In Libia il piano Boulos scatena guerre fratricide fra i Dabaiba e gli Haftar

Gli americani pensavano di avere capito come mettere d’accordo i due clan che si spartiscono l'ovest e l'est del paese. Hanno finito per innescare altra violenza. Storia di acrimonie antiche e di un pasticcio diplomatico

4 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 10:07
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In senso orario: il premier Abdulhamid Dabaiba, il nipote Ibrahim e il figlio Mohammed. In basso, Saddam Haftar, vicecomandante generale, il fratello Belqasm Haftar, direttore generale del Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione, e Khaled Haftar

Il giorno in cui l’Amministrazione Trump ha deciso di prendere in mano il dossier libico ha una data esatta. Il 2 settembre del 2025 a Roma si incontrano in segreto i due rampolli dell’ovest e dell’est della Libia, Ibrahim Dabaiba e Saddam Haftar. E’ a partire da questo momento che gli americani lanciano il loro piano di unificazione del paese, senza accorgersi però che contemporaneamente stanno scoperchiando il vaso di Pandora dei due clan che si spartiscono la Libia, i Dabaiba e gli Haftar, infiammando invidie, gelosie e violenze fratricide.
Quel giorno a Roma i due rampolli dell’est e dell’ovest della Libia sono stati convocati da Massad Boulos, il consigliere di Donald Trump per il medio oriente e l’Africa. Il piano dell’inviato della Casa Bianca è tanto ambizioso quanto semplice: unificare il paese, diviso da anni di guerra civile, e fare stringere le mani ai due giovani leader per spartirsi le cariche più importanti del paese. Avvolto della massima riservatezza, l’incontro sancisce un accordo di massima: presidenza della Repubblica libica a Saddam Haftar e ruolo di primo ministro lasciato all’attuale premier di Tripoli, Abdulhamid Dabaiba, zio di Ibrahim. Passano i mesi e succede che le condizioni di salute del premier libico peggiorano, soffre di problemi cardiaci e a febbraio di quest’anno è costretto a volare in segreto a Milano, per farsi visitare al San Raffaele. Il silenzio attorno alle sue condizioni viene interrotto solo dopo alcuni giorni, quando i medici italiani gli consigliano un intervento chirurgico a cuore aperto e, di conseguenza, una pausa lunga mesi da qualsiasi incarico istituzionale. Una prospettiva inconciliabile con la trattativa delicata che gli americani conducono dietro le quinte e che interessa il futuro della Libia. La gravità delle condizioni di Abdulhamid Dabaiba è tale che tutti, in Libia, cominciano a guardarsi intorno per capire chi possa eventualmente prenderne il posto. Tra questi, ovviamente, c’è il suo nipote preferito, Ibrahim Dabaiba. Negli anni ha concentrato su di sé un’enorme fetta di potere al punto che in molti nella capitale libica gli riconoscono l’autorità che manca allo zio per governare su larghe zone di Tripoli. Ibrahim ordina attentati, definisce le condizioni dei cessate il fuoco tra milizie rivali, benedice alleanze. Di tutto questo, gli americani sono al corrente e accettano di buon grado quando, a partire da aprile, Ibrahim comincia candidamente a presentarsi a loro come l’unica vera alternativa allo zio malato per ricoprire il ruolo di primo ministro.
Americani a parte, però, l’autocandidatura di Ibrahim non è presa sul serio da nessuno in Libia. Certo, il giovane ha ambizione, ma in molti dubitano delle sue reali abilità. Sui social viene canzonato per le sue gravi difficoltà a parlare in inglese in pubblico, come si vede in un video girato durante un recente incontro a Palazzo Chigi con Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della premier Giorgia Meloni. Soprattutto, in lungo e in largo si rinnovano le rimostranze contro il piano di unificazione prospettato da Boulos – da quelle di figure religiose come il gran muftì a quelle delle tribù del sud. Gli americani non sono visti di buon occhio, non possono imporre dall’alto il proprio volere, l’unificazione della Libia non può che passare dai libici e dalle elezioni, è il refrain generale. “Boulos ha avviato numerosi e superficiali tentativi di mediazione, dal Sahara occidentale alla Libia, dal Sudan alla Repubblica democratica del Congo, senza basarsi su una profonda comprensione o su una conoscenza istituzionale”, dice al Foglio Wolfram Lacher, esperto di Libia del German Institute for International and Security Affairs di Berlino. “L’idea di una riunificazione militare, d’altro canto, è da anni un’ossessione dell’Africom, il Comando americano per l’Africa, ma mi sembra palesemente irrealistica. Gli americani inseguono da anni l’idea che, riunendo una manciata di milizie private sotto un comando unificato, potrebbero cacciare i russi. Stanno sognando”.
In senso orario: il premier Abdulhamid Dabaiba, il nipote Ibrahim e il figlio Mohammed. In basso, Saddam Haftar, vicecomandante generale, il fratello Belqasm Haftar, direttore generale del Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione della Libia, e Khaled Haftar, capo di stato maggiore della Cirenaica. 
