Netanyahu combatte su quattro fronti. Il più difficile non è in Libano

Un sondaggio dimostra che il Likud ha perso, rispetto al 2022, dodici punti percentuali nel nord del paese. Mentre incombono il processo al premier e le primarie, con le elezioni autunnali che trasformano ogni decisione in una mossa da spiegare alla base

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Foto LaPresse

Il cessate il fuoco annunciato mercoledì tra Israele e Libano è sopravvissuto meno di un giorno. Hezbollah lo ha respinto nel giro di ore, Israele ha continuato le operazioni, e il terreno aveva già smentito il tavolo negoziale prima che la giornata finisse. Il fallimento dice qualcosa sul Libano, ma dice qualcosa di più preciso sulla situazione politica di Benjamin Netanyahu.
Netanyahu è il premier di un paese in guerra su tre fronti, ma il fronte più difficile da gestire in questo momento non è militare. Il sondaggio condotto da Agam Labs dell’Università ebraica di Gerusalemme nel maggio scorso mostra il Likud al 23 per cento nel nord del paese, contro il 35 per cento delle elezioni del 2022. Dodici punti in meno nella regione che ospita circa un quinto dell’elettorato, con il 70 per cento degli elettori settentrionali che boccia la gestione della guerra in Libano. Gadi Eizenkot, ex capo di stato maggiore e principale sfidante di Netanyahu, ha visitato il nord almeno quindici volte nelle ultime settimane, mentre Netanyahu è rimasto altrove.
La guerra col Libano è cominciata il 2 marzo, quando Hezbollah ha risposto con razzi agli attacchi americani e israeliani contro l’Iran. Da allora sono stati uccisi 26 soldati israeliani nel teatro libanese, 14 dei quali dopo il primo cessate il fuoco di aprile che si era rivelato, come questo, un accordo sulla carta; mercoledì un altro soldato è caduto per un missile anticarro a nord del Litani, il fiume che segna il confine settentrionale della zona di operazioni, e un militare serbo della missione Onu è morto per le ferite di un attacco con mortai. Il nord del paese porta i segni di tre mesi di guerra che non si ferma. Netanyahu si trova in una trappola. Il presidente degli Stati Uniti il 1° giugno lo ha chiamato in quello che fonti dell’amministrazione descrivono come uno degli scambi più accesi del secondo mandato, intimandogli di fermarsi su Beirut. Netanyahu ha ceduto verbalmente, l’annuncio del ritiro delle truppe è comparso su Truth Social attraverso la voce di Trump, e il giorno dopo Netanyahu ha dichiarato che la posizione israeliana era invariata. Cedere verbalmente e smentire il giorno dopo è la risposta di chi non riesce a scegliere tra due strade entrambe impraticabili.
Netanyahu combatte ormai su quattro fronti politici contemporaneamente. Da Washington arriva la pressione di Trump, che vuole chiudere il dossier iraniano e considera la campagna in Libano un ostacolo ai negoziati. Dal nord di Israele arriva la rabbia di un elettorato che si sta spostando verso l’opposizione, ed Eizenkot è già in campagna permanente in quei territori. Dentro la coalizione, il ministro della Difesa Israel Katz e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir vogliono un’operazione terrestre allargata che Netanyahu ha bloccato: Ben Gvir ha dichiarato che ci sono momenti in cui bisogna dire no anche al presidente degli Stati Uniti, e senza di lui Netanyahu non ha i numeri in Parlamento. A completare il quadro, incombono il processo e le primarie del Likud fissate entro il 28 luglio, con elezioni autunnali che trasformano ogni decisione in una mossa da spiegare alla base.
Si potrebbe obiettare che un premier così vincolato avrebbe già ceduto: ma mantenere l’iniziativa militare è per ora l’unico terreno su cui nessuno dei quattro fronti chiede davvero di fermarsi. Le strade disponibili hanno tutte un prezzo: cedere a Trump significa fermare il Libano e perdere la componente di destra senza la quale le elezioni diventano difficilmente recuperabili; non cedere significa rompere con l’unico garante della campagna militare; aprire l’operazione terrestre significa ignorare la Casa Bianca, con i precedenti del 2006 e del 1982 a ricordare come finiscono le campagne israeliane in profondità nel territorio libanese. Congelare tutto in attesa del voto è la scelta più probabile nel breve periodo, ma accresce il costo a ogni settimana che passa.
Nessuna di queste pressioni nasce in Libano, ma tutte convergono lì: il Libano è diventato il luogo in cui si misura la capacità di Netanyahu di conciliare vincoli che non sono più conciliabili.
L’accordo del 4 giugno ne è la dimostrazione più recente. Israele e Libano hanno concordato zone di sicurezza nel sud affidate all’esercito libanese e il ritiro degli operativi di Hezbollah a nord del Litani. Hezbollah ha scelto di non partecipare ai negoziati per ragioni che vanno oltre le istruzioni di Teheran. Ritirarsi sotto pressione israeliana senza ottenere né il ritiro delle forze di Tel Aviv né alcuna garanzia verificabile sarebbe una sconfitta dichiarata sul campo. Sul piano politico libanese, Hezbollah è l’unico attore che può permettersi di dire no a Washington mentre il governo di Beirut non può: quella asimmetria è la sua principale risorsa di legittimazione, e il rigetto del 4 giugno l’ha consolidata. La scelta di Qassem risponde a una necessità politica interna prima ancora che a un mandato esterno: il governo di Beirut ha scelto la trattativa, e Hezbollah ha scelto di starne fuori perché la sua legittimazione dipende dall’essere l’unico attore capace di opporsi alle condizioni che Israele e Washington impongono e che il governo libanese non può rifiutare.
L’accordo era quindi sfavorito per ragioni che trascendono la mediazione americana. L’Iran condiziona qualsiasi intesa a un cessate il fuoco completo in Libano. Israele non accetta un Hezbollah nella sua configurazione attuale. Hezbollah non si ritira senza la garanzia del ritiro israeliano. Ciascuna delle tre posizioni blocca le altre due, e il governo di Beirut resta l’unico attore che potrebbe guadagnare da un accordo ma non ha strumenti per ottenerlo: ogni tornata fallita consolida il fatto compiuto sul terreno, con Israele che occupa oltre 600 chilometri quadrati del sud del Libano e controlla il castello di Beaufort, catturato nei giorni scorsi.
La prossima sessione di negoziati è fissata al 22 giugno a Washington. Le condizioni saranno identiche a quelle del 4 giugno: Hezbollah non sarà al tavolo, Israele non intende ritirarsi, Teheran continua a subordinare il dossier libanese al negoziato sulla guerra con gli Stati Uniti. Per mesi questo conflitto è stato raccontato come una guerra tra Israele e Hezbollah. Oggi assomiglia sempre di più a un test sulla capacità di Netanyahu di reggere pressioni che puntano in direzioni incompatibili. Il Libano è diventato il luogo in cui quella capacità si misura, e ogni accordo che non regge è anche una risposta alla domanda su quanto a lungo Netanyahu riesca a tenere insieme ciò che non sta più insieme.