L’estradizione degli scafisti in Libia chiama in causa i nostri servizi

Intorno ai calciatori condannati per traffico di esseri umani e omicidio plurimo per la strage di Ferragosto del 2015 si apre una contesa fra Tripoli e Roma che riguarda il dossier immigrazione, gestito interamente da Mantovano

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21 APR 26
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L'incontro di martedì scorso a Roma tra il ministro dell'Interno libico Emad Trabelsi e il generale Giovanni Caravelli dell'Aise

Non c’è riunione ufficiale o colloquio informale tra i funzionari dei governi di Italia e Libia in cui non salti fuori lo stesso argomento. Cosa fare dei quattro “calciatori”. L’ultima volta è stato martedì della scorsa settimana. Il ministro dell’Interno di Tripoli, Emad Trabelsi, è volato a sorpresa a Roma per un paio di incontri informali. Il primo con il suo omologo Matteo Piantedosi. Il secondo con il capo dell’Aise, i nostri servizi di azione esterna, Giovanni Caravelli. Con entrambi Trabelsi ha discusso della sorte dei “calciatori”, i libici arrestati nel 2015 e condannati in Cassazione per quella che è nota come la “strage di Ferragosto”. Quel giorno di 11 anni fa, un barcone salpato dalla Libia affondò a poche miglia da Lampedusa. Morirono 49 persone rimaste intrappolate nello scafo. Una volta a terra, gli interrogatori portarono a identificare otto responsabili, arrestati due giorni dopo la strage. Quattro di questi erano libici, tutti calciatori in fuga dal paese con la speranza – secondo le loro versioni dei fatti – di trovare una squadra in Europa dove giocare. Non secondo la giustizia italiana, che li condannò invece per traffico di esseri umani e omicidio plurimo alla pena di 30 anni di carcere – pena confermata in Cassazione nel 2021.
La vicenda attirò una certa attenzione mediatica per la metodologie delle indagini. Riscontri contrastanti, solo nove testimoni – alcuni diventati poi irreperibili – su 313 sopravvissuti, tempistiche troppo rapide. “Tutto era orientato alla ricerca di un colpevole più che a quella della verità. Uno di loro, Alaa, fu giudicato parte dell’organizzazione solo perché l’avevano visto versare acqua agli altri migranti. Un processo scandalo”, lo definisce oggi al Foglio Claudia Gazzini dell’ong International Crisis Group. Secondo gli stessi giudici, i quattro erano solo l’ultimo anello di un sistema di traffico di uomini che rimase impossibile da identificare ai suoi livelli apicali. Uno dei calciatori, Alaa Faraj, lo scorso anno ha ottenuto una grazia parziale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con oltre 11 anni di riduzione della pena. Alaa, in reclusione, ha scritto anche un libro per Sellerio, “Perché ero ragazzo”, in cui racconta le sue vicissitudini. Finché, un paio di settimane fa, è convolato a nozze con Alessandra Sciurba, ex presidente della ong Mediterranea Saving Humans.
Storie tragiche e d’amore che si intrecciano, ma che viaggiano su piani paralleli rispetto alla vicenda politica, che è quella in cui si iscrive il viaggio di Trabelsi a Roma. A novembre dello scorso anno, il Parlamento ha ratificato un accordo bilaterale tra Italia e Libia per l’estradizione delle persone condannate nei due paesi. Da mesi, i libici chiedono a Roma l’applicazione di questa intesa, a cominciare dalla consegna dei calciatori, che sperano così di ottenere in patria quantomeno gli arresti domiciliari, oltre che la possibilità di incontrare i propri parenti. Il caso monta al punto che la settimana scorsa uno dei calciatori, Mohannad Nouri Khashiba, recluso all’Ucciardone di Palermo, annuncia uno sciopero della fame, si lega la bocca con ago e filo e diffonde sui social un video di protesta, lamenta di essere costretto in isolamento e chiede l’applicazione dell’accordo per l’estradizione.
Nel frattempo, a Tripoli, si mobilitano anche gli Ultras Tehas Boys, un gruppo di tifosi dell’al Ittihad, la squadra di calcio che vanta legami societari con il figlio del premier di Tripoli, Ibrahim Abdelhamid Dabaiba. I Tehas Boys sono un gruppo organizzato violento, lo stesso che un anno fa, in occasione delle finali del campionato libico organizzate a Milano, si era reso protagonista degli scontri in strada con la polizia italiana e che, sempre lo scorso anno, aveva incendiato Tripoli per protestare contro il governo e in particolare contro Trabelsi, con cui i rapporti sono tesi. La scorsa settimana, gli ultras si sono riuniti davanti all’ambasciata italiana a Tripoli mostrando bandiere, gigantografie di Mohannad con la bocca cucita, intonando cori e mostrando striscioni con scritte in italiano: “Libertà per i nostri giocatori nelle carceri italiane”.
Per Trabelsi, riuscire a riportare a casa i detenuti sarebbe un notevole catalizzatore di consensi. Peccato che l’Italia, trattato bilaterale o meno, non sia così ben disposta ad accontentarlo. Interpellato dall’emittente al Ahrar, un funzionario dell’ambasciata libica a Roma ha accusato il ministero della Giustizia italiano di avere bloccato tutto, pretendendo il pagamento di una multa di 120 milioni di euro prima di lasciare ripartire i prigionieri. Una somma astronomica. Ma mentre dal nostro ministero della Giustizia fanno sapere che la richiesta pecuniaria per la liberazione dei calciatori è legittima, al Foglio risulta che il motivo della visita di Trabelsi al capo dei nostri servizi segreti Caravelli è spiegato dal fatto che il dossier è gestito dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, sin dall’inizio della legislatura, ha accentrato nelle sue mani la gestione della politica verso la Libia e la sorte dei calciatori è legata alla politica migratoria del nostro paese. Con l’avvicinarsi della stagione più calda e in previsione del nuovo, ciclico incremento degli sbarchi dei migranti è difficile che il governo italiano abbia qualche interesse a pubblicizzare l’espatrio di quattro trafficanti di esseri umani giudicati colpevoli in terzo grado.