In senso orario: il premier Abdulhamid Dabaiba, il nipote Ibrahim e il figlio Mohammed. In basso, Saddam Haftar, vicecomandante generale, il fratello Belqasm Haftar, direttore generale del Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione della Libia, e Khaled Haftar, capo di stato maggiore della Cirenaica. 
Tra i tanti oppositori, Ibrahim Dabaiba deve fare i conti anche con un altro grande nemico: suo cugino Mohammed, figlio del premier Abdulhamid. Da sempre, i due si sopportano a malapena, ma il piano di Boulos non fa che esacerbare l’odio reciproco. Il 15 maggio scorso, nella città di Tarhuna, nell’ovest del paese, il confronto fra i due culmina con degli scontri molto violenti fra due tifoserie opposte di due squadre di calcio, quella dell’al Ittihad, di cui Mohammed è presidente onorario, e quelli dell’Asswehly, club vicino a Ibrahim. Le ragioni sono futili – l’arbitro del match non assegna un rigore a favore dell’Asswehly e fischia la fine dell’incontro tre minuti prima del 90esimo – ma bastano a scatenare la rabbia dei tifosi, che accusano il direttore di gara di essere stato corrotto da Ibrahim. Le Forze armate sparano proiettili veri contro la folla che, con una rapidità sospetta, si riorganizza direttamente a Tripoli, a una cinquantina di chilometri da Tarhuna, assaltando la residenza presidenziale del premier Abdulhamid Dabaiba, su al Sikka Road, incendiandola. In molti leggono in questi scontri come una manifestazione dell’odio reciproco fra i due cugini. “Mohammed è considerato una figura relativamente marginale anche all’interno della famiglia Dabaiba, privo dell’influenza, del peso politico e dell’ambizione associati invece al cugino Ibrahim”, spiega una fonte libica al Foglio. “Alcuni osservatori interpretano il crescente coinvolgimento di Mohammed nel calcio – e persino in ambienti sociali d’élite come il club equestre al Rimal – come parte di un tentativo di costruirsi un ruolo pubblico e un’influenza”.
La rivalità fra i due rampolli dell’ovest emerge già alla fine del 2024. Mentre Ibrahim è impegnato ad affermarsi come uomo forte di Tripoli, il giovane Mohammed si limita a ostentare sui social una ricchezza sfrenata, fatta di auto e ville di lusso, aerei privati, tigri e altri animali esotici che passeggiano per casa, gioielli e tanto tanto denaro contante. Nel settembre di quell’anno però si libera la carica del presidente della Lptic, la società libica per le telecomunicazioni, il cui controllo è solitamente una faccenda a due fra i Dabaiba e Abdel Ghani al Kikli, meglio noto come “Ghnewa”. “Mohammed Dabaiba, come un tempo fece Muhammad Gheddafi, il primogenito del Colonnello, non ha mai avuto pretese politiche, ma una sola aspirazione: controllare la società di telecomunicazioni”, dice al Foglio Jalel Harchaoui del Royal United Services Institute di Londra. Per i suoi piani, Ghnewa è un ostacolo. Il comandante delle Forze di supporto rapido, una milizia vitale per i Dabaiba, mercanteggia per avere una quota cospicua di molti affari, fra cui la Lptic, che è un’enorme scatola dentro cui finisce tanto denaro, la cui provenienza è spesso dubbia. Stavolta però la nomina del nuovo presidente della società è complessa, perché Ghnewa è insoddisfatto del nuovo assetto, vuole una fetta più grande nella società e più autonomia. Il clima con i Dabaiba si fa teso, finché il 12 maggio del 2025 Ghnewa viene ucciso durante un incontro nel campo militare di Tekbali, a Tripoli. La morte del comandante apre la strada alla competizione tra Mohammed e Ibrahim, con scambi di accuse reciproche e manifestazioni di violenza, come quelle dei tifosi a Tripoli contro il palazzo presidenziale. “In tutto questo, Abdulhamid prenderà sempre le difese del figlio Mohammed, in particolare dopo la morte dell’altro figlio Abdul Rahman, avvenuta nel 2024”, spiega Harchaoui. “Quando Ibrahim ha cominciato a spacciarsi per possibile futuro premier libico parlando con gli americani, questo non ha fatto che aumentare la rabbia di Mohammed. Anche per questo motivo il piano di Boulos ora sta lentamente naufragando”. Oggi il consigliere di Trump, dopo uno slancio iniziale, fa sempre meno riferimento all’intesa negoziata fra gli Haftar e i Dabaiba e sembra essere tornato ai consueti, generici appelli alle elezioni democratiche sostenuti dalle Nazioni Unite. “La nostra iniziativa completa il percorso Onu e c’è grande ottimismo riguardo all’unificazione della Libia e alla tenuta delle elezioni nell’ambito di una soluzione libica”, ha detto ieri l’uomo di Trump.
Se a ovest il piano degli americani ha innescato gelosie e invidie nel clan dei Dabaiba, nemmeno a est ha avuto migliore fortuna. L’idea di assegnare la presidenza della Libia unitaria a Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa e vicecomandante generale della Cirenaica, ha scatenato le invidie dei fratelli, Belqasim e Khaled.
