I trumpiani scatenati contro le frodi sanitarie per salvarsi a novembre

Ricordate “la caccia al somalo” in Minnesota? Ecco, ora è su scala nazionale, negli stati democratici, e la guida J. D. Vance. È la tecnica di Trump: se non si riesce a rispondere ai problemi, si crea un nemico e si accusano i democratici di essere i veri responsabili

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10 APR 26
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© foto Ansa

Come si rimette in piedi un anno elettorale che sta andando maledettamente male per il partito al governo? È l’interrogativo che ha accompagnato le riflessioni pasquali dei repubblicani negli Stati Uniti, alle prese con il crollo di popolarità di un Donald Trump che al momento ha un indice di gradimento del trentotto per cento, più o meno quello che aveva Joe Biden dopo il disastroso dibattito televisivo nella campagna presidenziale del 2024. Mentre il presidente cerca di trovare una via d’uscita dall’avventura iraniana, nei think tank della destra e nell’intero apparato del Partito repubblicano, a livello nazionale come nei vari stati, si cerca un’idea che scongiuri la disfatta che si profila all’orizzonte. A meno di sette mesi dal voto di midterm, cresce la paura di perdere la Camera e di rischiare grosso anche al Senato.
I candidati per il Congresso sono già nel pieno della campagna elettorale, ma finora il 2026 dei repubblicani è stato disastroso e mancano successi da rivendicare con gli elettori. La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e l’uccisione di Ali Khamenei in Iran interessano poco al piccolo imprenditore dell’Ohio o all’agricoltore del Kansas. La guerra nel Golfo finora per loro si è fatta sentire solo con il balzo del prezzo della benzina da due a quattro dollari al gallone e non è certo un buon argomento da utilizzare per i candidati. L’economia nell’insieme va bene, ma non è molto diversa da quella che potevano presentare Biden e Kamala Harris agli elettori due anni fa. I dazi non hanno creato i disastri temuti dagli economisti, ma sono stati bocciati e frenati dalla Corte Suprema e chi deve difendere un seggio alla Camera e al Senato non li cita più nei comizi.
L’immigrazione è sempre un tema importante, ma scalda solo la base Maga, che da sola non basta a vincere le elezioni. I licenziamenti della ministra per la Sicurezza interna Kristi Noem e di quella della Giustizia Pam Bondi hanno reso prudenti gli architetti dei blitz dell’Ice. Primo tra tutti il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller, che continua a guidare la lotta ai clandestini, ma lo fa tenendo un profilo basso, nel timore di diventare il prossimo bersaglio delle ire di Trump. Nel frattempo sta acquistando sempre più importanza il tema dei costi della sanità, con gli americani che vedono schizzare in alto le rate delle coperture assicurative e con il programma federale Medicaid che risente del taglio da un trilione di dollari deciso dal Congresso con il “One Big Beautiful Bill Act”, la legge finanziaria voluta da Trump – il cuore della politica economica del suo secondo mandato – che i candidati repubblicani si sentono sempre più spesso rinfacciare dagli elettori nei loro distretti.
Ecco allora che in queste settimane si fa strada un nuovo piano, che probabilmente vedrà pienamente la luce solo se e quando si sarà placata la crisi iraniana. L’idea è quella di lanciare una specie di grande “mani pulite” guidata non dal potere giudiziario, bensì da quello esecutivo e mirata a far diventare uno scandalo nazionale le frodi al sistema sanitario. In pratica, non potendo presentare agli elettori soluzioni convincenti per rispondere ai loro problemi legati al costo della sanità, Trump ha chiesto ai suoi di fare quello che gli riesce meglio quando è nei guai: dare la colpa a qualcuno, creare un nemico e scatenare le ire dell’opinione pubblica contro i democratici, accusandoli di essere i veri responsabili.
E’ una ripetizione, ma su scala nazionale, della “caccia al somalo” lanciata dalla Casa Bianca a gennaio, quando uno scandalo sulle frodi al sistema sanitario era esploso in Minnesota dopo la scoperta di truffe sui fondi per la lotta al Covid organizzate da membri della comunità somala locale. Fu il pretesto per mandare l’Ice in forze a Minneapolis e la premessa per gli scontri che sono sfociati nelle tragiche uccisioni degli attivisti Renee Good e Alex Pretti.
