L’illiberalismo porta alla corruzione, e questo è il suo punto di rottura. Lezioni dall'Ungheria

Magyar vince puntando sull’anticorruzione e mobilitando il paese. Finisce il mito dell’invincibilità sovranista: il modello studiato dai trumpiani si incrina dove era nato. Cosa manca negli appunti di Bannon sul sistema Orbán

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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:02 PM
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Donald Trump e Viktor Orban (AP Photo/John McDonnell,File)

Molti anni fa, Viktor Orbán aveva descritto l’Ungheria, il paese di cui è stato premier per 16 anni fino a domenica sera, come un’incubatrice: “Facciamo degli esperimenti per le politiche conservatrici del futuro”. Molti sono andati a studiare a Budapest la “democrazia illiberale”, una formula i cui fattori hanno cambiato peso nel tempo, meno democrazia e più illiberalismo. Fino a domenica sera, quando il primo fattore ha mostrato la sua preponderanza e si è fatto voto, balli, canti sulla riva del Danubio, sui tram, ovunque, tutta la notte. (Peduzzi segue nell’inserto I)
Gli studenti più solerti sono stati i trumpiani, in particolare Steve Bannon, l’architetto del primo mandato di Donald Trump e oggi il custode americano della formula illiberale applicata a una democrazia: non è stato soltanto l’uomo forte di Budapest a conquistare Bannon, quanto il suo metodo, il logorio delle istituzioni, l’accentramento del potere, la soppressione del pluralismo con il controllo dei media, la lotta all’immigrazione, le guerre culturali contro le minoranze e la rivolta all’Europa. Il guru trumpiano non si è mai posto il problema dei soldi, è pur sempre un americano piuttosto ricco che svilisce il progetto europeo senza sapere come funziona, e quindi la truffa orbaniana di usare i fondi europei per alimentare il proprio sistema clientelare non è mai parsa agli occhi di Bannon materia degna di discussione. Ma è proprio lì che si è schiantato il progetto orbaniano. Detto in termini più generali: se vai al potere fingendoti un uomo del popolo che combatte un’élite corrotta, e diventi tu stesso l’élite corrotta, gli elettori si rivolteranno. Anzi, scarnificando ancora un po’ il messaggio sovranista: Péter Magyar, il prossimo premier dell’Ungheria, è élite – è nato a Budapest, viene da una famiglia benestante di giuristi – ma ha costruito la sua campagna sulla lotta alla corruzione, la bestia nera di tutti i regimi. Non ha fatto molto altro, Magyar, tant’è vero che alcuni lo definiscono “un Orbán senza la corruzione”, ma se si considera l’affluenza all’80 per cento, se ci si addentra nell’enorme mobilitazione che ha sancito la caduta di Orbán (vi ricordate quando l’allora presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, accolse il premier ungherese a un vertice dicendo: “Ed ecco che arriva il dittatore”? Era il 2015), quel “senza la corruzione” fa tutta la differenza. La saggista americana Anne Applebaum si sgola da anni nel denunciare la corruzione dei regimi autocratici e illiberali – la lista aggiornata dei nuovi casi di corruzione globali chiude sempre la sua newsletter su Substack – ha scritto sull’Atlantic un articolo in cui ribadisce: l’illiberalismo porta alla corruzione, ma la corruzione è anche il suo punto di rottura. Lo sa bene anche Vladimir Putin, alleato di Orbán e ora sciaguratamente allineato con Trump, che si è accanito su Alexei Navalny fino alla sua morte in un penitenziario siberiano proprio perché denunciava la corruzione del regime russo.
Bannon ha spesso detto che Orbán era Trump prima di Trump e ha cercato di importare non tanto e non solo l’idea dell’uomo forte che spezza la consuetudine della convivenza con gli alleati storici, ma soprattutto il logorio delle istituzioni, che poi è ciò che viene articolato nel famigerato Project 2025, il programma dell’Heritage Foundation che sta alla base del secondo mandato trumpiano. In questo senso, l’incubatrice ungherese ha funzionato molto bene, e in molte delle politiche attuali di Trump, in particolare quelle sui media, si vede chiaramente l’ispirazione orbaniana. La si vede anche nella costruzione di un’oligarchia trumpiana – che in realtà Bannon combatte, per lo più perché si tratta di un’oligarchia legata al Big Tech – che si sta costituendo in molti ambiti, dalla costruzione della nuova sala da ballo alla Casa Bianca fino al mondo delle criptovalute: le accuse di corruzione ai trumpiani si moltiplicano.
La caduta di Orbán lancia un messaggio ai suoi alleati e simpatizzanti europei e americani ma soprattutto lo lancia a chi difende la democrazia contro l’illiberalismo. Come scrive sempre Applebaum, la sconfitta del premier ungherese “mette fine all’assunto di inevitabilità che ha pervaso il mondo Maga, ma che è presente anche nella retorica di Putin, secondo cui i partiti illiberali sono destinati non solo a vincere ma a tenere il potere per sempre, perché hanno il sostegno del ‘vero’ popolo”. Il vero popolo si è stancato del soffocamento economico e sociale, ha cercato aria nuova, l’ha trovata e l’ha portata al potere: se può accadere in Ungheria, può accadere anche altrove.