Chi ha più fretta di fare un accordo, Teheran o Trump? Dietro a un cessate il fuoco senza data

L'Iran sequestra due navi container gestite da Msc. La via diplomatica è ostacolata dall’incontinenza verbale del presidente americano e dalle divisioni del regime iraniano. Ma al fondo c’è un problema di fiducia

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22 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:43 PM
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Una nave porta container nello stretto di Hormuz (Amory Ross via Getty Images)

Martedì 21 aprile, poche ore prima che scadesse il cessate il fuoco con l’Iran, Donald Trump ha annunciato su Truth una proroga della tregua senza una scadenza. Il presidente americano aveva dichiarato quella stessa mattina, in almeno tre interviste separate, che non avrebbe concesso alcuna proroga e che i militari erano “pronti a colpire”. Poco dopo, le Guardie della rivoluzione iraniane hanno sequestrato due navi mercantili nello Stretto di Hormuz e ne hanno danneggiata una terza con fuoco di artiglieria, secondo quanto documentato dall’Ukmto (United Kingdom Maritime Trade Operations, l’Agenzia britannica di monitoraggio del traffico marittimo). L’inversione a U di Trump nel giro di poche ore non sorprende più nessuno: è lo schema che si ripete per tutta la durata della crisi, e questo è il problema.
I mercati finanziari lo hanno già registrato con una formula interna che circola tra i trader di Wall Street: Taco, acronimo di “Trump always chickens out”, cioè Trump cede sempre. Il Wall Street Journal ha documentato come quattro dei cinque maggiori rialzi giornalieri dell’indice S&P 500 si siano verificati durante la guerra. I mercati scommettono strutturalmente sulla retromarcia presidenziale come fattore di stabilizzazione: una misura oggettiva, espressa in miliardi di dollari, di quanto la credibilità di Trump come attore strategico si sia consumata in cinquantadue giorni di conflitto.
La crisi iraniana ha radici che precedono di molto questa Amministrazione. Il programma nucleare di Teheran era un dossier aperto da decenni, i negoziati si erano arenati su posizioni incompatibili e l’asimmetria di vulnerabilità israeliana rispetto a una potenza nucleare emergente aveva una dimensione che nessuna formula diplomatica aveva risolto. Nella fase attuale quella crisi si è saldata indissolubilmente alla vicenda politica del presidente, con conseguenze che si ripercuotono sull’intero sistema di alleanze occidentali. Cinquantadue giorni di operazioni hanno inflitto all’Iran danni convenzionali enormi, ma le Guardie della rivoluzione restano operative, il patrimonio tecnico-scientifico nucleare è disperso tra migliaia di tecnici non tracciabili, e lo Stretto di Hormuz è ancora saldamente sotto controllo iraniano. Lo dimostrano i fatti del 22 aprile: mentre Trump annunciava l’estensione del cessate il fuoco, motovedette delle Guardie della rivoluzione hanno sequestrato due navi container in transito e ne hanno danneggiata una terza con fuoco di artiglieria, senza alcun preavviso radio. Il Washington Post ha ricostruito che i mediatori pachistani erano furiosi con Teheran per il rifiuto di presentarsi all’ultimo minuto ai colloqui di Islamabad: l’Iran gestisce il dossier su più tavoli, usando la pressione militare mentre lascia aperto il canale diplomatico. Intanto, per gli Stati Uniti, un’ulteriore escalation militare sarebbe difficile da gestire: un’invasione di terra comporterebbe perdite umane in un conflitto che due terzi degli americani già disapprovano; colpire infrastrutture civili violerebbe il diritto internazionale umanitario; le scorte di alcuni missili di precisione sono sotto pressione. L’Amministrazione ha bisogno che la minaccia militare resti credibile per preservare la leva negoziale, ma esercitarla ha un costo politico interno che appare insostenibile.
La via diplomatica rimane quindi la sola percorribile, ma il comportamento comunicativo presidenziale è diventato un ostacolo autonomo rispetto agli ostacoli già esistenti sul tavolo. La fonte più autorevole su questo punto non è un commentatore ostile: sono i negoziatori americani stessi. Funzionari dell’Amministrazione hanno ammesso privatamente alla Cnn che i post presidenziali sui social sono stati “deleteri per i negoziati”, perché Trump attribuiva pubblicamente all’Iran concessioni che Teheran non aveva ancora formalizzato. Il 18 aprile, in una sola giornata, ha rilasciato fino a sette dichiarazioni contraddittorie affermando tra l’altro che lo Stretto era già riaperto. Il giorno dopo l’Iran ha smentito sul campo: lo Stretto è rimasto chiuso e Teheran ha annunciato che non avrebbe partecipato alla seconda tornata di negoziati a Islamabad. Il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha sintetizzato: “Parla troppo”.
