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Gas, petrolio e nucleare. Magyar dovrà liberare l’Ungheria dalla gabbia russa costruita da Orbán
Dal 2022, mentre il resto dell'Europa riduceva la forniture energetiche dalla Russia e abbandonava i contratti con Mosca, Budapest le aumentava: la dipendenza dal petrolio russo è passata dal 61 al 93%, il metano dal 60 al 90%. Ora servono scelte costose, a partire dai conti pubblici
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15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 01:03 PM

“Ho avuto una telefonata importante con Ursula von der Leyen. Abbiamo concordato che lo sblocco dei fondi dell’Ue destinati al popolo ungherese, ma congelati a causa della corruzione del precedente governo, è la priorità assoluta”, ha dichiarato ieri Péter Magyar, il nuovo primo ministro dell’Ungheria. La presidente della Commissione europea ha confermato che “c’è un lavoro urgente da svolgere per ripristinare lo stato di diritto” per scongelare le risorse europee.
Come già accaduto con la Polonia dopo la vittoria di Donald Tusk, è molto probabile che i fondi europei vengano liberati presto, a fronte di una road map di riforme. E’ un passaggio cruciale per il programma del leader di Tisza, ma non risolutivo della difficile situazione economica ereditata dal lungo regno di Viktor Orbán, sul piano fiscale ma soprattutto su quello energetico. Non sarà semplice per Magyar riallineare il paese agli obiettivi dell’Unione europea.
Sul fronte dei conti pubblici, l’Ungheria è già sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo (-4,6 per cento nel 2025) e avrebbe dovuto pianificare un forte aggiustamento fiscale per rientrare sotto il tetto del 3 per cento, ma nel frattempo il bilancio si è ulteriormente deteriorato per l’aumento della spesa pubblica elettorale del governo uscente. Sicuramente il governo punta sull’aumento della crescita, ferma allo 0,4 per cento nel 2025 e prevista al 2,3 per cento nel 2026, ma non sarà sufficiente a riequilibrare i conti. Neppure la spinta ulteriore degli investimenti europei congelati, pari a circa 35 miliardi di euro tra fondi strutturali e prestiti per la difesa, è sufficiente. Sarà necessario un aggiustamento fiscale, con scelte difficili e impopolari da attuare nella fase iniziale del mandato, quando il capitale politico è elevato.
Ma l’aggiustamento del bilancio – necessario soprattutto se l’obiettivo di Magyar è l’ingresso dell’Ungheria nell’Eurozona – non è l’unico problema da affrontare. L’energia è una questione forse più complicata. Per l’Europa è chiaro che la fine delle importazioni di fonti fossili dalla Russia: l’abbandono del gas è previsto entro il 2027 e la Commissione stava già preparando un divieto anche per il petrolio da presentare dopo le elezioni ungheresi. Le prime parole di Magyar non sembrano andare in questa direzione: “Nessuno può cambiare la geografia, la Russia e l’Ungheria sono qui per restare – ha detto – Il governo si procurerà il greggio e il gas nel modo più economico e sicuro possibile”. L’approccio, molto diplomatico nei confronti del Cremlino, sconta il fatto che l’Ungheria è fortemente dipendente da Mosca. Orbán ha legato il paese mani e piedi alla Russia. Mentre dopo l’invasione dell’Ucraina il resto dell’Europa ha progressivamente ridotto le forniture dalla Russia (si pensi all’Italia), l’Ungheria le ha aumentate. Il modello energetico ungherese si regge su tre pilastri, che sono tutti russi: petrolio, nucleare e gas.
Sul petrolio Budapest ha sfruttato la deroga al divieto europeo sull’import di petrolio russo per incrementare il flusso, approfittando del fatto che il greggio degli Urali veniva venduto a sconto del 20 per cento: così la dipendenza dal petrolio russo è salita al 93 per cento nel 2025 rispetto al 61 per cento del 2021 (pre invasione dell’Ucraina). Secondo i calcoli del Center for the Study of Democracy, think tank specializzato sull’Europa centro-orientale, dall’inizio della guerra la società petrolifera ungherese Mol ha importato greggio russo per 17,4 miliardi di euro.
La questione è stata in parte risolta con la chiusura forzata dell’oleodotto Druzhba, al centro di forti scontri con l’Ucraina, anche se proprio ieri il presidente Zelensky ha dichiarato che l’oleodotto verrà riparato entro la fine di aprile.
Per il nucleare, Orbán ha siglato un progetto di espansione della centrale Paks II, con la russa Rosatom, i cui costi sono notevolmente aumentati negli anni. In aggiunta, dall’invasione dell’Ucraina Budapest ha quadruplicato l’acquisto di combustibili nucleari.
Ma il capitolo più delicato è il gas. L’Europa ha imposto un ban al metano russo entro il 2027, mentre Orbán ha incastrato l’Ungheria in un’architettura di contratti a lungo termine con la Russia, l’ultimo siglato nel 2021 con Gazprom che garantisce almeno 4,5 miliardi di metri cubi per 15 anni. Anche per il gas la quota russa sulle importazioni ungheresi è salita dal 60 per cento nel 2021 al 90 per cento nel 2025. In sostanza, mentre in questi anni i paesi europei adottavano una strategia di diversificazione delle fonti energetiche e di abbandono dei contratti con Mosca, Orbán consegnava il suo paese alla dipendenza totale dalla Russia. Per giunta, Budapest ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia dell’Ue contro il divieto all’import di gas russo per imporre il suo veto all’Unione.
Nei prossimi mesi si capirà, a partire dalla scelta di ritirare la causa davanti alla Corte di giustizia, quanto Magyar vorrà smantellare la gabbia energetica costruita da Orbán. Sarà costoso, ma non impossibile. La Repubblica ceca, un altro paese dell’Europa centrale che prima dell’invasione dell’Ucraina era totalmente dipendente dal gas russo, nel 2022 è riuscita ad azzerare il flusso da Mosca in pochi mesi. Il 2022 dell’Ungheria inizia adesso.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali