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La sopravvivenza a Cuba si fonda sul gasolio allungato col cherosene
Prima del 2026, Venezuela e Messico inviavano fino a 40 mila barili, tra petrolio e prodotti raffinati, ogni giorno. Oggi le strade dell’Avana sono un deserto di asfalto crepato, e i camion cisterna si muovono con il contagocce
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31 MAR 26

Foto ANSA
Le strade dell’Avana sono un deserto di asfalto crepato, il Malecón non strombazza più, il silenzio è rotto solo dal fruscio arrugginito delle catene dei risciò, uno dei pochi mezzi che non funziona con il petrolio. Nella capitale resistono tre hotel di proprietà dello stato, che hanno i generatori che funzionano, tutto il resto è “cerrado”, chiuso.
Dopo il rovesciamento di Nicolás Maduro in Venezuela il 3 gennaio scorso, Donald Trump ha imposto il “bloqueo energetico”, il blocco energetico che va a sommarsi al bloqueo statunitense del ’62. La minaccia di dazi punitivi a tutti i paesi che commerciano con l’isola caraibica ha fatto scappare anche il Messico, che nel 2025 era il secondo pilastro energetico di Cuba con i suoi 20 mila barili di greggio giornalieri. Prima del 2026, Venezuela e Messico inviavano fino a 40 mila barili, tra petrolio e prodotti raffinati, ogni giorno: l’ultima consegna messicana è arrivato tra il 27 e il 29 dicembre, con 80 mila barili, poi il nulla. La Marina e la Guardia costiera americane pattugliano i Caraibi intercettando ogni goccia diretta verso l’isola e sono stati proprio gli Stati Uniti ad autorizzare l’arrivo e l’attracco a nord dell’isola dell’Anatoly Kolodking, una petroliera battente bandiera russa, con a bordo – secondo le informazioni trapelate – 730 mila barili di greggio. Washington ha insomma violato il proprio embargo perché Mosca potesse dare un aiuto al suo principale alleato nella regione. Ma potrebbe essere comunque un sollievo temporaneo. A Cuba ci sono otto grandi centrali termoelettriche costruite tra gli anni Sessanta e Ottanta, con tecnologie sovietiche e cecoslovacche che, ancora oggi, secondo l’International Energy Agency, dovrebbero garantire l’80 per cento del fabbisogno nazionale. Il problema è che queste centrali furono progettate per il “crudo nacional”, un petrolio pesante, corrosivo al punto da divorare le caldaie dall’interno a causa dell’alto contenuto di zolfo. E’ un suicidio impiantistico continuo: le manutenzioni non vengono eseguite per carenze di investimenti, gli impianti sono reperti di archeologia industriale con pezzi di ricambio originali introvabili, complice l’embargo. I tentativi di rammendo non sono mancati ma sono stati poco efficaci e così nel 2006, fu inaugurata la “Rivoluzione energetica”, 1.800 microgeneratori a diesel e olio combustibile sparsi in 110 municipalità, più altri seimila generatori di emergenza per blindare ospedali e scuole. Per un breve momento sembrò funzionare: l’uso del cherosene crollò del 66 per cento e i blackout concessero una tregua. Ma non durò. Oggi quel sistema rimane ancora scolpito dall’impronta sovietica, con problemi strutturali e il peso della obsolescenza: gli “apagón”, i blackout di corrente, sono ormai sempre più frequenti e feroci di quelli degli anni Novanta. Solo dall’inizio di quest’anno se ne contano sette, di cui tre nel mese di marzo. Per due volte in una settimana il Sistema elettrico nazionale (Sen) è collassato integralmente. E dove manca la luce scompare anche l’acqua. L’80 per cento dell’approvvigionamento idrico è schiavo delle pompe elettriche. Quando manca la corrente, le cisterne non si riempiono e la pressione nelle condotte svapora. Restano solo le “pipas”, i camion cisterna, che però si muovono con il contagocce. Secondo l’Ufficio statistico di Cuba (Onei), nel 2022 solo il 15 per cento delle famiglie cubane godeva di acqua corrente continua. Nelle zone rurali e in quartieri storici dell’Avana l’acqua c’è ogni 2-3 giorni.
Luisa, sessant’anni, che divide dieci metri quadrati con altre sei persone nel cuore della capitale, si sveglia all’alba per mendicare le poche ore di corrente concesse dallo stato e dalle centrali. Emilce racconta: “Tolgono la corrente tutte le notti. Stamattina è tornata alle 6, sono corsa in cucina, ho lavato, ho cucinato, ho pulito, tutto correndo. E poi l’hanno staccata di nuovo”. L’attracco della petroliera russa potrebbe dare un po’ di respiro, ma secondo gli esperti meno di un milione di barili non bastano a sfamare centrali, trasporti e servizi pubblici agonizzati da mesi. Il poco combustibile che resta al governo viene gestito con parsimonia, oltre a essere riservato a centrali elettriche e tassisti statali. Uno di loro, che gira su un vecchio almendrón rosso che borbotta e si strozza a ogni curva, ripete “no hay carburante”, non c’è carburante. Nelle poche pompe aperte ci sono file chilometriche di taxi governativi, i “privilegiati” che ricevono venti litri al giorno per portare in giro i pochi turisti rimasti. Le altre auto sono ferme, le strade sono sempre più vuote: girano solo i rikimbili, i carretti elettrici, i cocotaxi e le biciclette.
