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Trump e il magheggio del free speech. L'America della libertà di parola o delle parole in libertà?
Non c’è mai stato un tempo in cui si poteva dire tutto. Il Primo emendamento ha una lunga storia, e soprattutto una funzione: limitare il potere. Ora quel principio è in discussione. Per O.W. Holmes la libertà di parola non protegge chi “grida falsamente al fuoco in un teatro affollato”. Ma oggi il teatro è planetario e interconnesso
Donald Trump si presenta come un paladino della libertà di parola. Nella sua comunicazione quotidiana ogni indagine giornalistica diventa “persecuzione”, ogni critica “censura”, ogni decisione giudiziaria un attacco al Primo Emendamento – la disposizione della Costituzione americana che proibisce al Congresso di limitare la libertà di parola e di stampa. Il linguaggio è quello del free speech; la logica è di segno opposto. Negli Stati Uniti la libertà di espressione è diventata terreno di scontro politico e, allo stesso tempo, l’argomento con cui il potere tenta di sottrarsi al controllo. Non è soltanto un diritto costituzionale: è anche un vessillo. Serve a delegittimare verifiche e a trasformare l’indagine in abuso. Il meccanismo si rovescia: la parola che doveva fare da argine al potere finisce per proteggerlo. In America il Primo Emendamento è quasi una religione civile. La sua storia, però, è meno lineare di quanto la retorica contemporanea suggerisca. Non c’è mai stato un momento in cui si potesse “dire tutto”. La libertà è sempre stata accompagnata da una clausola implicita, da un limite mobile. Free speech: con un “ma” incorporato fin dall’inizio. All’inizio del Novecento, quel “ma” poteva significare il carcere. Nel 1918 Eugene Debs, leader socialista e cinque volte candidato alla presidenza, pronunciò un discorso contro l’ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. Parlò di lavoratori mandati a morire per interessi che non erano i loro, denunciando la guerra come conflitto tra potenze industriali. Non organizzò rivolte, non incitò alla violenza. Fu arrestato e condannato a dieci anni di carcere in base all’Espionage Act. La Corte Suprema confermò la sentenza. Pochi mesi dopo Charles Schenck, dirigente del Partito socialista americano a Philadelphia, distribuì volantini contro la leva obbligatoria. Anche lui fu condannato. E’ in quel caso che il giudice Oliver Wendell Holmes formulò una delle frasi più celebri della giurisprudenza americana: la libertà di parola non protegge chi “grida falsamente al fuoco in un teatro affollato”. La questione non era il contenuto dell’opinione, ma l’effetto potenziale. Quando la parola crea un “pericolo chiaro e presente”, lo stato può punirla. Quella formula apparentemente oggettiva aprì invece una lunga stagione di oscillazioni. Quanto deve essere vicino il pericolo? Quanto probabile? Quanto concreto? La risposta cambiò nel tempo.
Nel 1919, nel caso Abrams, che riguardava Jacob Abrams e altri anarchici russi accusati di propaganda contro l’intervento americano nella rivoluzione bolscevica, Holmes, affiancato per l’occasione dal giudice Louis Brandeis, formulò un’immagine destinata a diventare celebre: il “marketplace of ideas”, il mercato delle idee. La verità emerge dalla competizione libera delle opinioni. La parola, anche quella radicale, merita spazio perché il confronto pubblico è il miglior correttivo dell’errore. Era un cambio di tono, più che di dottrina. La libertà di espressione cominciava a essere pensata come processo dinamico, non soltanto come rischio da contenere. Nel 1969 la Corte cambiò rotta nel caso Brandenburg v. Ohio. Clarence Brandenburg, un attivista del Ku Klux Klan dell’Ohio, aveva pronunciato un discorso intriso di retorica razzista e richiami alla violenza. La Corte stabilì che l’incitamento è punibile solo quando è diretto a produrre un’azione illegale imminente e quando tale azione è probabile. La soglia della punibilità veniva alzata drasticamente. Anche il discorso d’odio restava protetto finché non si traduceva in mobilitazione immediata. Nello stesso anno, nel caso Watts v. United States, un giovane manifestante contro la guerra del Vietnam dichiarò che, se fosse stato arruolato, avrebbe “messo nel mirino Lyndon Johnson”. Il pubblico rise. La Corte definì quelle parole political hyperbole: un’iperbole politica, non una minaccia reale. Il contesto entrava nel giudizio e la reazione dell’uditorio diventava parte della valutazione. Negli anni successivi una serie di casi mostrò cosa significhi davvero proteggere la libertà proprio quando verrebbe spontaneo limitarla. Nel 1977 un piccolo gruppo neonazista chiese di poter marciare a Skokie, Illinois. Non era una città qualsiasi: una percentuale significativa dei suoi abitanti era sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. I manifestanti volevano sfilare in uniforme, con la svastica al braccio. L’indignazione fu immediata e le autorità cercarono di bloccare la marcia. La vicenda arrivò fino alla Corte Suprema, che stabilì che anche quella manifestazione era protetta dal Primo Emendamento. Difendere quel diritto significava affermare che la libertà non è selettiva e non vale solo per le idee condivise.
