Come funzionano le navi cacciamine italiane per la bonifica dello Stretto di Hormuz

In tutto la nostra Marina Militare ne ha una decina, tre potrebbero operare per la missione Ue in medio oriente. Utilizzano sonar e droni subacquei per contrastare le mine da fondo moderne, e in una giornata riescono a mappare fino a dieci miglia quadrate di campo minato

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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 12:56 PM
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Il cacciamine Chioggia della Marina Militare, Roma, 17 Aprile 2026. ANSA/MARINA MILITARE

Sono il Crotone e il Rimini i due cacciamine italiani presumibilmente destinati allo Stretto di Hormuz per la missione europea. Uno stava in questo momento verso Malta, mentre l'altro era in spostamento tra Valona e Augusta. L'Italia potrebbe mandarne anche un terzo, ma in tutto la nostra Marina militare ne dispone di una decina, con base a La Spezia: otto della classe Gaeta, come appunto Crotone e Rimini, entrate in servizio tra 1992 e 1996; e due della classe Lerici, che invece risalgono al 1985.
Per i profani è facile confondere tra posamine, dragamine e cacciamine, ma ci sono sfumature che le rendono unità molto diverse. I posamine, in particolare, le mine in fondo al mare appunto le posano. I dragamine e i cacciamine invece le tolgono, ma i primi vengono di solito utilizzati per ripulire ampie superfici da mine a bassa tecnologia, ad esempio ancorate sul fondo per mezzo di cavi, o quelle galleggianti. Li fanno esplodere producendo potenti impulsi elettromagnetici o acustici da apparecchiature rimorchiate, e così creano corridoi liberi per la navigazione. I secondi, invece, sono dotati di sistemi più sofisticati, per contrastare le mine da fondo moderne. Mentre infatti le mine navali delle due guerre mondiali erano ad attivazione magnetica e/o acustica, quando semplicemente non esplodevano per contatto diretto, nell'epoca dell'elettronica si usano oggi sofisticati sensori che permettono all'ordigno di leggere cosa succede sulla superficie del mare per selezionare il giusto bersaglio. La mina sente le variazioni di campo magnetico, di pressione idrostatica, e i rumori prodotti dalle eliche, può analizzare la rotta e velocità delle navi, ed è in grado dunque di decidere se e cosa attaccare.
L'Italia di navi posamine ne ha avute tra il 1926 e la Seconda Guerra Mondiale, ma il compito era affidato anche a sommergibili. 17 dragamine furono restituiti alla Royal Navy tra 1949 e 1951, mentre altri 101 furono demoliti tra 1954 e 2017. Anche i cacciamine Lerici e Sapri, appunto della classe Lerici, sono stati radiati, nel 2015. Le due unità della classe Lerici ancora in servizio sono invece il Milazzo e il Vieste, mentre a parte il Rimini e il Crotone già in movimento e il Gaeta che dà il nome alla classe tra questi cacciamine più recenti ci sono anche il Termoli, l'Alghero, il Numana, il Viareggio e il Chioggia. Nei prossimi anni dovrebbero arrivare altre otto unità di una ulteriore generazione. Realizzati da Intermarine e Leonardo e denominati classe Aquileia, i primi cinque saranno consegnati nel 2029, per un costo a bilancio di 1,6 miliardi di euro espandibili a 2,6.
I cacciamine classe Gaeta sono navi lunghe cinquanta metri e larghe dieci, per cinquecento tonnellate di peso, con equipaggi di circa cinquanta persone. Gli scafi vengono realizzati con materiali che riducano al minimo la loro traccia magnetica come la vetroresina, per eludere i rischi di detonazione delle mine. Il loro strumento di ricerca degli ordigni è il sonar, che realizza un'immagine dei fondali intorno come una sorta di radar, lanciando onde sonore il cui eco restituisce le informazioni necessarie. Una volta identificati i bersagli, si passa alla fase investigativa attraverso un drone subacqueo, filoguidato e con delle telecamere. Nel caso, sono pronti a entrare in azione anche i palombari della Marina militare specializzati nel disinnesco di ordigni: equivalgono a quelli che sono nell'esercito gli artificieri del Genio (li ha sia il Genio Pionieri che il Genio Guastatori, il Genio Pontieri e il Genio Ferrovieri).
In altri casi vengono utilizzati gli stessi droni subacquei, che utilizzano i propri sonar per poi trasmettere le informazioni ai cacciamine madre. A bordo c'è inoltre una camera iperbarica, per trattare eventuali embolie del personale subacqueo ed eventualmente procedere ad attività mediche di soccorso immediato. In generale, in una giornata per un cacciamine è possibile mappare un'area fino a dieci miglia quadrate di campo minato, a seconda della zona in cui si opera. È comunque meglio se si appoggiano a una fregata o a una nave logistica: le potrebbe fornire la intera missione, ma sembra che manderemo anche una fregata.
I cacciamine italiani furono già a Hormuz nel 1987, durante la prima crisi del Golfo. Hanno operato anche nella ex-Jugoslavia e per liberare il porto di Kuwait City minato dagli iracheni, ma la gran parte della loro attività e al largo delle coste italiane, nel rimuovere ordigni risalenti alla seconda guerra mondiale e ancora presenti nelle nostre acque.