Esteri
L'analisi •
I dazi riducono il deficit americano con la Cina ma il resto esplode
Le importazioni da Pechino si sono dimezzate ma nonostante i dazi il disavanzo sui beni ha toccato il record di 1.240 miliardi. A gonfiarlo è la fame di chip per l'AI: il deficit con Taiwan è raddoppiato in un anno
1 APR 26

Il presidente americano Donald Trump ha una fissazione: ridurre il deficit commerciale americano, the trade deficit. Otto anni di dazi (che Joe Biden aveva mantenuto), una instancabile guerra commerciale con la Cina, un’ulteriore fiammata doganale per tutto il globo che ha raggiunto picchi del 145 per cento, e un mese fa uno scontro con la Corte suprema che resterà nella storia. Eppure il deficit commerciale americano di beni, nel 2025, ha toccato il record di 1.240 miliardi di dollari, secondo i dati del Dipartimento del commercio americano.
L’intera guerra commerciale di Trump contro Pechino è stata quasi neutralizzata dalla fame americana di chip per l’intelligenza artificiale. Le importazioni americane dalla Cina sono scese del 30 per cento in un anno, da 439 a 308 miliardi, e il deficit bilaterale è passato da 295 a 202 miliardi, ossia il minimo dal 2005. In totale, la quota cinese sulle importazioni americane è crollata al 9 per cento dal 21 del 2017. Sul piano bilaterale con la Cina, Trump ha dunque ottenuto dei risultati. Solo che mentre il corridoio commerciale con Pechino si stringeva, se ne spalancavano altri di dimensioni maggiori che hanno portato il deficit di beni alle stelle.
La costruzione dei data center per l’AI ha generato una domanda di chip e apparecchiature che ha travolto ogni calcolo. Un report del McKinsey Global Institute di marzo stima che le spedizioni legate all’intelligenza artificiale hanno rappresentato circa un terzo della crescita del commercio globale nel 2025. Semiconduttori e componenti per data center pesano ormai oltre il 35 per cento degli scambi mondiali e quella domanda passa quasi tutta per Taiwan, dove si trova Tsmc che produce oltre il 90 per cento dei chip più avanzati al mondo – quelli che servono ai processori di Nvidia e ai data center di Google e Microsoft. Solo nei primi nove mesi del 2025 le importazioni americane di computer, accessori e telecomunicazioni sono aumentate del 48 per cento rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 332 miliardi. Le esportazioni taiwanesi verso gli Stati Uniti sono cresciute del 78 per cento nel 2025 e il deficit bilaterale con Taiwan è raddoppiato da 74 a 147 miliardi. Così, rispetto alla bilancia commerciale, quei 73 miliardi di import in più con Taipei rosicchiano i 93 miliardi risparmiati con Pechino. E per la prima volta, sia Taiwan sia il Messico hanno superato la Cina come principali fonti americane di prodotti tecnologici avanzati – nel caso messicano perché le aziende taiwanesi assemblano server e componenti per data center nei loro stabilimenti al di là del confine americano.
L’Amministrazione americana a febbraio ha firmato un accordo con Taipei che sigla e amplifica questa dipendenza. I dazi per le merci taiwanesi sono generalmente fissati al 15 per cento, ma ora i produttori di semiconduttori che investono negli Stati Uniti possono importare chip con dazi ridotti o azzerati in proporzione alla capacità produttiva che costruiscono in America. In cambio, Taiwan si è impegnata a investire 250 miliardi negli Stati Uniti, di cui 100 già annunciati da Tsmc in Arizona, e a comprare 85 miliardi di merci americane entro il 2029, dal gnl ai velivoli. Così, il deficit con Taipei continuerà a crescere, accompagnato però da altri paesi che hanno trovato nella guerra tra Washington e Pechino spazio per inserirsi. Nel 2025 il deficit con il Vietnam è salito a 178 miliardi di dollari (+44 per cento sul 2024), quello con il Messico a 197 miliardi e con la Thailandia a 72. Ma una parte di queste importazioni sono prodotti cinesi rietichettati lungo il tragitto in modo da arrivare negli Stati Uniti per vie traverse. La Federal Reserve di New York ha documentato nel 2024 una discrepanza di 158 miliardi tra le importazioni dichiarate dagli Usa e le esportazioni dichiarate da Pechino. E l’Unione europea, intanto, è diventata il primo partner commerciale in passivo per gli Stati Uniti con 219 miliardi di deficit. Non perché abbia esportato di più (il suo disavanzo è in realtà sceso), ma perché la Cina è “precipitata” più in fretta, almeno con gli Stati Uniti. Infatti il surplus commerciale cinese con il mondo ha toccato nel 2025 il record di 1.189 miliardi. Le aziende hanno ridirezionato le vendite verso il sud-est asiatico, l’Ue, l’Africa e l’America latina. E così la Cina non ha perso quasi nulla.
In America i dazi non hanno nemmeno riportato le fabbriche a massima potenza. Il settore manifatturiero ha perso circa 100 mila posti nel 2025, il terzo anno consecutivo di calo. Era il settore che doveva tornare “ruggendo” nelle parole di Trump. Ma, di nuovo, secondo la Tax Foundation, i dazi rappresentano il più grande aumento fiscale in percentuale del pil dal 1993 e costeranno in media 1.500 dollari a famiglia nel 2026. Così il conto della guerra commerciale lo pagano in gran parte i consumatori americani. E nonostante un mese fa la Corte suprema abbia dichiarato illegali buona parte dei dazi imposti nel 2025, Trump ha risposto con un nuovo dazio globale del 10 per cento sotto un’altra legge, accompagnato da nuove indagini commerciali contro decine di paesi, inclusa l’Ue. Il deficit commerciale intanto è ancora lì, a livelli record.