Il “disgelo” obamiano è un reperto d’archeologia diplomatica, sepolto sotto 243 sanzioni che hanno prosciugato le casse dell’Avana. Dal 2019, Trump ha vietato le navi da crociera e i voli charter verso città diverse dalla capitale e ha stilato una lista nera di 200 entità, tra hotel, negozi e agenzie, gestite dai militati di stato cubani dove spendere dollari è diventato reato federale. Con la dicitura di “stato sponsor del terrorismo” affibbiato nel 2021 e il successivo blocco dell’Esta confermato dall’Amministrazione Biden Cuba è arrivato il colpo di grazia. Oggi, con l’ordine esecutivo del 29 gennaio 2026 che definisce Cuba una “minaccia alla sicurezza nazionale”, i numeri sono disastrosi. Nel 2024, l’isola ha ospitato 2,2 milioni di turisti, la cifra più bassa dopo la pandemia. E nel 2025 un altro crollo del 18 per cento rispetto all’anno prima. Dall’inizio del 2026 sono stati annullati circa 1.700 voli internazionali, soprattutto da compagnie nordamericane ed europee.
Come si sopravvive allora a Cuba? La linfa scorre ormai solo sottobanco, in un ecosistema fondato sulla contrattazione estenuante, chiamate interrotte, attese: la regola è non farsi vedere da nessuno, mai inimicarsi il vicino e, soprattutto, essere disposti a pagare cifre folli. Pedro, nato e cresciuto in un vicoletto zona Malécon, dopo aver interrogato mezzo quartiere e aver pedalato sulla bicicletta regalatagli dal fratello dopo il bloqueo, ha trovato “il contatto”. Ma il rituale richiede una liturgia precisa: “Vieni a casa, siediti con mia mamma”, ordina. E’ la garanzia della fiducia: lo scambio deve avvenire tra le mura domestiche per evitare che i cinque litri di benzina richiesti si trasformino in cinque anni di carcere. “Vado solo io a prendere la benzina perché loro non si fidano, si irritano. Non vogliono essere visti. Sono 1.500 pesos per cinque litri. Ho fatto il conto, sono 27.000 pesos”. Circa undici dollari al litro. Gli passo i soldi, conta 27.000 in dieci secondi. “Ay Dios mío, perché tutti questi soldi non sono miei?”, sorride mentre alza gli occhi al cielo, ed esce. Torna poco dopo con la la tanica piena, un trionfo da 60 dollari in un paese dove il salario medio è una frazione di quella cifra.
Questa benzina arriva a Cuba tramite i “mipymes”, le piccole imprese private che riescono a importare container-cisterna dagli Stati Uniti e dal Messico. In parte è il risultato di piccoli, metodici sacchetti ai depositi dell’aeroporto: il personale tecnico estrae quotidianamente piccole quantità di carburante, accumulandole in case private per poi farci la cresta. La tecnica è questa: quando un bus turistico si ferma in una zona d’ombra, il venditore si avvicina con pompe elettriche o semplici tubi di gomma, aspirando, anche a bocca se serve, il liquido dai serbatoi per travasarlo nelle taniche. E’ questo il carburante che alimenta le Cadillac o i generatori delle casas particulares durante i blackout: una miscela allungata con acqua, alcol e cherosene per aumentarne il volume, con il prezzo che lievita a ogni passaggio di mano.
Quando si spegne la luce, le antenne di Etecsa, l’unico operatore statale di telecomunicazioni, dispongono di batterie di backup che finiscono dopo due o tre ore. Ma con blackout che ormai sfondano il muro delle diciotto ore, interi comuni restano senza segnale. La soluzione, per chi può, è l’importazione privata: dal 2021 il governo ha sdoganato i sistemi fotovoltaici, introdotti dalle mipymes che li acquistano all’ingrosso da Cina, Panama e Spagna. Ma solo chi ha da spendere tra i 1.500 e i 3.000 dollari può permetterseli. Roberto, un ex giornalista che oggi tenta la sorte gestendo un ostello del Vedado, non si fa illusioni. Prevede che i cubani scendano in strada quando farà troppo caldo: “Tutte le rivoluzioni che hanno smontato i regimi a Cuba sono cominciate d’estate, con cinquanta gradi fuori la gente non ce la fa più”. Restano pochi mesi prima che l’isola soffochi nella sua stessa stretta, a meno di un colpo di teatro, un’accelerazione aggressiva di Washington o un avanzamento dei negoziati, oggi in stallo, tra Miguel Diaz-Canel, finché regge, e l’Amministrazione Trump.