Israele e Libano hanno continuato a parlarsi mentre l’esercito israeliano proseguiva la sua avanzata e la distruzione delle roccaforti di Hezbollah, il gruppo sciita cresciuto e nutrito da Teheran. Nabih Berri è una delle poche autorità libanesi a parlare direttamente con il capo di Hezbollah, Naim Qassem. Berri è sciita, come Qassem, come Hezbollah, è il leader del partito Amal e il presidente del Parlamento e anche lui pareva scettico sulla possibilità che il gruppo in guerra contro Israele potesse accettare un cessate il fuoco in cambio della promessa che a Beirut sarebbero stati risparmiati nuovi attacchi. Oggi, è stato invece il suo portavoce, Ali Hamdan, a dire ad Axios che già domenica scorsa, Berri avrebbe fatto sapere all’Amministrazione americana che Hezbollah è pronto a un cessate fuoco immediato e totale. Gli spifferi spesso sono tentativi di spinte e mentre la paura di un forte bombardamento contro Beirut si faceva sempre più concreta, il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato di aver parlato sia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu sia con Hezbollah e di aver concluso che Tsahal non attaccherà la capitale libanese né le sue truppe cercheranno di raggiungerla. Secondo il presidente americano, il gruppo sciita “ha concordato che tutti gli scontri a fuoco cesseranno: Israele non li attaccherà e loro non attaccheranno Israele”.
La fine della guerra in Iran in queste ore si negozia in Libano. Questo è il messaggio che la Repubblica islamica ha mandato oggi quando l’agenzia Tasnim ha fatto sapere che il regime iraniano intendeva bloccare i colloqui con gli Stati Uniti in corso per definire i dettagli del memorandum che aprirà a un periodo di cessate il fuoco di sessanta giorni, in cui Washington e Teheran dovrebbero affrontare le parti più importanti per la definizione di un accordo sulla fine di ogni ostilità. Secondo Tasnim, il regime non avrebbe accettato ulteriori contatti fino a quando i soldati di Tsahal non smetteranno di avanzare dal sud del Libano e i caccia di Israele non smetteranno di bombardare il paese, perseguendo l’eliminazione di Hezbollah. La guerra in Libano è iniziata quando il gruppo sciita ha preso a bombardare Israele, come ritorsione per l’eliminazione della Guida suprema, Ali Khamenei. Da quando però il presidente americano Donald Trump continua a estendere il cessate il fuoco con il regime iraniano, per gli israeliani, il conflitto contro Hezbollah ha smesso di essere una conseguenza di quello in Iran, ha preso le forme di una guerra separata, da vincere a ogni costo. (Flammini segue nell’inserto IV)
E i costi sono altissimi. Per la popolazione libanese morta, ferita o sfollata. Per i soldati israeliani, che continuano a essere bersaglio dei droni in fibra ottica di Hezbollah. Per la popolazione israeliana che vive nel nord del paese e subisce di nuovo gli attacchi del gruppo sciita. La scorsa settimana Israele ha cominciato la sua avanzata in Libano, prendendo alture, villaggi, penetrando massicciamente per dimostrare che questa volta è disposto ad arrivare a molto.
La Repubblica islamica dell’Iran ha l’obiettivo opposto di Israele: vuole che i due fronti continuino a essere percepiti come uniti. Nella comunità dell’intelligence israeliana c’è scetticismo sul fatto che il regime abbia davvero tentato di congelare i colloqui con gli Stati Uniti, piuttosto è intenzionato a rimettere al centro un suo elemento di deterrenza: la convergenza dei fronti. Se il regime mostra di non interessarsi più del futuro di Hezbollah, allora il mito del suo sedicente asse della resistenza crolla. Infatti, l’agenzia Tasnim, dopo aver comunicato il blocco dei colloqui, ha minacciato altre possibili conseguenze delle azioni israeliane in Libano: Teheran e il suo asse della resistenza sono pronti a reagire nello Stretto di Hormuz, ad attivare altri fronti come lo Stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso, quindi una risposta collettiva.