Gli Emirati lasciano l’Opec. Iran sempre più isolato e il regime sempre più in ginocchio

La retorica di una vittoria iraniana sembra sempre più fragile. Il terzo produttore Opec rompe con il cartello petroliferio per cercare più autonomia, più protezione americana e dare sollievo al mercato globale. A causa del blocco americano ora all'Iran restano 12-22 giorni di stoccaggio prima di iniziare a chiudere i pozzi

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29 APR 26
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59 anni. Tanto è durata l’appartenenza degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, da quando Abu Dhabi aderì nel 1967. Ieri, però, il matrimonio è finito, contemporaneamente a quello con Opec+, attraverso un breve comunicato del ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail al Mazrouei: “No, l’Arabia Saudita non è stata consultata”. Da anni il rapporto tra i due paesi non si ricompone a causa dei dissidi su Yemen, Sudan e quote petrolifere. Alla Cnn, al Mazrouei ha spiegato che adesso “il momento è giusto perché lo Stretto di Hormuz è chiuso e l’impatto sul mercato sarà limitato. Aumenteremo gradualmente la nostra produzione per fornire i mercati globali, una volta che la libertà di navigazione sarà ristabilita”. 
Si tratta della più grande defezione nella storia del cartello. Qatar e Angola erano usciti nel 2019 e nel 2024, ma il Qatar produce soprattutto gas e l’Angola è un produttore marginale. Gli Emirati, invece, sono il terzo membro dell’Opec per produzione, con più di 3 milioni di barili al giorno e una capacità che Adnoc, la compagnia petrolifera statale emiratina, punta a portare a 5 milioni entro il 2027. Restare dentro un cartello che li costringeva a quote da 3,2 milioni barili era diventato un vero e proprio limite per il paese, che, per l’appunto, ha la capacità di produrre circa 1,8 milioni di barili in più al giorno rispetto agli attuali (solo questo scarto di 1,8 equivale all’export petrolifero dell’Iran tramite Hormuz). Così, quando lo stretto riaprirà, Abu Dhabi sarà libera di immettere greggio senza chiedere permessi.
Ma tra i moventi dell’uscita ci sono anche la difesa e la sicurezza: durante la guerra gli Emirati sono stati tra i paesi del Golfo più esposti agli attacchi iraniani. Mentre gli Emirati chiedevano una risposta più dura, l’Oman e l’Arabia Saudita cercavano vie d’uscita diplomatiche. Ma la guerra ha mostrato ad Abu Dhabi che la sua sicurezza dipende più dalla rete americana e occidentale che dalla solidarietà automatica del Golfo. L’Iran può presentare Hormuz come la prova della propria forza, ma l’effetto immediato è che uno dei produttori più importanti del Golfo rompe con l’Opec per cercare più autonomia, più protezione americana e più libertà di produzione. Se questa è una vittoria iraniana, è una vittoria che spinge gli altri a svincolarsi dal vecchio equilibrio arabo-saudita e a prepararsi a produrre di più quando il mercato tornerà praticabile.
Per l’Iran si tratta di un danno doppio. Da un lato ha perso un intermediario commerciale: l’hub petrolifero di Fujairah, il principale degli Emirati, era stato per anni uno dei centri del commercio ombra iraniano: il condensato usciva dall’Iran, veniva processato nelle raffinerie emiratine e poi tornava a “casa”. Ma gli stessi pasdaran hanno prima colpito Fujairah con i droni, poi il campo gasiero di Shah e infine paralizzato il complesso di raffinazione di Ruwais. Dall’altro, gli Emirati non vogliono nemmeno più subire il “rischio” iraniano e sanno che un’Opec più debole e frammentata non può più proteggere i produttori più fragili, come l’Iran. Così, aumentando l’offerta globale di petrolio, Abu Dhabi punta a ridurre il potere di Teheran di influenzare i prezzi, ridefinendo le regole delle minacce energetiche in modo sgradito proprio all’Iran. Con l’aumento dell’offerta gli Emirati ridurrebbero sia l’incertezza economica globale sia il potenziale strategico dell’Iran che punta a sfruttare proprio quelle tensioni e carenze globali all’interno dei negoziati.
Lunedì il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sorpreso tutti e ha detto che l’Iran sta umiliando gli americani, facendoli viaggiare fino a Islamabad per poi lasciarli tornare senza risultati e negoziando “con grande abilità, o piuttosto con grande abilità non negoziando”. Sarà. Ma l’arma di Hormuz funziona anche contro chi la impugna. Il blocco americano ha compresso le esportazioni di Teheran da circa 1,85 milioni di barili al giorno a meno di 600 mila, costringendo il paese a un’impennata di 4,6 milioni di barili di inventario nazionale che ora sfiora il limite strutturale dei suoi stoccaggi. Gli spazi utilizzabili dovrebbero bastare per 12-22 giorni. Una volta finiti questi, al regime iraniano non resterebbe che chiudere i pozzi vecchi, la cui produzione declina del 5-8 per cento l’anno. La guerra, poi, sta mettendo in ginocchio l’Iran anche sul fronte del mercato interno. Analisi come quelle di Miad Maleki, ex funzionario del Tesoro americano, mostrano che prima del conflitto l’Iran consumava 126 milioni di litri di benzina al giorno ma ne produceva solo circa 110, coprendo il gap con 15-20 milioni di litri importati al costo di circa 6 miliardi di dollari l’anno. Se non c’è stata finora una crisi visibile della benzina è solo perché durante la guerra la domanda è crollata.
La retorica di una vittoria iraniana sembra sempre più fragile. Trump ha detto che l’Iran avrebbe informato gli Usa di essere in uno “stato di collasso” e di voler riaprire Hormuz “il prima possibile”, segnale che la fissazione di Teheran sul controllo del passaggio marittimo sta diventando più un vincolo che un vantaggio, mentre il posizionamento degli Emirati – anti Iran ma anche distante dai sauditi – ne delinea i contorni di una sconfitta più economica che militare.