I forti fanno quello vogliono, i deboli soffrono quanto devono”. Il realismo politico nasce qui. Ora, osserva Trofimov, entriamo in una nuova fase. Che definirei del realismo magico, anzi tecnologico. Ucraina e Iran hanno sviluppato oltre limiti prevedibili l’industria dei droni, che al contrario dei cinesi, grandi produttori, sanno usare, e dei missili poveri, ma pur sempre missili balistici. Così hanno messo in seria difficoltà il nemico, due eserciti di superpotenze che hanno per esempio il controllo dell’aria, del cielo, e scusate se è poco. Anche a saperne quasi nulla, fioccano da parte di esperti e politici, tra i quali il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto, analisi sulla nuova dimensione della guerra, della forza e del suo uso. Conseguenza evidente: ci si può attrezzare, ciascuno può farlo, si deve farlo. Dal punto di vista dell’esercizio della forza inteso come un virus, siamo in tempo di pandemia. Servono i vaccini, gli antibiotici, servono e molto i droni, cioè le mascherine. Serve la formazione e la capacità di usarli, serve la scuola dell’esercito ucraino benedetto. Servono reti informative, satelliti e cyberstrumenti. Dare all’Ucraina non è mai stato un amore a senso unico, era uno scambio, vantaggioso per le retrovie, e ora lo si vede a occhio nudo.
Le grandi potenze hanno subito sconfitte, non in Iraq, considerato a torto la madre di tutte le sconfitte e invece no, ma certo in Afghanistan e in Vietnam sì. Ma ora è un fenomeno diverso, che Trofimov segnala come un caso storico studiato dai cinesi, molto interessati alla prospettiva dell’egemonismo globale, con il piede di partenza su Taiwan. Perfino Israele, che per necessità a queste cose fa attenzione, in genere per tempo, sperimenta, quando non si tratta di una guerra di annientamento del nemico rifugiato dietro lo scudo militare e civile di Gaza, quanto siano insidiose, di fronte ai carri armati e ai caccia dell’aviazione, i droni invisibili e inintercettabili di Hezbollah, in una guerra difficile e infinita di sradicamento di un esercito di Dio che preme alle frontiere e bombarda dai confini.
Invece di dibattiti ideologici nullisti, ispirati a falsi valori, sarebbe interessante, visto che a oggi la difesa Nato è attrezzata per il convenzionale e debilitata dalle scelte politiche di Trump, aprire una seria discussione sulle nuove tecnologie di dissuasione e difesa, sulle industrie corrispondenti, sul potenziale di controllo e guida umano della rete di dati e armi di nuovo tipo. Può non essere un disastro la fine del progetto franco-tedesco di un nuovo caccia, può essere rivista tutta la questione del ReArm Europe, anche se il termine dispiace, alla luce di che cosa produrre, come, in che tempi, con quali raccordi informativi e quali programmi di formazione e impulso comuni. Se c’è, e c’è, una nuova dimensione dell’uso della forza dissuasiva, entrare nella questione, sviscerarla, vederne le potenzialità e i limiti, sarebbe un compito di guida nazionale al quale il governo e il Parlamento, più che interessati, dovrebbero sentirsi per così dire obbligati.