Una delegazione di trenta ambasciatori presso la Nato – cioè la quasi totalità dei paesi membri, compresi gli Stati Uniti – ha appena concluso una missione in Corea del sud e in Giappone. Si tratta di un viaggio storico, e dall’alto valore simbolico: secondo diversi osservatori e le informazioni raccolte dal Foglio, i rappresentanti diplomatici dell’Alleanza atlantica stanno cercando di spostare l’attenzione internazionale dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha accusato più volte la Nato di essere una “tigre di carta” e ha minacciato l’esistenza stessa dell’alleanza con le dichiarazioni sulla Groenlandia, verso l’immagine di un sistema sovranazionale che funziona proprio perché le partnership fra paesi democratici creano forza, deterrenza e processi virtuosi.
In Corea del sud la mega delegazione – la prima di questo genere che abbia mai effettuato un viaggio fuori dai confini della Nato – ha incontrato il ministro degli Esteri di Seul, Cho Hyun, e ha fatto una riunione con i leader di tredici industrie della Difesa sudcoreane: negli ultimi anni il paese asiatico è diventato tra i maggiori esportatori di armamenti grazie a una politica industriale efficace. Dopo una partnership strategica con la Polonia, Seul ha attirato l’attenzione anche di altri paesi europei, che ora spingono per rafforzare una cooperazione anche sul piano industriale e strategico. Ma è soprattutto la visita della delegazione Nato in Giappone ad avere un significato politico di primo piano. Una fonte del quartier generale dell’Alleanza dice al Foglio che “in un contesto di sicurezza sempre più instabile, è fondamentale che la Nato cooperi con partner capaci e che condividono gli stessi valori”. I quattro principali partner dell’Indo-Pacifico sono Giappone, Corea del sud, Australia e Nuova Zelanda. Il Giappone in particolare è “uno dei principali donatori del Pacchetto di assistenza complessiva (il Cap) della Nato per l’Ucraina”, spiega la fonte, “sostiene le iniziative legate alla riabilitazione medica e allo sminamento, e collaboriamo nella difesa cyber, nell’innovazione e nella sicurezza marittima”. Per la prima volta nell’ottobre scorso si è aperto un tavolo negoziale anche per quanto riguarda la cooperazione nell’industria della Difesa. Il viaggio degli ambasciatori Nato non è stato organizzato dal quartier generale di Bruxelles – i promotori sono stati Romania e Norvegia – ma la leadership dell’Alleanza l’ha approvato e facilitato.
L’avvicinamento della Nato a Tokyo non è per nulla apprezzato dalla Cina, che tre anni fa protestò per la potenziale apertura di un ufficio di collegamento nella capitale giapponese: poco dopo, la Francia si oppose al progetto e non se ne fece più nulla. Oggi però il mondo è cambiato, dicono gli osservatori, e qualcosa potrebbe muoversi davvero.
Gli ambasciatori Nato hanno incontrato ieri il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi e poi l’ex primo ministro Fumio Kishida, uno dei primi a parlare esplicitamente di una connessione fra la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico. Parte della discussione a Tokyo ha riguardato anche la riforma piuttosto rilevante su cui sta procedendo la leadership di Sanae Takaichi, e cioè l’allentamento delle restrizioni sulla vendita di armamenti (la decisione definitiva arriverà martedì prossimo). Anche da parte della Nato “c’è l’aspettativa che, con l’aumento della spesa per la difesa da parte del Giappone e una maggiore apertura alla vendita di armamenti, per Tokyo si aprano nuovi possibili scenari”, dice al Foglio Ken Endo, dell’Università di Tokyo, che ha partecipato agli incontri. Finora per il Giappone la vendita di armamenti era preclusa dalle restrizioni post belliche, e la modifica proposta da Takaichi è molto cauta: saranno escluse, per esempio, le forniture di armi alle zone di conflitto, “ma non è detto che non ci siano delle eccezioni in futuro”, spiega Endo. Per ora, l’aspetto più importante è quello di una collaborazione rafforzata, nonostante Trump.