•
Le divisioni dentro il regime iraniano condizionano la guerra dei nervi con l’America
Teheran rinvia, smentisce e poi lascia filtrare aperture. Obiettivo: costringere Washington a scoprire le carte per prima. Dietro il teatro diplomatico, lo scontro interno tra i falchi legati ai pasdaran, contrari a qualsiasi apertura, e i realisti che temono il collasso economico e spingono per un accordo. La partita non è solo con Washington, ma dentro il potere iraniano
di
22 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:56 AM

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance (foto Somodevilla/Getty Images)
Ieri, a poche ore dallo scadere del cessate il fuoco, mentre a Islamabad ordinavano i fiori e preparavano gli alberghi per accogliere le delegazioni, mentre i mediatori rassicuravano ostentando ottimismo e la partenza da Washington del vicepresidente americano J. D. Vance veniva data d’ora in ora come imminente, Teheran continuava a tergiversare. Ufficialmente non confermava la presenza dei suoi negoziatori. “Al momento non abbiamo in programma un nuovo round di negoziati”, diceva il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei. E tutte le comunicazioni da Teheran, che si trattasse di televisione di stato, quotidiani o agenzie di stampa, ribadivano che no, nessuno sarebbe partito, ma si curavano comunque di aggiungere un possibilista “per ora”. E nel frattempo, ufficiosamente, le fonti diplomatiche assicuravano che gli iraniani sarebbero arrivati, che se Vance fosse salito sul suo Air Force 2, avrebbero preso la via di Islamabad anche loro. E a un certo punto al netto delle diatribe su Hormuz, sui porti e sulla petroliera iraniana intercettata dagli americani, è parso che a Teheran premesse anzitutto mettere sull’aereo i suoi dopo Vance, e dimostrare plasticamente di volere l’accordo un po’ meno di quanto lo voglia Donald Trump. Ieri sera il Nyt ha anticipato quanto si sospettava, cioè che Vance sarebbe rimasto a terra e il tavolo a Islamabad sarebbe rimasto vuoto. E poche ore dopo, allo scoccare della scadenza della tregua, Trump ha annunciato che estenderà il cessate il fuoco, impegnandosi a non effettuare attacchi fino a quando i colloqui con Teheran non saranno “conclusi, in un modo o nell’altro”.
“Non accettiamo negoziati all’ombra della minaccia e nelle ultime due settimane ci siamo preparati per rivelare nuove carte sul campo di battaglia”, minacciava l’altro ieri su X il capo della delegazione iraniana Mohammad Bagher Ghalibaf. Aspramente criticato dal falchissimo Said Jalili, Ghalibaf nei giorni scorsi è stato costretto a difendersi dall’accusa di essersi dimostrato troppo accomodante nei confronti degli americani. Nel corso di un’intervista televisiva ha irriso le accuse e ribadito che, nell’interesse nazionale, la via diplomatica e quella militare devono procedere in parallelo, ma i sussurri provenienti da Islamabad dopo il primo round negoziale hanno alluso a liti in seno alla sua delegazione e altre voci che sono filtrate da Teheran nelle ultime settimane hanno evocato l’esistenza di contrasti tra lui e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, da un lato e i vertici delle Guardie della rivoluzione rappresentati da Ahmad Vahidi e Mohammad Bagher Zolghadr, dall’altro. I contrasti sono più o meno veri o verosimili.
Il tasso di disinformazione è molto alto in questo periodo e l’incertezza che circonda gli opachi processi decisionali della Repubblica islamica è esacerbata dal fatto che ci troviamo in una situazione inedita, in cui i poteri e i bilanciamenti tra le diverse cordate sono ancora in via di definizione. Ciò che invece in filigrana si riesce già a vedere è il braccio di ferro tra chi crede che la guerra a oltranza rafforzi il nocciolo duro che sostiene il regime (lo stesso nocciolo che lo sostiene quando la coesione interna si sfilaccia), e l’altra anima del regime, preoccupata che un conflitto a oltranza letale per l’economia finisca per erodere quello stesso nocciolo duro.
Queste ultime fazioni premono per la cosiddetta “normalizzazione economica” e interpretano il compromesso come il passo necessario per raggiungerla. Sono realisti, riconoscono che Teheran ha bisogno di esportare il suo petrolio su larga scala e che, per crescere, la Repubblica islamica deve necessariamente attrarre investimenti e connettersi al sistema bancario internazionale. Questi gruppi ritengono che la chiusura strategica, praticabile a breve termine, non sia né saggia né sostenibile nel medio-lungo periodo e sottolineano che la pressione economica e l’asimmetria delle forze in campo impongono un limite a quello che la resistenza dura e pura può ottenere. La sopravvivenza del regime è il fine per entrambe le fazioni, ciò che le separa è la strategia per garantirla. La normalizzazione economica, obiettano i realisti, non va intesa tanto come una concessione ma come uno strumento per stabilizzare il paese.
Ma l’altro gruppo, quello degli oltranzisti, fa muro a qualsiasi idea di apertura. Teme l’annacquamento del verbo rivoluzionario da una parte e la perdita di status dall’altra. Perché fa parte di un mondo a cavallo tra pasdaran e fondazioni rivoluzionarie che ha fatto fortuna raggirando le sanzioni e sfruttando l’isolamento. Ma nel frattempo i costi della guerra crescono e il dilemma senza una composizione al vertice si fa di giorno in giorno più spinoso. Secondo il viceministro del Lavoro Gholamhossein Mohammad le stime preliminari indicano che la guerra ha già causato la perdita secca di più di un milione di posti di lavoro, ma ha anche sottolineato che, una volta presi in considerazione “gli effetti indiretti”, la disoccupazione legata al conflitto è ancora più grave e investe almeno due milioni di persone. Con la locuzione “effetti indiretti” Mohammad allude alle ripercussioni del blackout di internet che, stando ai dati del suo ministero, starebbe provocando perdite quotidiane da 35 milioni di dollari. (Stando invece alla Camera di Commercio di Teheran, il danno da mancati introiti si attesterebbe intorno agli 80 milioni di dollari al giorno).