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Petroliere obsolete, connesse a Starlink e pagate in criptovalute. Il sistema della flotta ombra russa
Il Kyiv Independent ha ricostruito il sofisticato sistema a bordo delle navi "fantasma" che si spostano dall’Iran al Venezuela e rimangono al largo per mesi con i segnali spenti. La testimonianza di due ucraini reclutati "involontariamente" dal Cremlino
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3 APR 26

La maggior parte delle petroliere che fanno parte della “flotta ombra” russa sono imbarcazioni fatiscenti, di seconda mano, con scafi arrugginiti e pezzi di ricambio forniti tramite intermediari per mascherare il più possibile le proprie attività e occultare l’origine e la destinazione finale delle attrezzature. A renderla “ombra” è la capacità di nascondere la posizione, disattivando i transponder e cambiando anche il nome sui documenti, bandiera e proprietario: è così che riesce a eludere le sanzioni sul petrolio e finanziare la sua guerra in Ucraina. Secondo un’inchiesta del Kyiv Independent, al contrario delle condizioni obsolete delle imbarcazioni, a bordo si utilizzano tecnologie all’avanguardia.
“L’armata utilizzata per trasportare petrolio soggetto a sanzioni in tutto il mondo è mantenuta in funzione grazie alla moderna tecnologia occidentale, incluso Starlink”, scrive la giornalista Tanya Kozyreva. Il Kyiv Independent ha intervistato due marinai ucraini che hanno raccontato a condizione di anonimato di essere entrati involontariamente a far parte della flotta ombra russa, tramite un’offerta di lavoro: “Non sapevo che fossimo stati reclutati perché non sapevo nemmeno chi ci avesse reclutati”, ha detto uno dei due. E sarebbe avvenuto tutto per telefono, i reclutatori hanno usato numeri di telefono britannici, “ci hanno mandato dei documenti, li abbiamo firmati, li abbiamo rispediti e ci hanno dato i biglietti”. La loro testimonianza ha svelato un sistema “clandestino ma estremamente sofisticato”. Più fonti hanno raccontato al media ucraino che la comunicazione delle imbarcazioni con i loro armatori avviene spesso tramite tecnologie occidentali, tra cui telefoni satellitari e terminali Starlink, probabilmente acquistati tramite società intermediarie. Spesso per l’equipaggio l’accesso al servizio internet è limitato nel tempo e nella larghezza di banda, mentre il comandante “mantiene una connettività illimitata, che gli consente il contatto diretto con armatori e intermediari durante tutto il viaggio”. Oltre alla connessione, anche i sistemi di pagamento sono all’avanguardia: gli stipendi dell’equipaggio vengono spesso pagati in contanti o in sistemi di criptovaluta come il Tether, un’infrastruttura finanziaria condivisa non solo tra le imbarcazioni russe ma anche da quelle riconducibili a Venezuela e Iran. I salari più bassi variano dai duemila ai tremila euro al mese, i costi con un equipaggio di circa 30 persone possono ammontare a 120.000 dollari di stipendi per imbarcazione: i membri dell’equipaggio li hanno chiamati “soldi facili”, perché le navi spesso evitano gli scali portuali formali e le ispezioni, trasferendo il petrolio tramite operazioni da nave a nave condotte al largo, a volte con i sistemi di identificazione disattivati.
La petroliera Bella-1, registrata in Guyana e inserita dal 2024 nella lista delle imbarcazioni sanzionate dal dipartimento del Tesoro statunitense per il trasporto di petrolio iraniano e per presunti legami con reti di finanziamento del terrorismo, ha stazionato per mesi al largo delle coste iraniane, registrando oltre 379 eventi di incontro sospetti e scomparendo almeno 17 volte nelle acque iraniane. Lo scorso dicembre, mentre veniva inseguita dagli Stati Uniti diretta verso il Venezuela per caricare petrolio, ha dipinto sulla fiancata una bandiera russa e si è ribattezzata “Marinera”. Dopo settimane di inseguimenti e l’invio in suo soccorso di un sottomarino russo, la Guardia costiera degli Stati Uniti ha abbordato e sequestrato l’imbarcazione nell’Oceano atlantico: 17 membri dell’equipaggio su 28 erano cittadini ucraini, due di questi sono i marinai intervistati dal Kyiv Independent. Entrambi hanno dichiarato di non sapere di essere su una nave russa, e di non aver sospettato nulla fino a quando non è stata loro comunicata la destinazione. “Quando ci hanno detto che ci stavamo dirigendo verso il Venezuela, abbiamo risposto: ‘Non ci andremo’. E loro hanno replicato: ‘Andrete a Curaçao, dove verrà effettuato il cambio di tutto l’equipaggio’”. A bordo della nave c’era un dipartimento di sicurezza, anche quello gestito da cittadini ucraini, che quando è iniziato l’inseguimento “ha preso il controllo”. Secondo il loro piano, se la nave fosse diventata russa, con la bandiera ben visibile sullo scafo, “gli americani ci avrebbero lasciato andare” – il testimone l’ha definito un pensiero “ingenuo”.
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Nata a Roma, all'università tra le tante lingue e civiltà orientali ho scelto il cinese. Grazie a un progetto di doppio titolo ho studiato un anno a Pechino, rapita dal romanticismo delle poesie Tang. Negli anni ho sviluppato un talento particolare per le passioni più costose, collezionando corsi: fotografia, ceramica, poi giornalismo. Dal 2021 lavoro al Foglio, nella redazione (umana) degli Esteri e in quella virtuale del Foglio AI.