Esteri
Il Colloquio •
L’Ucraina non è un’invenzione di Lenin. Parla Serhiy Plokhiy
Da Kyiv medievale all’Impero zarista, dalla rivoluzione bolscevica all’indipendenza del 1991 fino all’invasione del 2022: lo storico Serhiy Plokhiy smonta la tesi del Cremlino. “Putin ha trasformato una lettura distorta del passato in un programma politico”, usando la storia come giustificazione della guerra
6 GIU 26

Associated Press/LaPresse
New York. Pochi giorni prima che i carri armati russi varcassero il confine, Vladimir Putin tenne un discorso televisivo in cui affermò che l’Ucraina era una creazione artificiale di Vladimir Lenin e non un vero stato. “L’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi”, dichiarò, “e può essere legittimamente chiamata ‘l’Ucraina di Vladimir Lenin’”. Secondo Serhiy Plokhiy, una delle massime autorità sulla storia ucraina e russa, che ha appena pubblicato “Chernobyl Roulette: War in the Nuclear Disaster Zone”, questa affermazione svela i fondamenti politici della guerra stessa e quanto Putin sia lontano da una corretta lettura della storia.
L’argomento di Putin su Lenin attinge a un nazionalismo russo che precede il 1917, spiega Plokhiy: un nazionalismo che condannava Lenin per aver riconosciuto i diritti degli ucraini, dei georgiani e degli armeni all’interno della struttura sovietica. “L’imperialismo russo è la lente attraverso cui guarda il mondo, come lo zar Nicola II o il generale Anton Denikin”, osserva. Le concessioni di Lenin alle nazionalità non russe erano tuttavia il frutto di una necessità politica. “La rivoluzione del 1917 fu, prima di tutto, una rivoluzione delle nazioni nell’Impero russo”. Nei decenni successivi, la dirigenza sovietica si adoperò per riprendere quelle concessioni, sopprimendo l’istruzione in lingua ucraina, orchestrando la carestia del 1932-33 che uccise milioni di persone e sostituendo i funzionari locali con fedelissimi di Mosca. La coscienza nazionale ucraina, qualunque cosa possa dire Putin, non nacque nel 1917. Nel XIX secolo, mentre le amministrazioni imperiali austro-ungarica e russa si dividevano i territori di lingua ucraina, un movimento nazionale prese forma lungo le stesse linee dell’unificazione italiana e tedesca, organizzandosi attorno alla lingua, alla cultura e all’aspirazione politica. “Il principale eroe ucraino, la figura a cui è dedicato il maggior numero di monumenti in Ucraina, non è il capo di un impero, non è un condottiero militare, è un poeta romantico, Taras Shevchenko. Il progetto moderno ucraino nasce dall’idea europea di cultura, stato-nazione e romanticismo”.
L’indipendenza ucraina, formalizzata il 1° dicembre 1991, quando il 90,3 per cento degli elettori, con un’affluenza superiore all’84 per cento, approvò la separazione dall’Unione sovietica, rappresentò la realizzazione di quel lungo progetto nazionale. E’ significativo che il voto si tenne in ogni regione del paese, inclusa la Crimea, dove la maggioranza degli elettori (il 54 per cento) in una penisola con una popolazione prevalentemente russofona, approvò comunque la statualità ucraina. “Fu la decisione di una nazione politica di costruire la propria vita separata dall’impero”, osserva Plokhiy. L’Unione sovietica si dissolse formalmente una settimana dopo. “E’ l’inizio non solo della guerra attuale, ma della storia moderna dell’Europa e del mondo”.
I tre decenni che seguirono furono discontinui per l’Ucraina. Kyiv rimase economicamente intrecciata con Mosca, la lingua e la cultura russe mantennero un’influenza enorme. La corruzione prosperò e le riforme democratiche avanzarono in modo irregolare. Alcuni critici si chiedono se quegli anni siano stati sprecati, ma Plokhiy preferisce soffermarsi su ciò che ha retto. Mentre la Russia consolidava il governo autoritario sotto Putin e la Bielorussia seguiva lo stesso percorso con Lukashenka, l’Ucraina conobbe elezioni competitive, trasferimenti pacifici del potere e due proteste – la Rivoluzione arancione nel 2004 e il Maidan nel 2014 – contro la corruzione e un autoritarismo che avanzava silenzioso. “L’Ucraina è uno dei pochissimi luoghi nello spazio post-sovietico in cui la democrazia è sopravvissuta agli anni Novanta”, dice Plokhiy. “Le nazioni non nascono dal nulla. Sono il prodotto di uno sviluppo interno”.
Tale sviluppo, sostiene l’accademico, ha prodotto in ultima analisi quella resilienza che ha sorpreso gran parte del mondo dopo l’invasione su larga scala. Lo stesso si può osservare nei dibattiti sulla lingua e sull’identità. Una delle principali giustificazioni di Mosca per la guerra è stata l’affermazione che gli ucraini russofoni necessitino di protezione da parte dello stato ucraino. Eppure molte delle regioni più devastate dagli attacchi russi erano prevalentemente russofone prima dell’invasione. Le forze armate ucraine, la classe politica dirigente e la società civile hanno da sempre incluso russofoni. Il comandante in capo del paese per gran parte del conflitto, Oleksandr Syrskyi, è nato in Russia. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è cresciuto parlando russo. “L’Ucraina è lì e continua a resistere perché è una nazione politica”, dice Plokhiy. Paradossalmente, l’invasione russa ha accelerato il processo stesso che intendeva impedire. Milioni di ucraini che un tempo vivevano agevolmente in entrambi i mondi linguistici si identificano sempre più attraverso la lingua e lo stato ucraino. Plokhiy ritiene che il più grande malinteso occidentale sulla guerra sia la tendenza a leggerla principalmente attraverso il prisma della Russia. Per generazioni, gli intellettuali europei hanno ammirato la letteratura e la cultura russe, temendone al contempo il potere militare. Plasmata da questa combinazione, l’Ucraina tende a scomparire come soggetto attivo della propria storia nel discorso pubblico, ridotta a una pedina in una vicenda che riguarda la Russia e l’occidente. “E’ ancora Dostoevskij, è ancora Tolstoj, lo splendore della cultura imperiale russa”, osserva. “E’ meglio non far arrabbiare i russi e continuare a godersi ‘Il lago dei cigni’ – questo è l’approccio, nel quale l’Ucraina è davvero secondaria”. Parallelamente, la tesi di Mosca secondo cui la Nato sarebbe all’origine della guerra è tra le più persistenti nel dibattito occidentale. “Non è la Nato che si sposta verso est”, dice Plokhiy. “Sono gli ex sudditi russi che si spostano verso ovest”.
Paesi come Polonia, Ungheria e gli Stati baltici hanno trascorso anni a cercare l’adesione alla Nato perché temevano future aggressioni russe. Finlandia e Svezia, storicamente neutrali, si sono unite all’alleanza solo dopo aver assistito all’invasione russa dell’Ucraina. “Se la Nato fosse davvero una minaccia per la Russia, sarebbe logico aspettarsi che almeno la metà dell’esercito russo impegnato in Ucraina venisse spostata a proteggere il confine con la Finlandia. Non è stato spostato un singolo soldato. La Russia usa la potenziale minaccia della Nato come pretesto per le sue ambizioni imperiali”, osserva. “Ma sappiamo come finiscono le guerre di questo tipo. Gli imperi cadono”. E con loro i miti che li hanno sostenuti.