Esteri
il foglio internazionale •
Il ritorno degli imperi
L’Europa ha creduto nell’illusione di una globalizzazione pacifica, la Cina no. Ora dobbiamo scegliere: diventare una potenza o rimanere un mercato
30 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 14:36

HONG KONG, CHINA - MARCH 17
"Per la prima volta la Cina è direttamente coinvolta in un conflitto al di fuori della propria zona di influenza geografica. Ha un bisogno fondamentale di petrolio greggio iraniano, la cui eccezionale qualità consente il funzionamento ottimale delle sue raffinerie. Ha fornito all’Iran componenti militari essenziali per la propulsione dei missili, attrezzature antiaeree e radar. La presenza inedita di una flotta militare composta da quattro navi, tra cui la più grande nave da ricognizione cinese, dimostra l’importanza della posta in gioco per la Cina”, spiega al Figaro Alain Bauer. Dopo la decisione della Corte suprema degli Stati Uniti di invalidare i dazi doganali voluti da Donald Trump, la Cina ha invitato Washington a revocare le misure commerciali “unilaterali”. L’economia cinese potrà uscire vincitrice da questa guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti? “La questione non è tanto quella della vittoria, quanto quella della capacità di resistenza. La Cina ha già dimostrato in altre occasioni di poter assorbire lo choc di un confronto tariffario prolungato. Dispone di un apparato industriale integrato, di un mercato interno enorme e di una capacità di pianificazione ‘ingegneristica’ che le consente di ammortizzare le pressioni esterne, anche se le operazioni statunitensi in Venezuela e in Iran hanno un impatto sul suo fabbisogno di petrolio e gas”, secondo Bauer, che aggiunge: “Gli Stati Uniti hanno condotto una guerra tariffaria su scala globale, anche contro alcuni alleati tradizionali e contro l’India, che avrebbe potuto costituire un partner strategico di fronte a Pechino. Questa dispersione ha ridotto la coesione di una possibile coalizione alternativa. Le delocalizzazioni industriali richiedono investimenti considerevoli e tempi lunghi. E gli Stati Uniti cercano ‘accordi’ più che vittorie. La Cina ha integrato la conflittualità nella propria traiettoria. Non segue più una logica di integrazione nella globalizzazione, ma una strategia di riduzione delle vulnerabilità: autonomia tecnologica, diversificazione energetica, upgrading industriale. E dominio emisferico. Dietro la battaglia dei dazi doganali, la principale questione è stabilire chi dominerà l’ordine mondiale”.
Nel suo libro Bauer esordisce descrivendo l’incontro, avvenuto il 3 settembre 2025, tra Xi Jinping, Kim Jong-un e Vladimir Putin in occasione di una gigantesca parata militare. Perché? Cosa ci dice questa scena sui rapporti di forza diplomatici in Asia? “Questa sequenza racchiude in poche ore ciò che si è costruito nel corso di diversi decenni. E’ al tempo stesso simbolica e marziale. Segna il completamento di una ricostruzione concepita già alla fine degli anni Settanta da Deng Xiaoping: apertura economica, modernizzazione industriale, rafforzamento militare”, spiega al Figaro Bauer. “La Cina ritiene oggi di aver ritrovato il proprio rango. Il riferimento imperiale non è decorativo. Si inserisce nella narrazione del ‘secolo di umiliazione’ e nella volontà di ripristinare la sua centralità come civiltà. La presenza congiunta di leader russi e nordcoreani riflette una convergenza strategica.
Non si tratta di un’alleanza ideologica rigida, ma di una comunione di interessi di fronte a un ordine occidentale percepito come dominante. Questa posizione ridisegna gli equilibri asiatici, eurasiatici e oltre. La parata non mira a impressionare l’opinione pubblica. Significa piuttosto che la Cina ritiene ormai di disporre di capacità militari, sia concrete che virtuali, che le consentono di eguagliare o superare gli Stati Uniti in diversi settori strategici”. La Cina continua a minacciare Taiwan con imponenti manovre militari ai confini. Quali potrebbero essere le reazioni occidentali se Xi Jinping mettesse in atto le sue minacce? “Dipende dai criteri di valutazione. In termini di dominio politico e diplomatico, il successo è innegabile. La Cina ha sviluppato una rete di porti, basi logistiche, corridoi ferroviari ed energetici che garantiscono i suoi approvvigionamenti e moltiplicano i suoi punti d’appoggio. Ha instaurato dipendenze strutturali in diverse regioni chiave, compresa l’Europa. Ha perso solo la gestione del Canale di Panama. In compenso, se si esamina il ritorno sull’investimento in termini strettamente economici, il bilancio è più contrastante. Alcuni progetti sono finanziariamente fragili, alcuni partner sono fortemente indebitati e la redditività è ben lungi dall’essere garantita. Ma l’obiettivo primario non è contabile. E’ strategico. La Cina investe nelle infrastrutture come altri investivano nelle basi militari: per strutturare un ambiente favorevole e garantire posizioni durature. La geopolitica spesso va oltre la redditività”, secondo Bauer.
“Ci troviamo in una situazione di ambiguità strategica. Gli Stati Uniti lasciano intendere che potrebbero intervenire, senza però chiarire del tutto la questione. Gli europei mantengono un atteggiamento più cauto. La Cina, dal canto suo, moltiplica le dimostrazioni di forza, in particolare per quanto riguarda le armi antinave, le capacità ipersoniche e la modernizzazione tecnologica. O l’accerchiamento e lo strangolamento economico. La dimostrazione di forza osservata alla fine del 2025 ha fortemente allarmato la Marina degli Stati Uniti, che fatica a modernizzare e a ‘dronizzare’ le proprie attrezzature al ritmo necessario. Non bisogna immaginare uno scontro immediato. La strategia cinese consiste innanzitutto nel modificare l’equilibrio delle capacità e nel rendere qualsiasi intervento esterno più rischioso, più costoso, più incerto. Ma non bisogna sottovalutare la possibilità di un ‘effetto windfall’, dato che la smilitarizzazione dell’occidente e il consumo eccessivo di materiali pongono un problema di sostenibilità militare”, afferma Bauer. Quale risposta può dare l’Europa di fronte all’ascesa della Cina? “La strategia cinese si inscrive in una visione a lungo termine. Essa è in contrasto con una certa mentalità europea orientata al breve termine. L’Europa ha creduto nell’illusione di una globalizzazione pacifica. Ha esternalizzato la propria sicurezza e ridotto alcune capacità industriali strategiche. Eppure, diversi imperi sono in via di rinascita: quello persiano, ottomano, ortodosso, cinese, americano”, dice al Figaro il professore di criminologia, prima di aggiungere: “In questo contesto, l’Europa deve scegliere: diventare una potenza o rimanere un mercato. Senza sovranità industriale, tecnologica e strategica, l’autonomia politica rimane teorica. Una potenza che non produce più, che non protegge più e che non dissuade più dipende dalle decisioni degli altri. Il mondo multipolare non è un mondo armonioso. E’ tornato a essere instabile e basato interamente su rapporti di forza rivendicati”. (Traduzione di Mauro Zanon)



