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La sfida a Trump dei democratici resta più simbolica che politica
Dopo i post su Truth e l’ultimatum sull’Iran, 85 deputati chiedono la rimozione del presidente per mezzo del venticinquesimo emendamento. Ma visto il muro repubblicano al Congresso l’ipotesi resta politicamente impossibile
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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:20 PM

I post su Truth di questi giorni di Trump, culminati con la minaccia di “annientamento di un’intera civiltà”, hanno portato a prese di posizione forti all’interno del partito democratico. Nonostante la situazione sia rientrata con la negoziazione del cessate il fuoco a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum, ottantacinque deputati hanno chiesto pubblicamente la rimozione di Trump dal suo incarico per mezzo del venticinquesimo emendamento. Le possibilità che questo accada sono nulle: infatti, per rendere effettivo l’allontanamento, il vicepresidente e la maggioranza della squadra di governo dovrebbero votare per sollevare temporaneamente il presidente dalle sue funzioni. Il voto deve poi essere approvato da entrambi i rami del Congresso con una maggioranza dei due terzi. Né il vicepresidente J. D. Vance, che ha difeso il post di Trump, né i repubblicani al Congresso hanno segnalato una qualsivoglia apertura sul tema. Vance, il più isolazionista della squadra governativa, ha affermato che, nei confronti dell’Iran “abbiamo strumenti nella nostra cassetta che finora abbiamo deciso di non usare”, sposando di fatto la linea del presidente. La Casa Bianca ha rifiutato le richieste dell’opposizione, definendola “debole e inefficace, il motivo per cui si trova ai minimi storici”.
I democratici, comunque, si stanno muovendo in ordine sparso, indecisi su quale sia la strada migliore per indebolire i repubblicani. Jasmine Crockett, deputata democratica del Texas, ha mandato una lettera a Vance e a tutti i ministri per chiedere l’utilizzo del venticinquesimo emendamento; John Larson, veterano democratico del Connecticut, ha prodotto invece un impeachment contro il presidente, che, dati i numeri sfavorevoli, non ha nessuna possibilità di passare il vaglio della Camera. La deputata dell'Arizona di origini iraniane, Yassamin Ansari, sta invece cercando di sottoporre a impeachment il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
La leadership democratica, invece, non si è esposta su questi tentativi e vorrebbe giungere a una soluzione più istituzionale: Hakeem Jeffries, leader dei dem alla Camera, avrebbe intenzione di votare il prima possibile una risoluzione per negare a Trump di proseguire le ostilità, scommettendo sul fatto che riuscirebbe a convincere pochi repubblicani a sostenerlo, come avvenuto per un voto simile sul Venezuela a gennaio. I deputati repubblicani John Curtis e Don Bacon, noti per posizioni più moderate, hanno detto che il Congresso dovrebbe perlomeno votare sulla guerra. Secondo la War Powers Resolution un presidente può inviare truppe all'estero senza l’approvazione formale del Congresso, solo per sessanta giorni, e solo in caso di “emergenza nazionale causata da un attacco contro gli Stati Uniti, i loro territori o possedimenti, o le loro Forze armate”.
Anche su questo tema i democratici sono divisi tra progressisti e moderati: l’ala più a sinistra vorrebbe continuare a premere su temi più forti, come l’allontanamento del presidente, nonostante non ci siano possibilità concrete di ottenerlo. Una richiesta mantenuta anche dopo il cessate il fuoco: la deputata Melanie Stansbury ha detto che “solo perché ha annunciato due settimane di tregua subito prima di attuare la minaccia di commettere crimini di guerra, non vuol dire che è idoneo a ricoprire la carica”. I moderati, invece, sposano la linea della leadership e vorrebbero mettere in difficoltà i repubblicani con un voto sui poteri del presidente di continuare la guerra. Nel silenzio generale a destra, hanno pesato le parole del senatore repubblicano Ron Johnson che ha affermato che “il presidente mi perderà se deciderà di attaccare infrastrutture civili”, a segnalare che durante la crisi delle scorse ore nemmeno il partito di maggioranza era compatto sul sostegno alle mosse di Trump. Né lo speaker della Camera, Mike Johnson, né il leader al Senato, John Thune, hanno fatto dichiarazioni ufficiali riguardo ai toni del presidente nei confronti della popolazione iraniana.
Per Trump, poi, pesa anche lo scollamento con la sua base tradizionale. Se gli influencer di destra lo hanno criticato dall’inizio della guerra per aver aperto un altro fronte in medio oriente, dopo aver fatto campagna affermando che non sarebbe più successo, oggi invocano anche loro il venticinquesimo emendamento per rimuovere il presidente. Hanno scritto in questo senso sia il cospirazionista Alex Jones sia la podcaster Candace Owens. Perfino l'esponente Maga Marjorie Taylor Greene, uscita dalle grazie di Trump dopo averlo contraddetto sulla gestione degli Epstein files, ha affermato che “non si può uccidere un’intera civiltà, è una cosa malvagia”, e ha dichiarato di essere favorevole alla rimozione del presidente.