Il nodo cinese dell'Ue

La Commissione si riunisce per decidere la strategia contro Pechino. In molti si sfilano

30 MAG 26
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Ieri la Commissione europea ha tenuto l’atteso dibattito d’orientamento sulle relazioni Ue-Cina. Nello stringato comunicato finale c’è la formula dell’approccio “de-risking, non decoupling”, si menziona il dialogo con un “partner cruciale” ma si sottolinea anche che “l’attuale situazione delle relazioni commerciali e di investimento non è sostenibile”. Si tratta di un equilibrismo linguistico della Commissione che riflette l’impasse politica sulla strategia di sicurezza da usare con Pechino: da una parte il deficit commerciale con l’Ue che ha raggiunto i 360 miliardi di euro nel 2025, in crescita di un quinto rispetto all’anno precedente, dall’altro i singoli stati che temono di agire concretamente perché li espone a potenziali conseguenze economiche. 
Il caso spagnolo da questo punto di vista è emblematico. La scorsa settimana Madrid aveva sottoscritto un non-paper a guida francese, insieme a Italia, Paesi Bassi e Lituania, chiedendo all’Ue di preparare strumenti commerciali più aggressivi contro le pratiche sleali di Pechino, compresa la possibilità di introdurre quote tariffarie settoriali. Ieri però il ministro dell’Economia spagnolo, Carlos Cuerpo, ha smentito qualsiasi adesione politica al documento, sostenendo che si trattava di un confronto solo tecnico. La Spagna intrattiene rapporti privilegiati con la Cina – il premier Pedro Sánchez è stato già quattro volte a Pechino – e ha preferito fare un passo indietro. Nei giorni scorsi sui media italiani si è parlato anche di un’altra visita a Pechino della presidente del Consiglio Giorgia Meloni entro il 2026. Anche la Germania, tradizionalmente orientata al libero scambio e con una fortissima dipendenza dall’export verso la Cina, non ha firmato il non-paper francese e guarda con sospetto a qualsiasi escalation protezionistica.
Del resto il messaggio cinese è arrivato chiaro a Bruxelles, e soprattutto ai governi degli stati membri, sotto forma della più classica tattica dell’amplificazione delle divisioni interne all’Ue: ieri l’account economico Yuyuan Tantian della Cctv cinese ha usato alcune “fonti esclusive anonime” (cioè messaggi ufficiosi da Pechino) per descrivere le possibili contromisure cinesi. Pechino, si legge, sarebbe pronta ad aprire indagini antidiscriminazione e sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento contro i prodotti europei, con una lista di settori nel mirino tutt’altro che casuale: cosmetici francesi, vini, carni e beni di lusso, pilastri industriali di Francia, Italia, Germania e Spagna, cioè paesi con un peso decisivo nelle votazioni di Bruxelles. La prossima settimana il dossier arriverà al G7 di Evian e poi al Consiglio europeo di giugno. La Commissione promette misure più “robuste e coerenti”, ma finché ogni stato membro calcolerà separatamente il proprio rischio di ritorsione, l’Europa rischia di presentarsi al tavolo con una strategia comune solo sulla carta.