Un giornalista americano che per anni ha lavorato in Cina come caporedattore dell’agenzia di stato Xinhua e come commentatore politico è stato arrestato a febbraio dall’Fbi con l’accusa di aver operato come agente del governo cinese senza notificarlo alle autorità americane, reclutando fonti e scrivendo rapporti politici per Pechino. La notizia del suo arresto era già circolata, ma ieri sono stati resi pubblici i dettagli dell’indagine, in un caso rilevante perché dimostra come la Cina sia in grado di costruire reti di influenza attraverso giornalisti, accademici e consulenti senza che certe attività raggiungano la soglia formale dello spionaggio, e dunque senza che scattino i meccanismi di risposta tradizionali. E’ un tema aperto in Europa, quello dei commentatori che sposano la propaganda filorussa o filocinese, ma ancora poco affrontato formalmente dai comparti della sicurezza nazionale, come parte di una guerra cognitiva più ampia e codificata.
Il primo problema è confondere o sovrapporre la spia con l’agente d’influenza. Il giornalista americano Thomas Weir Pauken II, secondo gli atti depositati alla Corte distrettuale della Virginia, avrebbe agito sin dal 2019 sotto la direzione di una donna, “Cathy”, ritenuta un agente del ministero della Sicurezza di stato cinese: individuava americani con accesso a informazioni sensibili, gli forniva dispositivi cifrati e facilitava la trasmissione a Pechino di rapporti su politica, economia e figure di rilievo. Ieri il suo avvocato ha diffuso in comunicato in cui ha precisato che “il signor Pauken non è accusato di spionaggio o di gestione impropria di informazioni classificate”, ma di aver “svolto attività professionale per un governo straniero senza aver prima completato la documentazione necessaria”. Era un lavoro legittimo d’influenza insomma, solo non dichiarato.
La differenza serve a capire quanto i paesi senza un’adeguata legislazione siano vulnerabili alla zona grigia. Nicholas Eftimiades, ex funzionario del dipartimento della Difesa americano e uno dei più ascoltati analisti sull’intelligence cinese, oggi presidente di Shinobi Enterprises, spiega al Foglio che i servizi di intelligence e l’apparato politico della Cina “sono impegnati in operazioni di spionaggio e di influenza occulta in tutto il mondo. La distinzione tra queste due attività è che lo spionaggio mira a ottenere informazioni classificate straniere”, mentre le operazioni di influenza occulta “non riguardano informazioni classificate”, ma anch’esse “vengono svolte in segreto e sono progettate per modificare leggi o politiche di un paese al fine di favorire la Repubblica popolare cinese”. Nei sistemi democratici molti individui, organizzazioni e imprese cercano di influenzare la politica, “la differenza con le operazioni di influenza cinesi è che queste ultime avvengono in modo segreto e su direttiva di un governo straniero. Il soggetto coinvolto agisce quindi come agente straniero per conto di Pechino. Negli Stati Uniti, questo comportamento viola il Foreign Agents Registration Act, approvato nel 1938 per contrastare la propaganda occulta nazista nel paese”.
Spionaggio e operazioni di influenza occulta però “non vanno visti come una contrapposizione binaria, ma piuttosto come punti diversi lungo un continuum dell’attività statale segreta”, dice al Foglio Nigel Inkster, ex direttore delle operazioni e dell’intelligence dell’MI6 britannico e oggi uno degli analisti più influenti sulle attività d’intelligence cinesi. Anche secondo Inkster “la cultura politica del Partito comunista cinese è radicata nella clandestinità, il che significa che le attività segrete di ogni tipo sono normalizzate in misura tale che non sarebbe considerata accettabile nelle democrazie liberali. Per questo le attività clandestine, incluso lo spionaggio, non sono solo prerogativa dei servizi di intelligence cinesi, ma vengono svolte da una vasta gamma di organizzazioni del Partito e anche non statali”.
Secondo Eftimiades la Cina dispone “del più esteso apparato al mondo dedicato alle operazioni di influenza estera occulta. Come Mao, anche Xi Jinping ha definito il dipartimento del Lavoro del Fronte unito una ‘arma magica’”. Il dipartimento “conta decine di migliaia di dipendenti e milioni di cittadini cinesi nel mondo sono tenuti a sostenere le attività del Fronte unito. Questo include oltre 95 milioni di membri del Partito, le imprese di stato, le aziende cinesi, nonché organizzazioni e associazioni non profit”. Eftimiades cataloga le operazioni del Fronte Unito in tre categorie: la propaganda online, con l’uso dei media (anche social) per influenzare l’opinione pubblica estera; poi l’influenza politico-economica, con pressioni, incentivi o accesso al mercato per orientare decisioni di politici, aziende e accademici, e infine la repressione transnazionale, con il monitoraggio e l’intimidazione di oppositori anche all’estero. Eppure, mentre lo spionaggio come concetto è ben compreso, dice Inkster, “l’influenza è una zona grigia. Le leggi sulla registrazione degli agenti stranieri servono quindi a distinguere tra chi sostiene apertamente uno stato estero, cosa legittima, e chi lo fa in modo occulto, cercando di nascondere i propri legami, cosa che non lo è. Queste norme sono utili anche nei procedimenti per spionaggio, dove dimostrare la colpevolezza può essere difficile se l’agente non viene colto sul fatto o non confessa”. Negli ultimi anni però alcuni paesi hanno usato l’accusa di “agente straniero” per scopi diversi: “Gli stati autoritari usano queste leggi per reprimere attività legittime come chi lavora sui diritti umani”, dice Inkster al Foglio. “Ma è proprio qui che, nelle democrazie liberali, la separazione dei poteri dovrebbe offrire protezione contro gli abusi dello stato. Ovviamente non esistono garanzie assolute che questa o altre leggi non vengano strumentalizzate, ma nelle società aperte questo è molto più difficile”.