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Addio Cuba, patria di abbagli grandiosi
Come si è spento il sogno rivoluzionario che ha incendiato la sinistra mondiale. L’isola del comunismo romantico, dei sigari, del rum, della musica sensuale di Guajira guantanamera, l’isola della bella vita e della bella morte. Ma di grandioso, oggi, non è rimasto molto. Regime in bilico e flotille umanitarie
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30 MAR 26

L'Avana, Cuba
Le cronache la raccontano sull’orlo del collasso, a un passo dal precipizio, con il fiato sul collo dei black out elettrici, del malcontento interno, delle rivolte, con Donald Trump che dice di poter fare con Cuba quello che vuole – prenderla all’improvviso, soffocarla pian piano –, per “liberarla” dal potere castrista, in sella da sessantasette anni. Mai come in questo momento il cambio di regime è una possibilità concreta nell’isola della revolución. E che cambio sarebbe. Cuba non è il Venezuela di Maduro. Non è l’Iran degli ayatollah. E’ la patria “dell’unica rivoluzione sexy avvenuta in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale” scrive Enrico Deaglio nel suo formidabile annale degli anni Sessanta. E’ il sogno che ha incendiato l’immaginazione politica della sinistra mondiale. In particolare, quella italiana. L’isola del comunismo romantico, dei sigari, del rum, della musica sensuale di Guajira guantanamera, l’isola della bella vita e della bella morte. La patria di abbagli grandiosi. Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir che sbarcano all’Avana accolti dal comandante Che Guevara in jeep. Giangiacomo Feltrinelli che tiene un comizio in uno spagnolo incerto per dimostrare di essere rinato militante della lotta anticolonialista mondiale. Hans Magnus Enzensberger che lascia l’università in Germania e si trasferisce di corsa sull’isola per partecipare alla lotta per la Liberazione del Terzo mondo (salvo poi, a differenza degli altri due, ricredersi amaramente).
Ma di grandioso, oggi, a Cuba, non è rimasto molto. Il regime è in bilico sul dirupo, più di là che di qua. Morto Fidel, ritiratosi il fratello Raúl, a correre in soccorso dell’isola sono rimasti soltanto Ilaria Salis e Mimmo Lucano, volati all’Avana a capo di una spedizione umanitaria internazionale con cibo e medicinali da distribuire. Laddove c’era la rivoluzione, c’è oggi la litania umanitaria, con Ilaria Salis che percorre le strade dell’Avana e si emoziona nel fotografarsi con Aleida Guevara, “compagna, dottoressa e figlia del ‘Che’”. Le prigioni cubane? Se ne tiene alla larga, nonostante il suo solido curriculum ungherese. Ma, improvvisandosi reporter, racconta Cuba come una cartolina antagonista: la sanità pubblica universale (sebbene senza farmaci), la professionalità dei medici cubani, il popolo che resiste nonostante l’asfissiante pressione statunitense. Tutt’altra storia racconta, invece, Leonardo Padura, tra i pochissimi scrittori cubani rimasti all’Avana, rischiando in prima persona per ogni parola che dice. Alla Stampa ha spiegato che chi ha combattuto per la rivoluzione oggi vive grazie ai soldi che i figli gli mandano dall’estero, dove sono fuggiti, che senza energia elettrica non c’è più nemmeno l’acqua nelle case, che la mancanza di carburante ha paralizzato il trasporto pubblico e la gente fatica ad andare anche al lavoro. Ma, per Salis, è solo colpa dell’embargo. Senza il bloqueo Cuba sarebbe una meraviglia. Così eccola, a bordo di piccole vetture elettriche, alimentate dai pannelli solari cinesi. L’unico respiro di sollievo da quando il petrolio del Venezuela è stato bloccato da Trump. Cuba boccheggia. Non sa più che pesci pigliare. Ma Pablo Iglesias, la stella della sinistra spagnola a sinistra di Pedro Sánchez, twittava dall’Avana che la situazione è difficile, “ma non così difficile come viene descritta”. E’ stato travolto dalle proteste degli esuli cubani. Ma a parte questi frammenti della sinistra, della Flotilla modello Gaza che dal Messico è giunta sull’isola, nella surreale scena di portare solidarietà ai governanti anziché ai governati, altri cocenti afflati per Cuba non se ne sono visti.