Sotto questa difficoltà tattica ne giace una più profonda, identificata dal New York Times: il problema della fiducia. L’Iran ha ragioni storiche concrete per diffidare della parola di Trump. Nel primo mandato il presidente aveva abbandonato il Jcpoa (l’accordo sul nucleare del 2015 firmato da Barack Obama con Iran, Russia, Cina, Francia, Germania e Regno Unito) senza che Teheran avesse violato i termini dell’intesa. Poi, durante i colloqui esplorativi di febbraio 2026 a Ginevra, aveva già ordinato i bombardamenti mentre i negoziati erano ancora aperti. Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace ha scritto che il livello di fiducia tra Washington e Teheran “è sempre stato molto basso, ma ora è inesistente”. La delegazione americana, priva di diplomatici di carriera e affidata a Vance con Steve Witkoff e Jared Kushner come negoziatori, non sembra in grado di offrire le garanzie irreversibili che l’Iran esige come precondizione per qualsiasi concessione sul nucleare.
Sul piano della politica interna i dati sono altrettanto chiari. Tre sondaggi pubblicati il 21 aprile collocano il gradimento presidenziale tra il 33 e il 36 per cento, con una disapprovazione media del 62 per cento, livello superiore persino ai minimi post 6 gennaio 2021. La traiettoria è più preoccupante del numero: Aaron Blake della Cnn ha documentato che il calo era in corso già prima della guerra, e che la guerra lo ha accelerato sommandosi a una sfiducia sulla gestione economica già strutturale. L’Economist stima al 95 per cento la probabilità che i democratici conquistino la Camera alle elezioni di metà mandato a novembre: una Camera democratica insediata a gennaio 2027 potrebbe bloccare le autorizzazioni di spesa militare e attivare la supervisione parlamentare, trasformando una sconfitta elettorale in autunno in una perdita di controllo sugli strumenti militari e di spesa nella primavera successiva. Trump deve trovare un accordo solido prima che il Congresso gli possa togliere gli strumenti per farlo rispettare, con l’inflazione già tornata al 3,3 per cento a marzo.
Sul fronte delle alleanze il deterioramento è documentato con la stessa nitidezza. La Cnn ha ricostruito come Trump abbia forzato la mano a Netanyahu in almeno cinque occasioni distinte, dall’accordo con Hamas a Gaza all’imposizione del cessate il fuoco in Libano del 17 aprile, del quale gli israeliani hanno appreso da un post presidenziale prima che dal loro primo ministro. Haaretz ha scritto che Trump è diventato “l’arbitro finale, se non esclusivo” delle scelte strategiche israeliane. La divergenza di fondo rimane irrisolta: Washington vuole un accordo nucleare che consenta di dichiarare vittoria entro l’estate, mentre Israele vuole lo smantellamento dei missili e delle reti proxy iraniane, obiettivi che richiederebbero un inasprimento militare che Washington non è disposta a sostenere. Un accordo che soddisfi Trump rischia di lasciare Israele con un Iran rilegittimato dalla narrativa della resistenza, ancora in possesso delle capacità missilistiche che Gerusalemme considera la minaccia principale.
Reuters ha riportato che i paesi del Golfo temono che il negoziato finisca per cementare la presa iraniana sullo Stretto anziché smontarla, con le trattative spostate dai missili ai livelli di arricchimento dell’uranio. Sul Monde, l’economista Adam Posen ha offerto la cornice più lucida del cambiamento in atto: gli Stati Uniti erano stati per decenni l’assicuratore dell’ordine economico globale, e quella funzione si è trasformata in qualcosa che Posen chiama logica da racket, protezione condizionata e revocabile anziché garantita: un assicuratore che cambia i termini della polizza retroattivamente non riduce il rischio degli assicurati, lo moltiplica.
Entrambe le parti subiscono i costi di questa situazione, eppure nessuna sembra disposta a cedere per prima. David Ignatius, sul Washington Post, ha sintetizzato il paradosso: ciascuna parte è convinta che sia l’avversario ad avere più fretta. Teheran impiega il tempo come strumento di pressione sapendo che la tenuta politica americana si misura in mesi; Washington usa le scadenze come leva, poi le revoca. Un cessate il fuoco senza data non attenua l’asimmetria negoziale, ma la consolida a vantaggio di chi ha più pazienza.
Per l’Europa, e per l’Italia, le implicazioni non sono accademiche. I sequestri del 22 aprile mostrano che l’Iran è disposto a inasprire la pressione militare sullo Stretto anche durante un cessate il fuoco formalmente vigente: il blocco navale americano e i sequestri iraniani si alimentano in un inasprimento progressivo che rende ogni accordo parziale strutturalmente instabile. La domanda rilevante non riguarda la capacità di Trump di strappare un qualche accordo, ma se un accordo negoziato con questi metodi, da questa squadra, in questo clima di fiducia azzerata e con questo inasprimento parallelo in mare, possa avere la solidità per reggere. I mercati ci scommettono, e per chi in America ha investito per decenni la propria sicurezza, quella scommessa ha un costo che si paga adesso.