La Siria e l’Iraq che ci ha raccontato Shelly Kittleson e le nostre voci unite per la sua liberazione

 Seria, curiosa e a tratti malinconica, nei dispacci che ci ha inviato dal medio oriente, ha spesso fatto riferimento al passato, collegando i puntini di una regione in grande evoluzione. Aspettiamo il suo ritorno

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2 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:33 PM | 4 APR 26
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 “Sarò a Baghdad a partire da questo pomeriggio, inshallah”, ci ha scritto Shelly Kittleson la mattina del 24 marzo scorso, mandando la sua posizione, a tremila chilometri da qui, sulla Freeway 1, la lunga autostrada irachena che taglia circa a metà il paese tra nord e sud. Shelly arrivava da est, dalla Siria, con una tappa in Giordania, un viaggio che ha fatto spesso nei suoi tanti anni trascorsi in questi paesi, ma questa volta è tutto più complicato, c’è una guerra in corso, missili e droni nei cieli, un’instabilità quasi incontrollabile, minacce agli stranieri, ai giornalisti. Shelly ha raccontato questa nuova realtà sul Foglio dal settembre scorso, assieme ai molti altri smottamenti che stanno facendo franare equilibri e certezze in medio oriente, con il suo stile scarno e preciso, il suo rigore – scusa il ritardo di qualche ora, dovevo confermare una cosa, ci ha scritto spesso – e la sua serietà addolcita dalle emoji di fiori con cui accompagna ogni grazie e ogni saluto.
Martedì Shelly è stata rapita a Baghdad, con tutta probabilità dalle milizie filoiraniane Kataib Hezbollah. 
Era in centro, sulla Saadoun Street, una delle strade più note della città, due uomini l’hanno messa di forza su un’auto, un’altra auto del commando è stata intercettata dalla polizia irachena poco dopo e il suo autista è stato arrestato: secondo tre fonti anonime citate dal Committee to Protect Journalist (Cpj), quest’uomo fa parte della 45esima brigata delle Forze popolari di mobilitazione (Pmf), un gruppo di milizie che opera sotto il governo iracheno ma ha legami stretti con Teheran e di cui fa parte anche Kataib Hezbollah. Ali al Mikdam, esperto di politica irachena e delle influenze iraniane nella regione, ci ha detto di aver incontrato in passato Shelly, ci ha ribadito la sua serietà e professionalità, ma ci ha spiegato che i membri delle milizie sono ovunque, si presentano agli stranieri come ricercatori o rappresentanti di organizzazioni civili e così tendono le loro trappole. Secondo gli ultimi aggiornamenti forniti da al Mikdam, il governo iracheno ha creato una operation room dedicata per rintracciare Shelly, che è stata localizzata l’ultima volta nella zona di Jurf al Sakhar, a circa 60 chilometri dalla capitale, che è una roccaforte di Kataib Hezbollah.
Shelly aveva cercato di entrare in Iraq il 9 marzo scorso direttamente dalla Siria, dal valico al Qaim, ma non l’avevano fatta passare per questioni di sicurezza e perché le mancavano dei permessi – ci aveva detto che era stato molto spiacevole, le avevano preso il passaporto per qualche ora senza dare spiegazioni – e poi era riuscita a entrare la settimana scorsa, con un visto valido per 60 giorni: secondo le autorità americane e irachene Shelly era stata avvertita più volte delle minacce.
Cinquant’anni il prossimo settembre portati benissimo, Shelly ha coltivato la sua passione per il giornalismo e il mondo consumando le copie del National Geographic che sua nonna collezionava nella loro casa in Wisconsin. Aveva iniziato con la fotografia, era arrivata in medio oriente e poi in Afghanistan attorno al 2012 e aveva trovato il suo punto fermo a Roma, dove è sempre rientrata con una certa regolarità. Seria, curiosa e a tratti malinconica, nei dispacci che ci ha inviato dalla Siria e dall’Iraq, Shelly faceva spesso riferimento al passato, collegando i puntini di una regione in grande evoluzione. Scrive a più voci, Shelly, e sono anche queste voci, assieme ai giornalisti e alle testate con cui ha lavorato e alle associazioni che difendono la libertà di stampa nel mondo, che oggi chiedono la sua liberazione, e noi con loro.