Un ruolo chiave ce l’ha ora il vicepresidente J. D. Vance, a cui Trump ha affidato l’incarico di zar per la lotta alle frodi. Il numero due della Casa Bianca in queste settimane si è organizzato, ha creato una task force basata presso il ministero della Giustizia e ha cercato alleati in quello della Sanità. Qui il referente naturale doveva essere il ministro Robert F. Kennedy Jr, che però è sempre immerso nelle proprie crociate per lanciare diete nazionali improbabili e fare la guerra a vaccini e farmaci vari. Vance lo ritiene poco affidabile e ha puntato invece sul capo dei programmi federali Medicare e Medicaid, Mehmet Oz, che in questi giorni sui social ha cominciato a lanciare le prime campagne contro le frodi.
La coppia Vance-Oz sta mappando l’America a caccia di truffe reali o presunte, puntando in preferenza su quelle che avvengono in città o stati controllati dai democratici, per dar loro la colpa come è già avvenuto in Minnesota. Nel mirino sono già finite situazioni come quella della contea di Los Angeles, che negli ultimi quindici anni ha visto crescere del 1.500 per cento le spese per le strutture di hospice finanziate con soldi pubblici. I problemi qui sono reali, visto che si indaga su frodi che riguardano l’utilizzo di 3,5 miliardi di dollari e si ipotizzano spese gonfiate per malati terminali che spesso non sono risultati tali. L’obiettivo adesso è far ricadere le colpe dell’accaduto sul governatore democratico Gavin Newsom e su tutto l’apparato democratico dello stato, per poter indicare un chiaro nemico all’opinione pubblica: “Ecco chi è che spreca i vostri soldi – è in sostanza il messaggio che vuole mandare la Casa Bianca – ed ecco perché i costi della sanità salgono”.
Le frodi sanitarie, per quanto diffuse, in realtà non hanno certo un peso tale da spostare i bilanci multimiliardari dell’apparato sanitario americano e i costi per le prestazioni ospedaliere e per i farmaci dipendono da una miriade di fattori, non ultimo l’effetto dei dazi di Trump. Ma in un anno elettorale sono distinzioni che scompaiono dietro la retorica degli attacchi politici: la “mani pulite” trumpiana, guidata da Vance, presto vedrà salire il livello dello scontro a livello nazionale, con attacchi mirati alle roccaforti democratiche. Serve a Trump per cercare di recuperare il controllo di una narrazione che gli sfugge e serve ai candidati del suo partito per avere qualcosa da utilizzare per scaldare gli elettori e mandarli ai seggi a novembre.
Vance, dopo essersi organizzato con Oz per mobilitare il sistema sanitario, adesso ha bisogno di alleati al ministero della Giustizia e sta aspettando di vedere come si risolverà la crisi aperta dalla cacciata di Pam Bondi. Per ora il posto di quest’ultima è stato preso ad interim dal suo vice, Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump, ma salgono le quotazioni di una veterana delle battaglie contro la cultura woke che sarebbe la perfetta alleata per Vance e una scelta galvanizzante per il mondo Maga. Si tratta di Harmeet Dhillon, 57 anni, una figura molto popolare tra i conservatori per la sua lunga esperienza di attivista capace di combattere i democratici nella loro roccaforte di San Francisco. Un lungo profilo di Dhillon su Politico, uscito durante il fine settimana pasquale, ha raccolto entusiasmo e vasto sostegno nel mondo repubblicano. Al Congresso, nel frattempo, il partito di maggioranza si sta a sua volta organizzando per lanciare l’offensiva sulle frodi guidata da Vance e ci sono già alcune commissioni della Camera che hanno avviato inchieste e richiesto a dieci stati – guarda caso, tutti democratici – di fornire i loro dati sull’uso dei soldi destinati alla sanità, per cercare di far emergere casi analoghi a quello di Los Angeles.
Funzionerà come strategia per cercare di rimontare in vista del voto di metà mandato? È presto per dirlo, ma sicuramente per Vance è un’occasione per rimettersi al centro dell’attenzione anche in vista delle presidenziali del 2028, dopo essere stato oscurato per mesi dal segretario di stato Marco Rubio. Dall’altra parte della barricata, i democratici osservano il tutto con crescente ottimismo – e forse con poca prudenza – forti dei sondaggi e delle ultime tornate elettorali locali che li hanno visti sempre vincenti. Un test importante saranno i voti speciali e le elezioni statali in arrivo tra aprile e maggio in vari stati, dall’Indiana al Wisconsin, per capire se sarà confermata la tendenza di uno spostamento complessivo degli elettori, soprattutto i giovani e gli ispanici, rispetto alle presidenziali del 2024. In quel caso, alla Casa Bianca scatterà davvero l’allarme rosso in vista del midterm.