Chi firma per primo tra America e Iran? Tempi stretti per tutti

I mercati globali hanno già perso oltre un miliardo di barili di produzione del Golfo persico dall’inizio del conflitto. Se Hormuz resta chiuso oltre fine giugno, le scorte scenderanno a livelli tali da innescare una spirale di prezzi capace di destabilizzare l’economia globale

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I negoziatori americani e iraniani hanno un testo. Gli iraniani lo hanno siglato e hanno comunicato ai mediatori di essere pronti a firmare. Donald Trump ha risposto che voleva un paio di giorni per pensarci e quel tempo è passato, ma la firma non è arrivata. Nel frattempo le forze dei due paesi si sono scambiate droni, missili e attacchi aerei due volte in cinque giorni. Questa non è una crisi negoziale: è la struttura di un processo che si è inceppato nel punto più fragile (l’intervallo tra il sì di principio e la firma), mentre la finestra economica che rende l’accordo necessario si chiude più in fretta di quella diplomatica. Il memorandum d’intesa in discussione prevede sessanta giorni di cessate il fuoco esteso, riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, rimozione delle mine iraniane, alleggerimento graduale del blocco navale americano. E’ un accordo minimale. Nucleare, missili e milizie regionali finanziate da Teheran sono rinviati a un negoziato successivo. La vaghezza sui punti sostanziali non è un difetto del documento ma la condizione perché qualcosa possa essere firmato.
Il problema è che il tempo si sta esaurendo dall’esterno, non dall’interno del negoziato. Secondo valutazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia, i mercati globali hanno già perso oltre un miliardo di barili di produzione del Golfo persico dall’inizio del conflitto. Se Hormuz resta chiuso oltre fine giugno, le scorte scenderanno a livelli tali da innescare una spirale di prezzi capace di destabilizzare l’economia globale: una scadenza di settimane, non una proiezione di lungo periodo. La struttura della trappola negoziale è questa: più Trump appare ansioso di chiudere (i sondaggi ai minimi, i prezzi energetici in forte crescita dal 28 febbraio, le elezioni di metà mandato in autunno), più Teheran si irrigidisce. L’Iran ha già dimostrato di poter reggere sei settimane di blocco navale senza modificare la propria posizione. Ha anche dimostrato qualcosa di più rilevante e meno discusso: secondo stime dell’intelligence americana citate da analisti di Defense Priorities, circa il 70 per cento delle scorte missilistiche e dei lanciatori iraniani è sopravvissuto alla campagna aerea. Se il dato è accurato, e la sua provenienza lo rende plausibile, la degradazione dell’arsenale convenzionale iraniano, unico obiettivo della campagna che sembrava parzialmente conseguito, è stata molto inferiore a quanto proclamato. Con il 70 per cento dei lanciatori intatti e una capacità di ricostruzione potenzialmente sostenuta da Russia via Mar Caspio e Cina, Teheran non negozia da una posizione di debolezza militare.
Questo aiuta a capire perché Teheran negozia come un attore che non si percepisce sconfitto. I fondi congelati all’estero sbloccati integralmente e senza condizioni, la sovranità rivendicata sullo Stretto, il nucleare fuori dall’accordo attuale: non sono aperture negoziali ma posizioni di partenza. Sul versante americano, i falchi del Partito repubblicano hanno già avvertito Trump di non cedere, e la destra oltranzista legge ogni concessione come resa. Trump è stretto tra la necessità economica di chiudere e il costo politico di farlo nei termini disponibili. Il rischio specifico di questo momento, diverso da quello dei giorni scorsi, è che ogni ora senza firma rafforza simmetricamente gli argomenti di chi sostiene che l’accordo non vada firmato: sull’ala dura americana il segnale è che si possono strappare condizioni migliori resistendo; sul fronte iraniano più intransigente il segnale è che Trump non firmerà mai e che cedere su posizioni di forza è inutile. Le due letture si alimentano a vicenda.
Ci sono due scenari di chiusura, entrambi peggiori di quello attuale. Se Hormuz resta chiuso oltre fine giugno, la pressione energetica supera la soglia di tolleranza e Trump firma, ma con meno leva, perché il mercato avrà già prezzato la disperazione. Se il prossimo round di scontri producesse un incidente che nessuno riesce a contenere come difensivo, il memorandum diventerebbe politicamente impraticabile. Il memorandum rinvia tutto ciò che conta, nucleare, missili, controllo dello Stretto, ma resta l’unico testo disponibile. E ogni giorno senza firma lo rende insieme più necessario e più difficile.