•
Quanto rischia l'Ue a sperare nelle elezioni ungheresi
Viktor Orbán non vuole ritirare il veto sul prestito all'Ucraina e ha anche tagliato a Kyiv le forniture di gas. Gli europei aspettano il voto del 12 aprile, confidando nella vittoria dell'opposizione di Peter Magyar. Una scommessa rischiosa, per ragioni diverse. Parla lo storico Andrea Carteny
di
28 MAR 26

Hungarian Prime Minister Viktor Orbán speaks during an assembly of European far-right parties with Orbán’s Patriots for Europe group, in Budapest, Hungary, Monday, March 23, 2026. (AP Photo/Denes Erdos)
“Meglio aspettare il 12 aprile”, ha detto martedì il presidente del Consiglio europeo, António Costa, in un intervento a Sciences Po a Parigi, interrogato sul prestito europeo di 90 miliardi destinato all’Ucraina e bloccato la scorsa settimana dal veto dell’Ungheria di Viktor Orbán. Gli europei non sembrano avere alternative alla speranza che il primo ministro ungherese, in piena campagna per le elezioni che si terranno tra poco più di due settimane, venga sconfitto alle urne. Fidesz, il partito del premier, è indietro nei sondaggi di circa dieci punti rispetto al partito rivale, il Tisza di Peter Magyar, e per la prima volta è realistico che gli ungheresi mettano fine al potere di Orbán, ininterrotto per sedici anni.
Ma la scommessa europea è molto rischiosa. Non solo perché, per via della legge elettorale, il partito di Magyar avrebbe bisogno di tenere il suo rivale a distanza di almeno 3-5 punti percentuali per poter consolidare una maggioranza in Parlamento, e perché Orbán resterebbe comunque al potere ben oltre i termini dopo i quali Kyiv, senza il prestito europeo, rischia la bancarotta: “In un contesto di profonda insicurezza internazionale, l’elettorato ungherese è molto volubile. La scelta per Orbán ha sempre rappresentato una scelta di sicurezza per l’Ungheria, che è un paese piccolo, con una memoria collettiva controversa, e con un senso di costante tensione con i paesi vicini”, spiega al Foglio Andrea Carteny, professore di Storia delle relazioni internazionali alla Sapienza ed esperto di Ungheria. Nel 2022, quando per la prima volta si era consolidato un fronte delle opposizioni anti Fidesz, le elezioni si svolsero a sei settimane dall’aggressione russa all’Ucraina, e Orbán fu scaltro nel cavalcare l’incertezza e mostrarsi come un punto di riferimento, garante della sicurezza degli ungheresi.
Né va dimenticato il peso dei residenti nei paesi limitrofi, circa 250 mila elettori che il premier è sempre stato molto attento a ingraziarsi attraverso politiche mirate di concessione di cittadinanza “Ma oggi il logoramento del potere è reale”, commenta Carteny, “e Magyar ha l’opportunità di riuscire in quello che le opposizioni hanno fallito nel fare l’ultima volta, perché il suo vantaggio è che viene proprio dal mondo di Orbán” – è stato membro del Fidesz fino al 2024 – “e si è portato via un pezzo della piattaforma conservatrice di Fidesz. Anche nella base che sostiene partiti di opposizione di matrice progressista è maturata l’idea di ‘turarsi il naso e votare Tisza’”.
Peter Magyar ha posto al centro della sua campagna elettorale soprattutto questioni di natura interna, fa leva sulla crisi economica, sulla deriva antidemocratica e sul sistema clientelare e corrotto con cui l’orbanismo ha colonizzato le istituzioni: “Magyar sta cercando di recuperare lo spirito originario con cui il Fidesz è nato, quando Orbán, giovane studente liberale, si scagliava contro la partitocrazia corrotta. E, da non dimenticare, con un forte slancio antimperialista e antirusso”, ricorda il professore. Ma sulla politica estera, soprattutto sul sostegno all’Ucraina, il carismatico rivale del premier è più timido nel porsi in discontinuità con le scelte di Orbán: il suo partito ha votato contro il prestito da 90 miliardi all’Ucraina e si è più volte detto contrario all’ingresso di Kyiv nell’Ue.
Mentre Orbán esaspera la sua ostilità contro l’Ucraina – lo stesso braccio di ferro sul prestito europeo, attribuito alla mancata riparazione dell’oleodotto Druzhba (danneggiato da un attacco russo), è una mossa che rientra nella campagna elettorale. Mercoledì il premier ha anche annunciato che interromperà le forniture di gas a Kyiv – Magyar non lo sfida apertamente sullo stesso fronte. C’è una sensibilità che per Orbán è utile cavalcare, “un sentimento antiucraino che si trascina dalla vecchia questione della Transcarpazia”, una regione del sud-ovest dell’Ucraina in cui vive una folta minoranza magiara, circa 150 mila persone, per le quali la richiesta politica di maggiore autonomia da Kyiv si è saldata negli ultimi anni con una simpatia per le posizioni filorusse e ha sempre trovato un appoggio nell’Ungheria orbaniana.
La fiducia dei leader europei in una vittoria di Magyar è quindi mal riposta? “Non necessariamente. Il leader di Tisza non è un fervente europeista, si dice intenzionato a mantenere ben salda l’identità ungherese in Europa. Ma è deciso a disinnescare la continua conflittualità che ormai caratterizza i rapporti tra Budapest e Bruxelles e che, in fin dei conti, non ha fatto che porre l’Ungheria ai margini del consesso europeo”.
Infine, c’è l’ombra di Mosca: questa settimana il Washington Post ha rivelato sia un piano russo per mettere in scena un finto attentato al premier e orientare così la campagna elettorale, sia i contatti regolari tra Péter Szijjártó, ministro degli esteri ungherese, e il suo omologo russo Sergei Lavrov, con i quali quest’ultimo veniva informato sulle discussioni riservate tra i ministri dell’Ue. E’ noto che Orbán sia un asset russo in Europa, ma l’emergere di una così palese ingerenza del Cremlino “potrebbe essere un boomerang per la campagna elettorale. Va bene stare opportunisticamente con i russi perché fanno comodo in un certo frangente, ma per gli ungheresi i russi sono, in fondo, sempre quelli del ‘56”.