Esteri
Adelante, Pedro, con juicio •
Il baraccone del campo largo nostrano rifletta sul “modello” Sánchez
La sinistra italiana si è intruppata volentieri nel mito del socialismo spagnolo, ma le avventure dell'attuale primo ministro e di Zapatero mostrano quanto quel riferimento sia fragile
28 MAG 26

Zapatero e Sánchez (foto Ansa)
Andrea Minuz è l’egemonia fatta persona, e sa che egemonia fa rima con ironia. Ha lanciato su X “Il tesoro di Zapatero” come titolo di un film neowestern all’italiana. Solo che quel vecchio ed egregio nemico di questo giornale, fin dai tempi della movida e della boda gay, va considerato con indulgenza garantista nonostante quella storia di gioielli, riciclaggi, progetti di fuga a Caracas e altro che lo coinvolge di petto. Forse si può mostrare una certa Schadenfreude, gioia al cospetto dei guai degli altri, pensando alla politica estera palestineggiante e antisraeliana, ma proprio alla Francesca Albanese, di quella che sarebbe sconsiderato, anche per rispetto dell’alleata Elly, presentare come una banda di ladri. Anzi. Luciano Capone mi ricorda che per Zapatero “essere socialista vuol dire avere poco e dare tanto”.
E facciamogli fiducia, a lui e a Begonia Sánchez, un’eroina degna delle crisi di nervi sull’orlo dell’abisso di un altro Pedro, l’elettrico Almodóvar, con l’avvertenza che la corruzione della politica non è il nostro scandalo preferito, quando si tratti di una buona politica (lo abbiamo letto nella Treccani e nei “Discorsi” di Machiavelli, oltre che in Croce), può essere un’aggravante quando si fa politica per lucrare il consenso idiota di masse diseducate e ideologizzate dalla fantasmagoria schifosa del genocidio ebraico (in senso attivo, ché quello passivo è stato dimenticato). Dunque Sánchez, signora mia, come facciamo a intestargli, ora che è anche andato a molestare il Papa Leone, la nuova Internazionale pacifista e antisemita?
Da anni il simpatico erede di Zapatero sovrintende con voti delle Cortes un po’ abusivi a una Spagna che cresce perché lui non fa rigorosamente nulla, nemmeno la legge di Bilancio. Così cresce anche il suo mito di bellâtre in camicia bianca a disposizione di tutte le fandonie che non decollano più nemmeno dalle basi americane.
Elly, la Albanese e il Buonconte si sono veramente intruppati* bene, insieme con i gemelli Sanders di avuesse e il quotidiano fattuale che non si può nominare, un’alleanza riformista da paura, rilevante per lo sfondo antigiudaico, sono i nuovi matamoros della commedia dell’arte spagnola, salvo che al posto dei moros ci sono i judíos. Se Ben-Gvir “ci ha fatto un favore”, come ha detto (sentito con le mie orecchie) l’ottima Tiziana Panella su Cairotv, il tesoro di Zapatero e le avventure di Pedro, altro titolo, ci hanno parecchio rallegrato in tempi così tristi in cui è una sfida encomiabile attenersi all’ottimismo. Non lo confesseremmo mai in pubblico, perché qui si discute tra privati lettori e scribacchini, e perché non abbiamo il candore di Tiziana, ma è così. A parte i toni scherzosi, che non guastano, c’è qualcosa da rivedere nelle alleanze strategiche in Europa. Meloni dovrebbe distanziarsi ancora un poco di più da Vox, e preferire come sembra intenzionata a fare i Popolari di Merz all’AfD di Weidel, ma non è l’unica a dover percorrere il cammino di Santiago del realismo e della buona politica. C’è anche il cammino di Pedro per il campo largo baraccone. Adelante dunque, con giudizio.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
