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Non solo Hormuz. L’occidente tenga a mente anche il futuro degli iraniani
Il mondo libero non può lasciare sola la popolazione iraniana, perché lascerebbe sola la libertà contro l’oscurantismo
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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:43 AM

A protester smokes a cigarette after lighting it off a burning poster of Iran's Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei during a rally in support of Iran's anti-government protests, in Yalova, Turkey, Friday, Jan. 16, 2026. (AP Photo/Emrah Gurel)Associate Press/ LaPresseOnly Italy and Spain
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran ha messo in rilievo alcuni punti importanti su cui riflettere seriamente. Una buona parte degli iraniani, sia all’interno del paese sia all’estero, non ha vissuto questa guerra come un’aggressione di Washington e di Tel Aviv/Gerusalemme al territorio nazionale. Anzi, l’ha vissuta – e molti continuano a viverla – come un’operazione militare che possa facilitare il compimento della rivoluzione iraniana, iniziata lo scorso 28 dicembre: una rivoluzione patriottica, risorgimentale, che chiede la libertà, la democrazia e la laicità dello stato. In altri termini, si chiede il superamento della Repubblica islamica. Per tale scopo, milioni di iraniani sono scesi in piazza tra dicembre 2025 e febbraio 2026, sfidando frontalmente il regime islamico, che non ha esitato a reprimerli nel sangue: ad oggi siamo certi di circa 40.000 civili iraniani uccisi durante i moti pro libertà in Iran.
Pertanto, tornando sul primo punto, si è notato che di fronte all’attacco congiunto americano e israeliano, a differenza di quanto molti analisti e osservatori pensavano e pronosticavano, gli iraniani non si sono coalizzati con il regime contro un presunto nemico esterno: questo schema non ha funzionato e non credo funzionerebbe più.
E’ vero, gli iraniani sono molto patriottici e con alto senso di onore nazionale, ma sono anche consapevoli che il nemico della nazione sta in casa ed è quello che ha ucciso migliaia di cittadini negli ultimi mesi. La grande paura, invece, in questi giorni consiste nel fatto che il regime rialzi la testa e che sia in grado di compiere una repressione di dimensioni molto più ampie di quelle già attuate: i primi segnali sono evidenti a tutti. Oltre 650 persone impiccate e migliaia di prigionieri politici a rischio di impiccagione.
Il secondo punto emerso si registra nell’orientamento politico-culturale di una parte del cosiddetto mondo occidentale, soprattutto quello europeo. Dall’inizio della guerra, molti politici e uomini del mondo culturale e intellettuale europeo hanno invocato la violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e di Israele: basti solo pensare alle dichiarazioni del premier spagnolo Sánchez e del presidente francese Macron, oppure alle varie manifestazioni contro la guerra avvenute in molte città europee. Penso sia molto importante parlare di diritto internazionale e sono il primo ad auspicare il rispetto e il perseguimento dei suoi fini, ma mi chiedo dove erano tutti i difensori del diritto internazionale quando il regime massacrava gli iraniani. Mi chiedo come un popolo oppresso – intendo in questo caso gli iraniani – possa reagire quando, una settimana dopo l’avvenuta repressione, l’Onu nomina il rappresentante della Repubblica islamica come vice presidente della Commissione per lo sviluppo sociale delle Nazioni Unite.
Inoltre, una volta raggiunto il cessate il fuoco pochi giorni fa, ho visto esultare molti dei leader europei che volevano fermare la guerra, ma mi sarei aspettato che gli stessi avessero chiesto immediatamente al regime islamico di fermare la repressione, le impiccagioni, le confische dei beni e di liberare i prigionieri politici. Questo sì che sarebbe stato – e sarebbe – un segno di serietà e di credibilità da parte di quel mondo che invoca il diritto internazionale, ma che dovrebbe offrire subito delle alternative concrete. Invece vedo il governo spagnolo riaprire la sua sede diplomatica in Iran come se niente fosse accaduto, come se non ci fossero migliaia di caduti per la libertà. Vedo molti governi europei esultare per la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza pensare a cosa potrà succedere a milioni di iraniani, eroi della libertà. Allora, fermiamo a tutti i costi l’operazione americana e israeliana che avrebbe potuto facilitare la rivoluzione anti regime, ma poi ci preoccupiamo solo di interessi economici e geopolitici e abbandoniamo gli iraniani al loro destino? Se questo sarà l’atteggiamento, si registrerà una sconfitta del mondo libero e una vittoria schiacciante del mondo totalitario. Ne usciranno vincitori Pechino, Mosca e, chiaramente, il regime islamico.
Penso che oggi il mondo libero abbia una responsabilità morale nei confronti di una nazione che si è battuta coraggiosamente per la libertà ed è, sul piano dei valori, liberale e democratica: un alleato in Asia e in medio oriente sia per gli Stati Uniti sia per Israele, ma anche potenzialmente per l’Europa. Basterebbe solo non avere un doppio standard. E’ sembrato, in queste settimane, che i sentimenti antiamericani – a volte anche solo anti Trump – o quelli antisraeliani abbiano prevalso in molte piazze europee sulla voce di libertà degli iraniani. Si è quasi avuto l’impressione che il regime islamico, sostenuto dalla Cina – e proprio perché sostenuto da Pechino ha resistito all’attacco americano e israeliano – fosse più degno di rispetto del popolo massacrato dal regime stesso.
Se lasciamo soli gli iraniani, abbiamo lasciato sola la libertà contro l’oscurantismo, e questo non ci farebbe onore come mondo libero.
Pejman Abdolmohammadi è professore associato di Storia dei paesi islamici all'Università di Trento