Quando, intervistata ieri dal Foglio, ha detto che “il Venezuela sarà libero e io sarò a casa molto presto” poteva sembrare un auspicio carico di retorica e di speranza. Ma quando poi María Corina Machado, la leader dell’opposizione democratica venezuelana, ha aggiunto che “ora è il momento di andare verso un calendario elettorale per avere quelle elezioni libere e regolari che non abbiamo avuto negli ultimi 20 anni” era chiaro che ci fosse qualcosa in più di un mero desiderio. Quando il premio Nobel per la Pace parla del rinnovo del Consiglio elettorale e della riorganizzazione dei registri elettorali per consentire il diritto di voto ai milioni di venezuelani in esilio, esclusi dal regime alle ultime elezioni, indica già i passaggi di una road map.
Ma proprio mentre Machado parlava con il Foglio, varie dichiarazioni hanno indicato un’accelerazione verso la transizione democratica. La “fase 3” del piano del Segretario di stato Usa, Marco Rubio, dopo la stabilizzazione e il recupero economico. Nell’audizione al Congresso Usa dal titolo “L’America latina dopo la caduta di Maduro”, sotto la pressione dei deputati repubblicani, il funzionario del Dipartimento di stato Michael Kozak ha detto di essere consapevole che Delcy Rodríguez cerchi di temporeggiare e che l’Amministrazione Trump vuole che Machado torni in Venezuela e partecipi alle elezioni. Senza indicare date, ha aggiunto che gli Usa stanno lavorando per garantire elezioni regolari, rinnovando il Consiglio elettorale, i registri elettorali e il Tribunale supremo. Le stesse parole di Machado. Contemporaneamente, a favore delle elezioni, si è espresso il brasiliano Lula, ora in Spagna per la Mobilitazione progressista globale convocata da Pedro Sánchez.
Anche il presidente del Brasile, il gigante sub-regionale, che per affinità ideologica è da sempre vicino o quantomeno non ostile al regime di chavista, ha suggerito a Delcy, la vice di Maduro ora al comando a Caracas, di convocare le elezioni. Per ragioni opposte a quelle degli Stati Uniti. “Se fossi venezuelano e vicepresidente, e se fosse successo quello che è successo – ha dichiarato Lula – indirei elezioni generali. Dovrebbe esserci un processo elettorale concordato con l’opposizione, affinché il risultato sia accettato e il Venezuela possa finalmente godere di un po’ di pace”. Lula, sempre cauto nel sostenere le istanze dell’opposizione democratica al regime, stavolta le sostiene perché teme il controllo a distanza di Washington: “Ciò che non può accadere è che gli Stati Uniti credano di poter governare il Venezuela. Questo non è normale, non ha posto in una democrazia”.
In realtà il governo da remoto prosegue. Delcy Rodríguez prosegue nell’opera di depurazione e scardinamento del regime richiesto dagli Stati Uniti. C’è stato un rimpasto di governo che ha eliminato diversi maduristi. La Banca centrale ha un nuovo presidente, che ha preso il posto di Laura Guerra, ex cognata di Maduro nominata appena un anno fa da Maduro. Ma è soprattutto sul piano economico e delle relazioni internazionali che ci sono delle svolte inimmaginabili fino a pochi mesi fa. L’Fmi e la Banca mondiale hanno annunciato il ripristino delle relazioni col Venezuela, dopo che già nel 2007 il caudillo Hugo Chávez annunciò la rottura di ogni rapporto con il Fondo: “Non abbiamo bisogno di andare a Washington... Ce ne andremo. Voglio formalizzare la nostra uscita dalla Banca Mondiale e dall’Fmi”. Da allora i rapporti sono stati pessimi, tanto che nel 2020 l’Fmi respinse la richiesta di Caracas di un prestito di emergenza di 5 miliardi di dollari per affrontare la pandemia perché riteneva illegittimo il governo di Maduro. Ora, invece, l’Fmi riconosce come legittimo il governo della sua vice Delcy. Anche questa è ovviamente un’operazione concordata con la Casa Bianca, come ha spiegato chiaramente il segretario al Tesoro Scott Bessent: “Il riconoscimento da parte degli Stati Uniti del presidente ad interim Delcy Rodríguez ha aperto la strada all’Fmi per riavviare il coinvolgimento con il Venezuela”, ha dichiarato il ministro dell’Economia di Trump.
Anche sul piano interno proseguono le riforme economiche. Dopo la Ley Orgánica de Hidrocarburos che, riformando la legge socialisteggiante di Chávez ha aperto il settore petrolifero venezuelano ai privati e alle compagnie energetiche estere, Delcy Rodríguez ha appena approvato una nuova Ley de Minas che, riformando la legislazione chavista, liberalizza il settore minerario aprendolo agli investimenti esteri. Una riforma che ricorda molto il “Rigi”, il regime per attrarre i grandi investimenti minerari approvato in Argentina dal libertario Javier Milei. “Desidero ringraziare il presidente Trump e il segretario di Stato Rubio”, ha dichiarato in un video Delcy Rodríguez, mentre firmava la nuova legge, dopo aver rimosso dalle pareti i ritratti di Chávez e Maduro che solitamente facevano da sfondo. Il regime sa che l’unico modo per tenere lontana la Machado e le elezioni è eseguire con efficienza gli ordini di Washington. María Corina è convinta che ormai il processo verso la transizione democratica è irreversibile: “Non c’è modo di tornare indietro”, dice. Così la pensano Rubio negli Usa e Lula in Brasile. Ma Delcy, intanto, compra tempo obbedendo a Trump.