La linea rossa di Xi Jinping

Trump nella capitale cinese accetta le regole d’ingaggio del leader del Partito comunista pur di rivendicare il “miglior rapporto” mai avuto dall’America con la Cina. Il prezzo per Taiwan e le democrazie

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14 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:45 AM | 15 MAY 26
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La prima cosa che ha fatto il leader cinese Xi Jinping, all’avvio del vertice storico con gli Stati Uniti a Pechino, è stata tracciare i confini del confronto, fissando una sola linea rossa: Taiwan. Davanti al presidente americano Donald Trump e alla gigantesca delegazione arrivata da Washington, il segretario generale del Partito comunista cinese ha avvertito che “la questione di Taiwan”cioè l’isola tutt’altro che “ribelle”, come viene definita spesso dai media di regime, ma democratica e de facto indipendente e che il Partito comunista cinese non ha mai governato, “è la questione più importante nei rapporti tra Cina e Stati Uniti”. Se viene gestita bene, ha detto Xi, “le relazioni tra i due paesi potranno mantenere una stabilità complessiva. Se invece viene gestita male, i due paesi potranno scontrarsi o persino entrare in conflitto, spingendo il rapporto bilaterale verso una situazione estremamente pericolosa”. Il giorno prima dell’arrivo di Trump a Pechino, anche l’ambasciata cinese a Washington aveva diffuso sui suoi social un’immaginetta esplicativa, con più linee rosse, addirittura quattro, che “non devono essere oltrepassate”: la questione di Taiwan, democrazia e diritti umani, il modello politico cinese e il diritto della Cina allo sviluppo. Pechino ha posto le regole del dialogo per dare vita a una “relazione costruttiva delle relazioni di stabilità strategica fra Cina e Stati Uniti”, un’espressione nuova sebbene dal consueto tono oracolare, tipico delle formulazioni del Partito, che sinologi e analisti di relazioni internazionali stanno cercando di interpretare.
Il clima del primo giorno di visita a Pechino è stato solenne e cordiale, e quindi un successo per entrambi: Xi detta le regole d’ingaggio, Trump può rivendersi una relazione che non è mai stata così di successo prima. E’ un bluff da parte di entrambi. Quando un giornalista, fuori dal Tempio del Cielo dove il capo del mondo libero è stato accompagnato dal capo della prima potenza del mondo autoritario (nel 2017 Trump aveva visitato la Città proibita, quindi cambio di tour), ha domandato ai due se avessero parlato di Taiwan, il presidente americano ha fatto finta di non ascoltare. Anche nel comunicato ufficiale della Casa Bianca sul primo incontro bilaterale fra i due leader la questione Taiwan è come se non fosse mai stata affrontata. Ma l’avvertimento di Xi – e dei media cinesi – era stato piuttosto chiaro, e potrebbe costringere gli Stati Uniti a posticipare ancora, per esempio, la consegna del pacchetto da 11 miliardi di dollari in forniture militari all’isola. Il governo taiwanese ha reagito quasi in tempo reale alle dichiarazioni arrivate da Pechino. 
Il ministero degli Esteri di Taiwan ha definito la Cina “l’unico rischio per la pace e la stabilità regionale”, e la portavoce del governo Michelle Lee ha detto alla stampa che il governo di Taipei ritiene che qualsiasi azione che possa “contribuire alla stabilità regionale e gestire i rischi derivanti dall’espansione autoritaria” debba essere vista in modo positivo. L’obiettivo di Trump, del resto, era commerciale: ha annunciato che Xi avrebbe accettato di ordinare duecento aerei Boeing: “Si tratta di molti posti di lavoro”. Poi ha detto pure che il leader cinese avrebbe offerto il suo aiuto per raggiungere un accordo sull’Iran: “Ha detto: ‘Se posso essere d’aiuto in qualche modo, vorrei dare il mio contributo’”, ha riferito Trump ai giornalisti. Solo che poi è arrivato il segretario di stato americano Marco Rubio – che un tempo guidava il gruppo di falchi anticinesi al Congresso, sanzionato nel 2020 da Pechino per questo – a smentire il suo stesso capo: in un’intervista alla Nbc ha detto che Washington “non ha bisogno del loro aiuto”, e poi ha chiarito che la posizione del governo americano su Taiwan “non cambia”, perché “dal nostro punto di vista, qualsiasi cambiamento forzato dello status quo in questa situazione sarebbe negativo per entrambi i paesi”.
Fuori dalla rigidità dei comunicati ufficiali, il vertice di Pechino ha avuto anche i suoi lati più leggeri e virali. Sui social, soprattutto in Cina, si è discusso molto del banchetto di stato offerto a Trump, del menù servito e persino del dettaglio del presidente americano, notoriamente astemio, che viene mostrato mentre beve vino. Le star della serata erano però i ceo americani, e in particolare Elon Musk, che in Cina continua a godere di una popolarità trasversale nonostante le tensioni politiche. Protagonista di un cortocircuito farsesco: i media statali hanno rilanciato con entusiasmo una sua dichiarazione su X in cui annunciava che il figlio, in viaggio con lui, aveva iniziato a studiare mandarino. Il post originale di Musk era però una risposta al Maestro Li, il dissidente-giornalista residente in Italia che negli ultimi cinque anni ha creato un gigantesco apparato di contronarrazione per bucare la censura e la propaganda di Pechino, trasformandosi di fatto, oggi, nel nemico pubblico numero uno del Partito comunista cinese (e per questo monitorato e protetto dall’intelligence italiana). Un passaggio completamente rimosso da tutte le ricostruzioni dei media cinesi. Rimosso come il tema della scarcerazione di Jimmy Lai e di tutti i prigionieri politici di Pechino. Il prezzo che Trump è forse disposto a pagare pur di far tornare America e Cina a parlarsi.