In Ungheria monta una marea impaurita. Ritratto di una città e del suo oracolo

Non c’è gioia nella Budapest che vota, fra chi trattiene il fiato per paura che i russi aiuteranno Orbán a tenere il potere e chi invece crede nei fantasmi inventati dal premier. Magyar ha capito che per sfidarlo non doveva rincorrerlo

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11 APR 26
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Budapest, dalla nostra inviata. Endre Hann è il sondaggista più famoso di Ungheria. Quando Hann parla, le cose si avverano e gli ungheresi attendono le sue previsioni per poter trovare conferme di speranze o paure da corroborare con l’esclamazione: “Lo ha detto anche Endre Hann!”. Più che un sondaggista è diventato un oracolo, le sue percentuali servono a rappresentare in numeri i comportamenti degli ungheresi e, questa volta, Hann ha detto che i cittadini andranno a votare in gran numero e l’affluenza potrebbe raggiungere un dato storico: superiore al 70 per cento che consentì nel 2002 al Partito socialista ungherese di battere di poco l’allora quasi quarantenne Viktor Orbán. All’epoca Orbán era già stato primo ministro, perse, si mise in attesa, colse di nuovo il suo momento nel 2010 e da allora non si è più mosso. Endre Hann lo segue da sempre, il suo istituto Medián è nato assieme all’ingresso in politica del premier e, da quando Orbán ha scalato ogni vetta del potere, il sondaggista intercetta i suoi passi e quelli dei suoi elettori. Quattro anni fa, contro Orbán si presentò una coalizione raffazzonata di partiti di ogni colore per battere Fidesz, mentre in molti salutavano l’avvento della corazzata contro il primo ministro come il momento di svolta della politica ungherese, fu proprio Hann a smorzare gli entusiasmi e a dire che l’esperimento non sarebbe andato troppo lontano. Infatti Orbán vinse con il 54 per cento, senza neppure il brivido di un testa a testa. L’oracolo dei sondaggi ha parlato anche questa volta, tutti lo attendevano, e ha detto che il partito di Péter Magyar, Tisza, potrebbe ottenere la maggioranza dei due terzi in Parlamento, che potrebbe anche diventare bipartitico, dettaglio che toglierebbe al partito di estrema destra Mi Hazánk il potere di diventare l’ago della bilancia. Sarebbe un risultato positivo per Magyar, nel quale in pochi, fra coloro che sperano di vedere finire l’èra dell’orbanismo, osano credere, ma per provare a immaginare che sia vero, si ripetono fra il timore e il sogno: “Lo ha detto anche Endre Hann!”. Tanto è il sollievo che il sondaggista crea nell’opposizione quanta è l’irritazione che produce nel governo, che ha iniziato una campagna diffamatoria contro di lui.  
Hann compirà ottant’anni a fine dicembre, dice di voler andare in pensione e questa campagna elettorale potrebbe essere l’ultima della sua carriera da sondaggista. Per questo in molti guardano i suoi numeri e pensano che questa volta sarà più sicuro delle precedenti: non può certo rovinarsi una carriera di previsioni giuste con un ultimo pronostico totalmente sbagliato e per giunta in occasione della campagna elettorale più importante degli ultimi vent’anni. Non è soltanto l’opposizione a sentire il senso di urgenza, ma anche Orbán e i suoi temono che questa elezione sarà diversa dalle altre e per questo hanno preso ad attaccare Endre Hann sulla stampa del governo, che costituisce la parte più consistente del mondo mediatico ungherese, dove il sondaggista viene presentato come un agente di influenza che usa i numeri per far pendere l’opinione pubblica ungherese da una parte o dall’altra.
Le campagne elettorali non si dovrebbero mai seguire nelle capitali dei paesi, sono una bolla, ingigantiscono o minimizzano quello che il resto della popolazione pensa, ma l’Ungheria è un caso diverso. A Budapest vive un terzo dell’intera popolazione ungherese e proprio a Budapest, la città che Fidesz ormai ha dato per persa, Orbán ha deciso di organizzare il suo ultimo comizio che si terrà oggi davanti al castello, quasi a voler proiettare un’idea di grandezza, di continuità con il passato. Quasi a voler dire: l’Ungheria sono io. Gli ungheresi hanno visto il loro premier spegnersi in questa campagna elettorale, lo hanno visto sfidato da un avversario che non stava alle sue regole, che gli buttava in faccia i dati disastrosi dell’economia ungherese e le accuse di corruzione, che non rispondeva alle sue provocazioni sulla politica estera, che non lo rincorreva. Budapest è piena di grandi manifesti del partito Fidesz, in cui Orbán viene rappresentato con lo sguardo che scruta un punto in lontananza, rassicurante con i colori della bandiera ungherese alle spalle. I cartelloni con il volto del premier sono eguagliati per numero soltanto da quelli che ritraggono Magyar e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in bianco e nero, messi l’uno vicino all’altro: Zelensky serio, in posa marmorea quasi fosse il busto di un dittatore, Magyar con un’incattivita espressione topesca che richiama la vignettistica di regime.
