Negli ultimi tre giorni,
la Corea del nord ha eseguito una serie di test per dimostrare al resto del mondo l’avanzamento della sua capacità offensiva. Ieri l’agenzia di stampa di regime, la Kcna, ha fatto sapere che i lanci sono stati condotti dall’Accademia delle scienze della difesa insieme all’amministrazione missilistica, con l’obiettivo di verificare l’efficacia di sistemi in grado di colpire e “ridurre in cenere” specifiche aree bersaglio.
Secondo l’intelligence sudcoreana, che segue con precisione millimetrica i test nordcoreani,
con l’ultimo lancio di ieri il regime di Pyongyang avrebbe dimostrato di avere in dotazione anche bombe a grappolo e bombe a grafite, quelle in grado di disattivare i sistemi elettrici nemici, da montare su missili balistici. Si tratta di armamenti simili a quelli usati dall’Iran in medio oriente, noti per ingannare i sistemi di difesa e fare molti morti, segnale che il dittatore Kim Jong Un osserva e prende appunti.
Parlando con i giornalisti, ieri Shin Jong-woo, segretario generale del Korea Defense and Security Forum, un centro studi molto vicino al governo di Seul, ha detto di ritenere che “la Corea del nord abbia reso noti questi sviluppi per mettere in mostra la potenza della guerra asimmetrica, come nel caso delle munizioni a grappolo, come dimostrato nel conflitto iraniano”. C’è quindi un continuo filo che tiene insieme le guerre: quella della Russia contro l’Ucraina, alla quale la Corea del nord partecipa attivamente, e quella in medio oriente, dalla quale Pyongyang sta imparando molto – nei giorni scorsi l’intelligence sudcoreana aveva detto di non avere prove di invio di armi o rifornimenti a Teheran dalla Corea del nord, nonostante il regime iraniano e quello nordcoreano collaborino per lo sviluppo parallelo di arsenali missilistici e nucleari sin dagli anni Ottanta. Ma il governo sudcoreano democratico guidato da Lee Jae-myung ha una posizione molto aperturista nei confronti del Nord, il che limita spesso l’accesso (e la pubblicità) di alcune informazioni cruciali. La postura sempre più aggressiva della Corea del nord, però, sta sorprendendo anche Seul: gli ultimi lanci missilistici sono infatti arrivati a pochi giorni dalle scuse formali offerte dal presidente Lee per la questione delle incursioni di droni sudcoreani che avevano violato lo spazio aereo del Nord a gennaio. La sorella del leader, Kim Yo Jong, aveva apprezzato il gesto, ma subito dopo era tornata la retorica della Corea del sud come lo “stato più ostile” del regime.
Sin dal 2019, cioè dal fallimento della politica di avvicinamento a Pyongyang della prima Amministrazione Trump, il dittatore Kim Jong Un ha aumentato esponenzialmente il livello di sicurezza e fiducia in sé stesso: finché Russia e Cina saranno garanti della sua sopravvivenza, il trattamento Venezuela o Iran per la Corea del nord è impensabile. Il rapporto con Mosca, da quando il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha chiesto aiuto a Pyongyang per la sua guerra contro Kyiv nel 2024, è sempre più profondo: oltre ai soldati nordcoreani impiegati sul fronte con l’Ucraina, secondo gli ultimi dati consolari, le missioni diplomatiche russe nel 2025 hanno rilasciato ai cittadini nordcoreani un totale di 36.413 visti, un aumento di quattro volte rispetto ai 9.239 visti del 2024. Secondo la ricostruzione dei media sudcoreani, si tratta in larga parte di forza lavoro a basso costo di cui la Russia ha disperato bisogno, in uno schema che aiuta Mosca ad aggirare la risoluzione 2375 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che vieta ai lavoratori nordcoreani di percepire redditi all’estero. Ma c’è di più, perché oltre alla Russia la Corea del nord può contare sulle garanzie offerte dalla seconda potenza del mondo: ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi era a Pyongyang, nel primo viaggio in Corea del nord dal 2019. Secondo le analisi pubblicate nei giorni scorsi, Pechino “sta cercando di riportare Pyongyang nella propria orbita”, dopo gli anni di chiusura della pandemia e l’impegno nordcoreano in Russia. L’asse era sufficientemente chiaro già il 3 settembre scorso, alla parata militare in cui Xi Jinping volle al suo fianco sia Putin sia Kim Jong Un. Ieri alla ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son Hui, Wang ha detto che “l’amicizia tradizionale tra Cina e Corea del nord, forgiata nel sangue, non svanirà mai ed è indissolubile”. I tentativi di Trump di tornare al tavolo dei negoziati con un altro incontro diretto con Kim Jong Un sembrano sempre più destinati al fallimento.