Starmer va nel Golfo a tessere un’alleanza per Hormuz e per il nuovo mondo

Il premier britannico cerca di tessere una nuova strategia che possa rattoppare gli strappi trumpiani e cerca nuovi appigli tra sauditi, europei e ucraini
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9 APR 26
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Keir Starmer, premier britannico, nella base di Taif in Arabia Saudita

Le capitali europee hanno accolto con sollievo l’annuncio del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran: per quanto temporaneo e invero instabile, è sempre meglio della fine della civiltà iraniana evocata da Donald Trump. Certo, poi c’è da gestirlo, questo cessate il fuoco, perché i volenterosi europei – capitanati dal governo britannico di Keir Starmer – avevano detto di essere pronti ad azioni diplomatiche e militari per liberare lo Stretto di Hormuz una volta che non ci fosse più stata la minaccia dei missili iraniani disposti sulla costa e pronti a colpire qualsivoglia bersaglio purché americano o dei suoi alleati. Alleati, poi: pure questo termine non si sa più come utilizzarlo in modo appropriato, e mai come in queste settimane è sembrato l’espressione della nostalgia di un mondo che non c’è più. Starmer, volenteroso ed equilibrista, è andato nel Golfo a salutare le truppe e cercare di tessere una nuova strategia che possa rattoppare, dicono a Londra, gli strappi trumpiani. 
La visita di Starmer, che dura tre giorni ed è iniziata ieri con l’arrivo in Arabia Saudita, è stata preceduta da una conversazione telefonica tra la ministra degli Esteri Yvette Cooper e il segretario di stato americano Marco Rubio. I resoconti mostrano una cortesia glaciale, la stessa che può descrivere lo stato della relazione speciale tra Regno Unito e America – e mai come in queste settimane i commentatori britannici ricordano una frase dello storico Max Hastings: “Il concetto di special relationship fu inventato per ragioni di convenienza politica da Winston Churchill, che divenne poi il primo di molti premier a scoprire che si trattava di un mito”. Cooper e Rubio hanno convenuto sul fatto che “è necessario uno sforzo internazionale per far sì che le navi possano muoversi liberamente” nello Stretto di Hormuz e che “le risorse energetiche possano raggiungere il mercato globale”.
Sì, ma come? E con chi?
La settimana scorsa, Cooper aveva tenuto una videoconferenza con una quarantina di paesi in cui si era discusso della possibilità di un intervento anche militare per la riapertura di Hormuz, che pure è considerato pericoloso e inefficace dalla gran parte dei paesi coinvolti, in particolare quelli europei. Martedì c’è stata un’altra videoconferenza, con una trentina di paesi questa volta, e ancora non si è trovato un modo per “il passaggio sicuro” nello Stretto, ma nelle dichiarazioni di ieri l’ipotesi militare non compare proprio, mentre i media britannici si appassionano, si fa per dire, ai guai della HMS Dragon, l’unica nave militare messa a disposizione dal Regno Unito che è ferma nel Mediterraneo con il sistema delle acque interne rotto.
Il “come” della liberazione dello Stretto sembra indefinibile – ovviamente gli inglesi dicono: “Dire Straits” – ed è per questo che Starmer, come molti altri, lavora sul: con chi. La special relationship è messa molto male ma esiste ancora, dicono alcuni esperti ricordando che Trump ha attaccato il premier britannico in modo duro ma soltanto a parole, non per esempio rimettendo mano ai dazi, come fa di solito (Londra ha una percentuale considerata “premio” di dazi nuovi imposti da Washington: il 10 per cento). Però il punto è che Starmer, così come gli altri alleati europei della Nato, non ci fanno più troppo affidamento o perlomeno cercano di diversificare le proprie alleanze. Nel Golfo l’umore è più o meno lo stesso, a partire proprio dai sauditi che non si sono sentiti protetti dagli Stati Uniti trumpiani, se ne sono lamentati pubblicamente, e ora cercano altri appigli. Il primo è naturalmente quello ucraino, che soltanto il disprezzo dei trumpiani poteva ignorare, ma che fa da perno anche per gli altri europei: Robert Peston, forse il più noto anchorman del Regno Unito che ieri è partito con il premier alla volta del Golfo, ha raccolto un po’ di commenti e analisi e dice che “negli occhi dei leader del Golfo, il Regno Unito e l’Europa in senso ampio, inclusa l’Ucraina con la sua formidabile capacità di produrre droni, risultano amici meno intimidatori rispetto alla Cina e all’America: hanno un interesse materiale nel rafforzare i legami con Londra”. Questo interesse materiale, nelle sue molteplici forme, è il collante della prima alleanza non-americana che questi paesi stanno formando: per il Regno Unito c’è l’elemento ulteriore, forse inevitabile, del grande riavvicinamento all’Europa, dopo dieci anni di Brexit e dopo aver sognato di poter esistere nel mondo come media potenza proprio grazie all’aiuto americano.
Il nuovo mondo non più a trazione americana è instabile e agitato e muove i suoi primi passi nelle acque peggiori, quelle dello Stretto di Hormuz, ma è l’unica alternativa che per ora è stata creata. Sempre coltivando la speranza che non tutto sia perduto: il più disperatamente convinto di questa possibilità è il segretario generale della Nato, Mark Rutte, il primo leader europeo a sottoporsi al “trattamento Studio ovale” da quando l’Alleanza atlantica è andata in mille pezzi.