Già nel 1978 Eugenio Finardi aveva colto una disillusione – “forse è vero che a Cuba non c’è il paradiso” – ma è sorprendente constatare che il sogno cubano si sia stropicciato al punto che poco importa che sia viva o morta. Va bene che Augusto Del Noce aveva predetto il suicidio della rivoluzione. Ma il suicidio è comunque spettacolare, squarcia il corso ordinario delle cose. Tanto che per trovare l’ultimo fuoco cubano, bisogna tornare indietro al 2007 quando, sul quotidiano di Rifondazione comunista, Liberazione, apparvero i reportage di Angela Nocioni, giornalista umbra con una gran passione latinoamericana. Raccontò i giovani cubani che volevano lasciare l’isola, con ironia, senza nascondere i problemi economici e sociali, senza tacere l’autoritarismo, le opposizioni in galera. Successe il finimondo. Il giornale fu inondato di lettere adirate, molti uomini al vertice del partito parlarono di “provocazione” e “offesa ai sentimenti di tanti compagni”. Compagni che reagirono affiggendo manifesti con l’immagine del direttore del giornale, Piero Sansonetti, vestito da cowboy, come uno sporco yankee venduto all’imperialismo a stelle e strisce. Con tanto di corteo sotto la sede del giornale.
Il punto è che con i sentimenti politici non si scherza. Son troppo facili a prendere fuoco, e, più di tutto, reagiscono male alla realtà. Così, quando agli inizi degli anni Ottanta, l’Unità mandò a Cuba Sergio Staino per un reportage a fumetti, Staino vide la polizia a ogni angolo di strada, i locali e gli alberghi vietati alla gente del posto pieni di ragazze che si prostituivano, vide le librerie colme di volumi con interi capitoli tagliati, conobbe persone che se ne volevano andare dall’isola perché pensavano che Cuba non ci fosse più, che fosse stata distrutta. Ne fu ferito e, per non ferire a sua volta i lettori del quotidiano comunista, si censurò. Disegnò il suo reportage senza fare alcuna menzione di quel che vide. Descrisse i giovani che tagliavano la yuca e raccontò i medici che Castro mandava in Senegal a curare gli africani. Perché Cuba era un mito che non poteva essere sporcato, doveva essere protetto, soprattutto dalla verità. Passarono circa dieci anni prima che Staino non ne potesse più e disegnasse per i Democratici di sinistra un manifesto con le fucilazioni del regime. Finì nella lista nera dell’ambasciata. Ma non vedere e non sentire continuò a essere un rifugio psicologico e politico tra scrittori e intellettuali. Era il 2006 quando Gianni Vattimo, invitato sull’isola da Fidel Castro, raccontò che tra le braccia del líder máximo gli scesero le lacrime. “Non ho dovuto fingere nulla, i miei sentimenti di ammirazione, devozione, vero e proprio ‘amoroso affetto’ hanno potuto esprimersi liberamente”. Era come se la vita – spiegò – gli avesse dato la possibilità di rivivere la propria giovinezza, “gli anni passati a imparare le canzoni della rivoluzione cubana e a rimirar il poster di Che Guevara”. Un incantesimo talmente forte che Vattimo, omosessuale dichiarato, tenace promotore dei diritti gay in patria, non ebbe il “coraggio di domandare a Castro dei tanti omosessuali ancora in prigione a Cuba”. Dettagli di poco conto al cospetto della grande storia. Polvere sugli stivali della revolución.
L’Italia ha un posto speciale nella creazione del mito di Cuba. Senza un passaggio nel nostro paese, mancherebbe alla rivoluzione la sua immagine sacra, l’immagine politica più celebre del Novecento, la foto-icona di Che Guevara. Scattata all’Avana da Alberto Diaz Korda il 5 marzo del 1960, in occasione del funerale per i morti del sabotaggio della nave francese Le Coubre, la foto viene regalata dall’autore a Giangiacomo Feltrinelli. Di casa a Cuba da quando, nel 1964, era diventato amico di Fidel. Sull’isola aveva trovato un posto dove placare l’inquietudine politica. Tanto da approntare un piano, in cui era coinvolto anche il bandito Graziano Mesina, per trasformare la Sardegna nella Cuba italiana. Lo scatto che ebbe in regalo aveva un titolo: Guerrillero Heroico. Ma nessuno lo conosceva prima dell’ottobre 1967, quando il “Che” venne ucciso in Bolivia. Alla notizia della morte, Feltrinelli stampò la foto su dei manifesti e tappezzò i muri delle strade di Milano con quell’immagine indimenticabile. Dopodiché, la mise in copertina di uno dei libri più venduti dalla sua casa editrice (circa 2 milioni di copie), I diari del Che in Bolivia, tradotti per la prima volta al mondo in Italia. Ma, per adattarla al formato del manifesto e del libro, Feltrinelli dovette tagliarla. La foto originale infatti era in orizzontale. Accanto a Che Guevara c’era, da una parte, un altro guerrigliero, e, dall’altra, i rami di una palma. Nella foto da t-shirt, invece, Che Guevara è in primo piano in verticale, da solo, con gli occhi che guardano lontano, come si addice agli eroi, e i capelli lunghi di un Cristo sudamericano. Se non fosse morto ammazzato in battaglia, probabilmente quello scatto non avrebbe avuto la stessa intensità drammatica, la stessa potenza evocativa, ma è altrettanto probabile che senza il rimaneggiamento di Giangiacomo Feltrinelli non sarebbe mai diventato mito.