Il primo, in qualità di direttore esecutivo del Fondo per la ricostruzione di Derna, dal 2023 si è ritrovato a gestire un enorme piano di investimenti nell’est della Libia, per rigenerare la regione colpita dal ciclone Daniel. Per capire l’enorme quantità di denaro generato dal petrolio e che Belqasim si è ritrovato a gestire basti pensare che a giugno dell’anno scorso il Parlamento di Tobruk, quello dell’est della Libia, ha dato il via libera a un budget di 12,7 miliardi di dollari a beneficio del fondo. “Se così fosse – aveva commentato l’inviata speciale dell’Onu per la Libia, Hanna Tetteh – sarebbe preoccupante”. Al centro delle sue preoccupazioni c’è la totale mancanza di trasparenza sulla provenienza e sulle modalità di spesa di questa montagna di soldi. Viste le polemiche, Belqasim si è visto congelare dallo stesso Saddam gran parte di questa liquidità. Un dispetto non secondario se affiancato alla sua esautorazione da qualsiasi ruolo preminente nel piano Boulos. La rabbia del figlio di Haftar è andata covando in questi mesi, assieme al risentimento nei confronti del fratello Saddam. Fonti diplomatiche hanno riferito al Foglio che Belqasim “non ha più un soldo, nonostante continui a firmare Memorandum of understanding e accordi con tutti”. Persone informate riferiscono che al figlio di Haftar non restano che pochi spicci, “forse poco più di un milione di euro di budget”. Rimasto con tanta rabbia e pochi soldi, “l’intento di Belqasim adesso è quello di spendere ben più del magro budget che gli hanno riservato, firmando contratti a destra e a sinistra, di certo non con società occidentali, soprattutto non con gli americani”. E sempre in aperta sfida al fratello Saddam, a marzo scorso Belqasim ha incontrato a Derna Mohamed al Menfi, capo del Consiglio presidenziale libico dell’ovest e acerrimo nemico di Saddam e del padre Khalifa. “Questo secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico”, spiega Harchaoui.
La competizione con il fratello è diventata concorrenza spietata anche a livello economico, oltre che di potere. A parte il Fondo per la ricostruzione di Derna, nell’est ce n’è un altro, la National Development Agency, direttamente riconducibile a Saddam Haftar. “Fino a un paio di anni fa, il fondo di Saddam investiva esclusivamente nell’area di Sirte. Ora si è spostato a Bengasi e a Kufrah, entrando in competizione con il fratello”, dicono fonti libiche. Lo scorso aprile, gli americani sono riusciti a ottenere la riunificazione del budget nazionale tra l’est e l’ovest, una prerogativa indispensabile per la stabilizzazione del paese. Un passo avanti, ma dall’impatto molto limitato. L’intesa prevede lo stanziamento di 20 miliardi di dinari libici, circa 3 miliardi di dollari, da investire nell’ovest e altrettanti da spendere nell’est e nel sud della Libia. “Ma quei soldi saranno soprattutto di Saddam e Belqasim dovrà faticare per averne una fetta”.
E poi c’è Khaled Haftar, capo di stato maggiore dell’est e altro fratello di Saddam, che se possibile ha avuto reazioni ancora più dure e plateali. Alla cerimonia di apertura dell’esercitazione militare Flintlock 26 sponsorizzata dagli americani e dagli italiani riunendo le forze dell’est e dell’ovest della Libia, Khaled era assente. La sedia vuota lasciata dal capo di stato maggiore alla più importante esercitazione militare libica degli ultimi anni ha fatto il paio con l’incontro che invece Khaled Haftar ha tributato, pochi giorni prima dell’evento, all’ambasciatore russo in Libia, Aydar Aganin. Con i media libici, Khaled si è lamentato del “deterioramento della situazione nel paese, risultato di esiti politici fallimentari” e ha respinto “gli accordi sostenuti da interessi stranieri, causa di una corruzione radicata e di un prolungamento della crisi”. “Di recente, sia Belqasim sia Khaled si sono opposti pubblicamente all’invio in Tunisia di una delegazione di rappresentanti coinvolti nel dialogo per la riunificazione della Libia e che erano stati inviati da Saddam”, spiega il giornalista libico Mohammed Elgrj. “A quel punto, Boulos ha dovuto telefonare a entrambi i fratelli per calmarli”.
Erano anni che si attendeva che un presidente degli Stati Uniti tornasse a intervenire in Libia. Si credeva che gli americani, dopo l’attentato di Bengasi del 2012 che portò alla morte dell’ambasciatore Christopher Stevens – una ferita ancora aperta per Washington – fossero finalmente decisi a impartire una svolta. Per Lacher, è finita con un pasticcio diplomatico: “Non ritengo che le attuali iniziative statunitensi in Libia riflettano un interesse serio e di alto livello da parte dell’Amministrazione Trump”, dice l’esperto. “Boulos somiglia a qualcuno che sta valutando svogliatamente un’auto senza essere seriamente interessato ad acquistarla”.