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Negoziato in forse, Trump minaccia l’Iran
Un accordo, o saranno bombardati ponti e centrali elettriche. Lo Stretto di Hormuz e il nuovo potere navale
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20 APR 26

Fotp di Asghar Besharati per AP Photo via LaPresse
Il cessate il fuoco tra Libano e Israele spira nella notte di mercoledì e la riapertura temporanea dello stretto di Hormuz è stata già sottoposta a un’altra prova, nell’attesa che i negoziati indiretti tra Usa e Iran facciano qualche passo avanti sulla questione nucleare e sulle condizioni del libero transito di Hormuz. Intanto, le settimane di conflitto hanno confermato e potenziato tutte le lezioni apprese in quattro anni di fallita invasione russa dell’Ucraina (in termini operativi e di obiettivi raggiunti, fallimento è il termine giusto). Tattica e strategia, dottrina e operatività dei conflitti moderni hanno definitivamente girato la boa della superiorità degli asset tecnologici multidominio su quelli tradizionali terra-mare-cielo. Era già ampiamente dimostrata l’efficacia asimmetria di droni e sistemi antidroni unmanned rispetto ai costosissimi velivoli da caccia da bombardamento che operavano solo in condizioni di predominio raggiunto di spazio aereo, e agli ancor più costosi sistemi di difesa aerea culminati nel sistema Patriot e nell’Iron Dome israeliano a tre livelli diversi di altezza, contro razzi, missili di teatro e missili balistici. In campo marittimo, il conflitto in Ucraina aveva dimostrato come antiquati e armatissimi incrociatori russi come il Moskva potessero finire a picco grazie a missili antinave aggiornati e come i sottomarini classe Kilo potessero essere resi inservibili da piccole piattaforme navali unmanned. Il conflitto in Ucraina ha anche confermato il caos che può derivare a grandi eserciti poco tecnologici come quello russo, quando viene meno l’internet garantito da Starlink di Musk.
L’operazione Epic Fury lanciata contro l’Iran era nata con le stesse premesse della guerra dei 12 giorni del giugno 2025 in cui Usa e Israele colpirono con missili da crociera e bombardamenti aerei gli impianti atomici iraniani. Ma in poco tempo pochi Epic Fury ha mostrato tre evidenze nuove. La dotazione di missili da crociera Tomahawk a bordo dei cacciatorpedinere classe Arleigh Bruk schierati nell’area non poteva reggere a lungo al ritmo di centinaia e centinaia di lanci in pochi giorni. E la Us Navy poteva riservare allo scenario del Golfo al massimo uno dei suoi quattro sottomarini nucleari classe Ohio riconvertiti in maxi piattaforme di lancio di missili da crociera, mentre i nuovi sottomarini nucleari d’attacco classe Virginia V con moduli aggiuntivi per missili da crociera non sono ancora operativi. Analogamente, le continue minacce di Trump per ammorbidire l’oltranzismo dei Pasdaran, rimasti da soli a controllare le operazioni militari dopo l’eliminazione di oltre 200 esponenti iraniani di vertice nella prima settimana di Epic Fury, hanno dovuto fere i conti con il fatto che oggi spostare in pochi giorni in teatri operativi una Maritime Expeditionary Unit del corpo di marines, l’unità di base della proiezione di forza lontana a terra del sistema militare americano, comporta tempi e difficoltà che un tempo non esistevano. I marines sono sottoposti da anni a una profonda ridefinizione dei loro compiti e dell’intera loro dotazione di armi. Hanno perso tutte le loro unità blindate e corazzate, il più delle grandi unità navali anfibie in cui incardinare il loro spostamento e coordinamento multidominio non è stato rinnovato nei tempi previsti ed è oggi tecnologicamente superato. Tutte osservazioni che il presidente del comitato dei capi di stato maggiore Usa aveva puntualmente espresso a Trump prima del via libera presidenziale alle operazioni. E si sono rivelate tutte fondate. A cominciare dal continuo ritardo dei contingenti di marines annunciato fino al ritiro nel porto di Spalato della superportaerei Gerald Ford, arrivata allo stremo di 300 giorni di ininterrotta operatività e continui incidenti ai suoi apparati.