Non è la prima volta che Fidesz tappezza le città con cartelloni a favore del premier e contro l’opposizione accompagnata dal nemico esterno di turno – questa volta Zelensky ha sostituito gli antagonisti di un tempo, dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al miliardario George Soros. Tisza non ci ha neppure provato a eguagliare la grande campagna pubblicitaria di Orbán e i suoi cartelloni non son altro che piccole locandine appese ai pali della luce per strada. Magyar non ha investito in presenza visiva, ha preferito muoversi ovunque, fare quello che Orbán non è più abituato a fare: viaggiare, tenere comizi in città e villaggi, organizzare lunghe dirette su qualsiasi piattaforma disponibile. Orbán domina la televisione, i giornali, Magyar si è preso il resto. Ha capito che l’onnipresenza del premier andava sostituita con l’iperpresenza e le sue giornate in campagna elettorale iniziano alle sette e terminano a tarda sera e sono regolarmente trasmesse sui social. Secondo Hann c’è un errore fatale che Orbán potrebbe aver commesso: si è accorto che Tisza rappresentava un serio problema per la sua riconferma quando ormai era troppo tardi. Il sondaggista indica marzo come il momento in cui Fidesz ha iniziato a rendersi conto che questa volta il rischio di essere sconfitto c’era. Muovendosi dovunque non era più stato Orbán, Magyar ha acquisito il vantaggio che lo ha reso un oppositore temibile, iperattivo. Presente dappertutto, tranne che a Budapest, dove tornerà domenica soltanto per il giorno delle elezioni.
Budapest è lasciata a Orbán, dove sembra che debba essere la città a occuparsi del primo ministro, a manifestargli tutta la sua antipatia. Ieri un enorme concerto in Piazza degli Eroi è riuscito a radunare migliaia di persone, vari gruppi musicali si sono alternati sul palco a partire dalle quattro del pomeriggio per dichiararsi contrari al primo ministro. Tutti sentono che una marea del cambiamento sta montando in Ungheria, ma temono che possa sopraggiungere qualcosa a fermarla e temono l’intervento esterno. Ci sono due Ungherie in questo momento. Una ha saputo delle inchieste sui contatti fra il governo e la Russia, delle profferte del ministro degli Esteri di Budapest per avvantaggiare il Cremlino. L’altra Ungheria o non sa nulla di tutto questo o crede che si tratti di una storia fabbricata per ostacolare Orbán e indebolire il paese. Dall’una e dall’altra parte non si vota con gioia, si vota con il timore che qualcosa di anomalo possa accadere. Gli elettori di Orbán sono cresciuti con le paure fomentate dal primo ministro e che di elezione in elezione hanno preso diverse sembianze: i migranti, la comunità lgbt, l’Unione europea, ora Zelensky.
L’anomalia, per i sostenitori di Magyar, ha la forma della Russia. A ogni evento dell’opposizione a Budapest, si teme che possa avvenire qualcosa. La paura del sabotaggio vela ogni iniziativa di preoccupazione, dai concerti ai comizi. La capitale è spaventata, mentre i turisti affollano le strade del centro e sorridono in posa per le foto, Budapest sembra trattenere il fiato e si rincorrono voci, terrori, racconti di russi pronti a tutto pur di dare a Orbán l’occasione di non perdere il potere. Oltre alle chiacchiere che si diffondono in una popolazione intimorita, ci sono i dati. Ieri il sito investigativo russo Agentstvo ha rivelato che quindici membri del personale dell’ambasciata di Mosca a Budapest sono legati ai servizi di intelligence. Due dei maggiori esperti di sicurezza ungheresi, András Rácz e Peter Buda, negli ultimi giorni hanno di nuovo avvisato che potrebbero esserci provocazioni, operazioni sotto falsa bandiera ucraina orchestrate dall’intelligence di Mosca prima o durante il voto.
Budapest arriva a domenica in apnea, con il russo nelle orecchie, con la paranoia di chi è stato al di là della cortina di ferro, abituato a pensare che il nemico si può nascondere ovunque e disabituato a credere che il cambiamento è davvero possibile.