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Israele e il Libano iniziano a parlare
Non ci sarà un cessate il fuoco, ma la prossima settimana sono previsti i colloqui diretti fra israeliani e governo libanese. I punti e perché sono importanti
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9 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:55 PM

AP Photo/Hassan Ammar
La distanza fra un punto a metà del confine fra Israele e Libano e lo Stretto di Hormuz è di duemilacentoventinove chilometri. Sono lontani, eppure quello che accade al confine in cui Tsahal e Hezbollah si scontrano è molto legato allo Stretto in cui il regime iraniano ha preso in ostaggio il commercio globale. Ieri alcune testate americane hanno lasciato uscire l’indiscrezione secondo la quale il presidente americano Donald Trump avrebbe chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di allentare la tensione in Libano per non rovinare i colloqui a Islamabad previsti per sabato a cui gli iraniani minacciano di non presentarsi se Israele non accetterà un cessate il fuoco anche con Hezbollah. Teheran minaccia anche di bloccare lo Stretto di Hormuz se Tsahal non fermerà le operazioni in Libano.
Mercoledì è stata la giornata più sanguinosa per i libanesi, in pochi minuti, l’aviazione israeliana ha colpito un numero altissimo di obiettivi e il primo ministro libanese Salam ha deciso di indire il 9 aprile una giornata di lutto nazionale. Israele ha colpito la capitale Beirut e il sud del Libano, prendendo di mira soprattutto quartieri e villaggi governati da Hezbollah. Durante i bombardamenti è stato ucciso anche Naim Qassem, l’inconsistente leader del gruppo che finora non era mai rientrato fra gli obiettivi degli israeliani. Il messaggio è che non soltanto non verrà più tollerata la minaccia di Hezbollah, ma non verrà più tollerata la sua esistenza.
Per gli iraniani, lo Stretto di Hormuz è l’arma di ricatto più potente che hanno in mano per ottenere qualcosa dagli americani. Per Israele, l’arma di ricatto sono invece i combattimenti contro Hezbollah. Netanyahu ha rifiutato il cessate il fuoco in Libano, ma ha detto di aver dato istruzioni per dei colloqui diretti con il governo libanese. Beirut chiedeva da settimane di parlare direttamente con Israele, ma da Gerusalemme la risposta che arrivava era che non poteva esserci fiducia nei confronti di un governo che non aveva fatto altro che promettere di essere pronto a disarmare Hezbollah ma non aveva mai agito di conseguenza. Anche questa volta i colloqui diretti fra libanesi e israeliani verteranno sul cessate il fuoco, che Israele continua a considerare separato da quello in Iran, e soprattutto su cosa Beirut è disposta a fare per fermare il gruppo armato che funziona anche come partito a rappresentanza degli sciiti in Libano. Finora nessuno ha avuto il coraggio di fermare Hezbollah per paura di una guerra civile che potrebbe avere conseguenze più irreparabili di un conflitto con Israele.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)