Di tutto questo ha approfittato in maniera del tutto non sorprendente l’Iran, giocandosi la propria resilienza con la scommessa della chiusura degli stretti di Hormuz in cui transitava oltre il 20 per cento del petrolio mondiale e una quota altrettanto significativa di gas naturale liquido. Del tutto non sorprendente perché non serve affatto una potente marina a proiezione oceanica per bloccare i più strategici colli di bottiglia del traffico commerciale mondiale: bastano qualche decina di mini unità missilistiche e un po’ di droni, per far decidere alle compagnie marittime che il rischio non vale la candela dell’esplosione del prezzo dei noli e dei costi di assicurazione e riassicurazione delle navi come del loro carico. E’ una grande novità? No che non lo è: né dal punto di vista dottrinale, né da quello fattuale. Dal punto di vista della teoria navale, è la semplice e più colossale conferma degli scritti del britannico Sir Julian Corbett, a cominciare dalla sua opera seminale Some Principles of Maritime Strategy che è del 1911. In un contesto in cui il predominio globale della marina britannica era ormai sotto diretto attacco da parte del rapido programma di riarmo navale della Germania guglielmina, la strategia navale di Corbett virò: non più grandi battaglie tra corazzate, ma innanzitutto capacità di controllare e bloccare all’avversario comunicazioni navali essenziali, a cominciare proprio dai colli di bottiglia rappresentati da grandi stretti. Per far ciò, scriveva Corbett, servono innanzitutto unità militari bene armate ma molto più rapide e meno onerose delle corazzate, e servono tattiche asimmetriche per ottenere prima lo stop da parte delle società mercantili esposte a rischi insostenibili, che da parte dei vertici militari delle flotte nemiche. Insomma l’addio alla teoria del dominio navale oceanico che vent’anni prima era stata invece al centro degli scritti dell’ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan, che al contrario si batteva con grande forza perché gli Usa si decidessero a realizzare grandi corazzate in numero pari a superiore a quelle dell’Impero britannico per soppiantarlo nel controllo degli oceani.
Prima che l’Iran minacciasse il mondo e frenasse Trump con il cappio stretto intorno a Hormuz, l’Occidente intero aveva in realtà sottovalutato gli effetti molto rilevanti in termini di diminuzione del traffico ottenuti nello stretto di Bab el Mandeb dalla guerriglia navale degli houthi yemeniti, contro i quali Europa e Occidente vararono un intervento navale comune che era sviluppo di quello già messo in campo contro la pirateria somala. Ma continuando a credere che fosse una sorta di rischio a bassa intensità, e non il preludio a una crisi mondiale che non riguarda certo solo Hormuz, visto che per lo stretto di Malacca tra Sumatra e penisola malese passa tra un quarto e un terzo del commercio mondiale, e più di un terzo del petrolio scambiato via mare – circa 15 milioni di barili al giorno – con gran parte dei flussi energetici diretti verso le economie asiatiche. Cina e India lo sanno benissimo, la Cina per questo pensa di affrancarsi attraverso il Myanmar, mentre l’India è obbligata a rafforzare le proprie forze navali per contrastare il disegno di potenza cinese in tutto il sud-est asiatico e non solo contro Taiwan. Le 11 portaerei americane attuali, che scendono a 7 vista la necessità di riparazioni e refuel del loro apparato propulsivo nucleare, non bastano e non sono adeguate da sole al controllo contemporaneo di questi corridoi navali che concentrano intorno a sé strategie di potenza regionali di paesi perfettamente ormai in grado di sostenere operazioni asimmetriche come l’Iran. Né può farlo il resto dell’US Navy: la crisi cantieristica navale in Usa continua a essere molto seria, oggi una portaerei avanzata cinese viene costruita in tempi pari a un quinto di quello necessario per le nuove portaerei americane. In più, la Russia ha capito che è inutile lanciare la sfida oceanica, mentre servono fregate e corvette avanzate di ridotto tonnellaggio ma overgunned di missili antinave, da crociera e molto presso di missili ipersonici: come la fregata Admiral Gregoroich che due settimane fa ha scortato nella Manica due petroliere della flotta ombra russa senza che i britannici potessero o volessero rischiare la reazione a un loro eventuale intervento. Per fare da sola e non contare sugli Usa, l’Europa dovrebbe elaborare prima una propria dottrina politica e militare sull’impegno a favore della libera transitabilità degli stretti mondiali, e avrebbe un senso assoluto farlo visto che siamo un continente dipendente dal commercio mondiale per risorse energetiche, terre rare e input strategici di produzione. E dovremmo poi fare la scelta di forze armate multidominio costruite tutti intorno a sistemi a rete diffusa di C4I che metta insieme centinaia di migliaia di rilevatore sottomarini, navali, terrestri, aerei e satellitari introno all’adozione di massa di mezzi unmanned economici ma letali. Per fare una cosa simile bisogna fare la stessa scelta dell’Ucraina e di Israele: ricerca e sviluppo di nuove tecnologie, la loro prototipazione in nuovi sistemi, la loro sperimentazione operativa sul campo, costituiscono un’unica rete diffusa che va dal basso verso l’alto e che produce innovazioni e miglioramenti continui, in cui gli ingegneri non rispondono solo agli stati maggiori ma alle esperienze e richieste che dal basso provengono giorno per giorno di chi è operativo nei diversi teatri. I tempi di anni e anni di discussioni su quali piattaforme sono necessarie sono finiti. Democrazia e libertà sono in pericolo perché chi le attacca ha rapidità e letalità della guerra asimmetrica.