La crisi di Hormuz sta mettendo in crisi l’Asia. Il rischio proteste

Due cargo cinesi rinunciano al passaggio nonostante le rassicurazioni dell’Iran. Dal sud-est asiatico all’India l’emergenza è in aumento: il prezzo dei carburanti raddoppia, e la Russia è pronta a guadagnare terreno

di
28 MAR 26
Immagine di La crisi di Hormuz sta mettendo in crisi l’Asia. Il rischio proteste

Acquirenti indiani fanno la fila per ricaricare le bombole vuote di gas di petrolio liquefatto (GPL) nei pressi di un punto di vendita di gas a Noida, alla periferia di Nuova Delhi, in India, il 27 marzo 2026 (Foto di Amarjeet Kumar Singh/Anadolu via Gett

Nonostante qualche giorno fa l’Iran avesse dichiarato all’Onu che le navi “non ostili” avevano libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, ieri due cargo cinesi della compagnia di stato Cosco sono tornati indietro dopo aver tentato il passaggio. Mercoledì il gruppo con sede a Shanghai aveva riaperto alle prenotazioni i collegamenti fra il Golfo e l’Asia, e tutto il continente sembrava sollevato dalla possibilità che uno dei più grandi operatori marittimi potesse ricominciare a garantire almeno alcuni dei flussi commerciali vitali per le economie asiatiche. Ieri però l’ottimismo è diminuito, anche perché Pechino è tra i paesi più vicini alla leadership di Teheran. L’incertezza sui tempi rende la crisi sempre più difficile da gestire per i paesi più esposti, come quelli del sud-est asiatico e dell’Asia meridionale.
Ieri alcuni media filippini paragonavano le immagini delle strade di Manila a quelle scattate durante la pandemia. Mercoledì scorso il traffico è quasi sparito dopo che il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza energetico, implementato un giorno a settimana di lavoro da casa obbligatorio e chiesto ai cittadini di condividere i mezzi di trasporto: per un paese che importa dal medio oriente circa il 90 per cento del suo fabbisogno di petrolio, dall’inizio della guerra contro l’Iran e la rappresaglia su Hormuz il prezzo di un pieno di diesel nelle Filippine è raddoppiato, superando i due dollari al litro. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. parla alla nazione almeno una volta al giorno, anche ieri ha assicurato che il paese ha scorte di greggio sufficienti fino al 30 giugno, e che si sta muovendo per cercare fonti di approvvigionamento alternative – tra cui l’India, l’Argentina e il Canada. Il Malacañang, la presidenza filippina, ha fatto poi sapere che il governo sta comunque lavorando a piani d’emergenza nel caso in cui la situazione dovesse aggravarsi, dopo che il dipartimento dell’Agricoltura aveva diffuso il “peggior scenario”, con i prezzi del pollo che aumentano del 62 per cento e quelli del riso di quasi la metà. Tra i paesi del sud-est asiatico, quello nelle migliori condizioni per ora è l’Indonesia, il cui governo ha deciso di tenere fermi i prezzi dei carburanti sovvenzionati fino a fine anno, una mossa che però potrebbe avere un effetto sulle casse pubbliche sul lungo periodo. Il rischio che cerca di evitare il presidente Prabowo Subianto è lo stesso di molti altri paesi asiatici: che la crisi si aggravi espandendosi non solo ai carburanti ma anche alle materie prime vitali del settore manifatturiero, e porti a proteste popolari.
Ieri alcuni media della Malaysia spiegavano che sebbene il premier Anwar Ibrahim abbia ottenuto dall’Iran un via libera preliminare per il passaggio da Hormuz delle navi malesi, il transito effettivo resta subordinato all’approvazione caso per caso dei Guardiani della rivoluzione. Da ieri, e fino al 15 aprile, la leadership del Vietnam ha disposto l’azzeramento dell’imposta ambientale su benzina, diesel e carburante per aerei, la Cambogia invece ha sospeso la riscossione delle multe per violazione del codice della strada, una misura “che mira a evitare di esercitare ulteriore pressione sugli automobilisti”.
L’ansia del caos energetico in Asia riguarda soprattutto i paesi più fragili che sono costretti a cercare nuove fonti di approvvigionamento – rischiando di avvantaggiare potenze come la Russia, che dalla crisi di Hormuz non ha che da guadagnare. Ieri il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha detto che c’è una lunga fila di paesi asiatici che dopo anni di importazioni zero dalla Russia ora si rivolgono a Mosca. Secondo un’esclusiva di Reuters, perfino il governo indiano di Narendra Modi in un documento del 20 marzo ha ammesso che tagliare le importazioni del greggio russo come concessione alle richieste dell’Amministrazione americana si è rivelato un errore, perché quelle forniture avrebbero potuto attutire il colpo della crisi attuale. L’India sta aumentando le proprie riserve non solo per i consumi interni ma pure per aiutare i suoi vicini, come il Bangladesh e lo Sri Lanka, in una strategica diplomazia energetica.