Fra Trump e Putin: l’equilibrismo dell'Indonesia

Il presidente Prabowo Subianto chiede difesa a Washington ed energia a Mosca

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15 APR 26
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Foto ANSA

L’Indonesia del presidente Prabowo Subianto ha iniziato a muoversi su due direttrici parallele. L’altro ieri a Washington è stato firmato un memorandum definito “storico”, che eleva i rapporti con gli Stati Uniti a “Major Defense Cooperation Partnership”, con particolare attenzione alla modernizzazione militare, l’addestramento e la cooperazione operativa. L’intesa, annunciata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth dopo l’incontro con il ministro indonesiano Sjafrie Sjamsoeddin, fa entrare il paese tra i partner chiave dell’America nell’Indo-Pacifico, soprattutto dopo l’adesione di Prabowo al Board of Peace di Trump per Gaza.
Mentre a Washington si firmava un accordo sostanziale, però, Prabowo volava a Mosca. Al Cremlino il presidente indonesiano ha incontrato Vladimir Putin con il quale ha aperto un altro dossier, e cioè quello energetico. Il presidente indonesiano ha parlato di una “situazione geopolitica in rapido cambiamento” e della necessità di consultazioni con la Russia, indicata come una potenza rilevante per gestire l’incertezza globale. Poche ore dopo, il ministro dell’Energia indonesiano Bahlil Lahadalia ha negoziato forniture di petrolio greggio e Gpl con aziende strategiche russe come Rosneft e Lukoil. L’Indonesia ha bisogno di approvvigionamento energetico a basso costo e rapidamente: nel sud-est asiatico la crisi di Hormuz ha colpito già la popolazione, e il rischio è che si ripetano le proteste di piazza destabilizzanti per la leadership. In questi casi, la Russia (come la Cina) si propone come partner affidabile per quantità e capacità industriale. Prabowo cerca vie d’uscita attraverso l’equilibrismo, ribadisce la linea di una politica estera “libera e attiva”, senza alcuna alleanza formale, e infatti la proposta di concedere agli Stati Uniti l’accesso allo spazio aereo indonesiano è ancora “in valutazione”, dopo le riserve del ministero degli Esteri che teme implicazioni nei conflitti del Mar cinese meridionale. Una scelta pragmatica che però rischia di aumentare l’esposizione alle tensioni e alle dipendenze.