Oggi nemmeno quello è rimasto di Che Guevara a Cuba, al netto delle immagini appese ai muri delle strade, sempre più retoriche, ufficiali, polverose. Il sogno ha ammainato la bandiera. Sebbene Alessandro Di Battista abbia provato a rivitalizzarlo, ripercorrendo le orme del Comandante Guevara per un reportage destinato al Fatto Quotidiano, nell’estate del 2021: un lungo viaggio al termine del quale ricavò l’idea che il Che era stato un antesignano di Beppe Grillo, un eroe del vaffa, uno che era ministro dell’Industria e ha “rinunciato a privilegi per andare a combattere in un Paese non suo”, finendo ammazzato “dopo aver patito fame e attacchi d’asma”. Mito trasversale, anche la destra italiana si è in realtà innamorata follemente di Che Guevara. Quando la presidente del consiglio Giorgia Meloni era una giovane militante del Fronte della Gioventù, ha raccontato nel giugno del 2021 a Nicola Porro, il gruppo giovanile del Movimento sociale, di cui lei faceva parte, commissionò un manifesto che fece rizzare i capelli ai dirigenti nazionali. Lo slogan recitava: “Tutti gli uomini di valore sono uguali”. E al termine della carrellata di foto c’era proprio lui, il comandante Che Guevara. Del resto, il proprietario della libreria Europa, Enzo Cipriano, il più noto e storico centro librario della destra italiana, sede a Roma, una volta disse: “Si vendono più libri di Che Guevara da me che alla libreria Rinascita”. La fascinazione veniva da lontano. Franco Cardini già nel 1967 scriveva che il Che aveva “conquistato tanti fra noi dall’altra parte”. Umberto Eco raccontava che negli anni Settanta “i giovani del Movimento sociale italiano si scambiavano al bar i santini del Che”. E Pier Francesco Pingitore gli dedicò addirittura una canzone, cantata da Gabriella Ferri, “Addio Che”.
Oggi i miti cubani sono i medici che il Governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, protegge da Donald Trump, il quale ha chiesto che tutti i paesi che impiegano personale sanitario cubano lo facciano rientrare in patria, pena sanzioni. “No”, ha risposto Occhiuto, parlando con l’ambasciatore Mike Hammer, incaricato d’affari statunitense a Cuba, “i medici cubani restano in Calabria a far funzionare i pronto soccorso e gli ospedali”. Nessuno perde più la testa per Cuba come accadde a Massimiliano Fuksas, a cavallo del 1968, quando per vivere l’ebbrezza rivoluzionaria andò sull’isola e si mise a fare il cortadores, il tagliatore di canna da zucchero. Né come Massimo D’Alema, che nel 1978 ballò per la prima volta in vita sua all’Avana, insieme all’ex deputata Marisa Nicchi. Ma anche Susanna Agnelli era stregata dal “fascino straordinario” di Fidel Castro. Oggi, semmai, qualcuno perde la testa per un cubano. Com’è accaduto a Rocco Casalino, quando era portavoce del presidente del consiglio Giuseppe Conte, e venne tirato in mezzo a uno scandalo perché il suo fidanzato, José Carlos Alvarez Aguila, venne segnalato all’antiriciclaggio della banca d’Italia per insider trading.
Ora il Wall Street Journal scrive che “il governo comunista di Cuba è in guai seri” e che se l’America di Trump non sbaglia mosse a breve il mondo conoscerà un’altra rivoluzione cubana. Dietro le quinte ci lavora Marco Rubio, segretario di stato d’origine cubane. In quella di Fidel Castro c’è un antefatto significativo. In casa del dittatore che sarà rovesciato di lì a qualche anno da Fidel, Fulgencio Batista, Castro passa in rassegna i titoli che il dittatore ha in libreria. Si accorge che manca un libro essenziale, Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte. Lacuna grave, pensa, per uno che ha fatto un golpe. Per Fidel, è un libro cruciale. Nonostante l’autore sia stato fascista. Un libro che donava spesso ai suoi guerriglieri. “Perché prima si prende il potere”, diceva Fidel, “poi si fa la rivoluzione”. Donald Trump, si sa, non legge. Ma non farebbe male a ripassarlo Marco Rubio, oggi che si domanda cosa fare con Cuba.