Qualche anno dopo, nel 1989, un manifestante texano, Gregory Lee Johnson, bruciò la bandiera americana durante una protesta davanti alla convention repubblicana a Dallas. Fu arrestato per vilipendio, ma nel caso Texas v. Johnson la Corte stabilì che bruciare la bandiera è una forma di espressione politica protetta. La bandiera è un simbolo nazionale; non è un tabù costituzionale. Anche qui la libertà si consolidava proteggendo l’offesa. Nel 2011, infine, nel caso Snyder v. Phelps, la Westboro Baptist Church, una piccola congregazione fondamentalista nota per manifestare ai funerali dei soldati americani con cartelli provocatori e slogan contro l’omosessualità, organizzò una protesta durante le esequie di un militare. La famiglia citò in giudizio il gruppo per danni emotivi. La Corte Suprema decise che quel discorso restava protetto: riguardava questioni di interesse pubblico e si svolgeva in uno spazio pubblico. Non si trattava di approvare il contenuto, ma di delimitare il potere dello stato di punire la parola in base alla sua offensività. La storia del Primo Emendamento nel Novecento non riguarda solo il contenuto delle parole, ma anche le condizioni del discorso: chi può parlare, in quale lingua, con quali obblighi e con quale diritto al silenzio. Già dopo la Prima guerra mondiale, in un clima di forte sospetto verso tutto ciò che suonava “straniero”, e in particolare verso la lingua e la cultura tedesca, associate al nemico appena sconfitto, diversi stati avevano limitato l’insegnamento del tedesco nelle scuole. In Nebraska una legge vietava di insegnare qualunque lingua diversa dall’inglese prima dell’ottavo grado. Nel 1923 la Corte Suprema intervenne nel caso Meyer v. Nebraska: Robert Meyer, un insegnante di una scuola parrocchiale, era stato condannato per aver spiegato una lezione di lettura in tedesco a un bambino. La Corte dichiarò quella norma incostituzionale. Parlare o insegnare una lingua diversa non poteva essere considerato una minaccia per l’ordine pubblico. La libertà di espressione proteggeva anche la pluralità linguistica.
Il tema non scomparve. Nel corso del Novecento, e ancora negli anni Novanta, riemersero campagne per dichiarare l’inglese lingua ufficiale degli Stati Uniti. Dietro l’argomento dell’unità nazionale affiorava spesso la paura della frammentazione culturale: la lingua diventava così segno di lealtà e criterio implicito di appartenenza, un modo per definire chi potesse essere considerato pienamente parte della comunità politica. Come mostra Dennis Baron in You Can’t Always Say What You Want (Cambridge University Press), la libertà di parola prende forma proprio nei casi in cui la società vorrebbe limitarla. E’ nei casi concreti – nelle controversie, nei conflitti, nelle decisioni dei tribunali – che si ridefinisce il confine tra parola e potere. Ancora più rivelatore è il terreno della compelled speech, la parola imposta. Nel 1943, nel caso West Virginia v. Barnette, la Corte Suprema stabilì che gli studenti testimoni di Geova non potevano essere obbligati a salutare la bandiera e recitare il Pledge of Allegiance, il giuramento di fedeltà alla bandiera americana recitato quotidianamente nelle scuole. Per la loro fede religiosa quel gesto equivaleva a una forma di idolatria, e diversi studenti erano stati espulsi per essersi rifiutati di compierlo. La Corte diede loro ragione. Il giudice Robert Jackson scrisse una delle frasi più celebri della giurisprudenza americana: nessun funzionario può prescrivere cosa sia ortodossia in politica, religione o opinione. La libertà di parola include il diritto al silenzio. E tuttavia, la stessa società che difende il silenzio impone obblighi di parola in altri contesti: il Miranda warning, l’avviso letto al momento dell’arresto, con cui la polizia deve informare il sospetto dei suoi diritti, compreso il diritto di rimanere in silenzio; le dichiarazioni obbligatorie sui prodotti; le testimonianze giurate in tribunale. La parola è regolata, incanalata, incorniciata da regole. La libertà non è il vuoto delle norme, ma il modo in cui quelle norme vengono tracciate. Qui emerge l’ambivalenza più profonda della tradizione americana. Da un lato, un’espansione progressiva della protezione del discorso, anche quando destabilizzante o offensivo. Dall’altro, una costante definizione delle condizioni in cui il discorso può avvenire.
Negli ultimi tre decenni, però, sono cambiate le condizioni in cui opera il Primo Emendamento. La formula del giudice Holmes – il teatro affollato – presupponeva uno spazio fisico delimitato. Un luogo, un pubblico, un pericolo identificabile. Oggi quel teatro è planetario, permanente, interconnesso. E non è mai vuoto. Nel mondo digitale la parola circola, si replica, viene estratta dal contesto, amplificata da sistemi che premiano l’indignazione e la polarizzazione. Il problema non è più soltanto stabilire cosa lo stato possa vietare. E’ comprendere come il discorso venga reso visibile, amplificato o marginalizzato. In Libertà di parola. Dieci principi per un mondo connesso (Garzanti, 2017), Timothy Garton Ash parte proprio da questa trasformazione. La libertà di espressione, oggi, non è solo una questione di limiti legali, ma di ecosistemi comunicativi. Le piattaforme private non sono lo stato, ma regolano miliardi di interazioni; i loro algoritmi non sono costituzioni, ma determinano quali contenuti emergono e quali scompaiono. La domanda allora cambia forma. Non è più soltanto: “Cosa può vietare il governo?”. Diventa: “Chi controlla l’amplificazione?”, “Chi stabilisce cosa diventa virale?”, “Chi decide quando un contenuto supera una soglia e viene rimosso?”. La libertà formale può convivere con una distribuzione diseguale dell’attenzione. E l’attenzione è potere. Questa dinamica non è del tutto nuova. Un precedente molto noto risale al 1989, quando la pubblicazione del romanzo The Satanic Verses di Salman Rushdie provocò proteste e violenze in diversi paesi musulmani. L’ayatollah Khomeini emise una fatwa che condannava a morte lo scrittore, trasformando un’opera letteraria pubblicata nel Regno Unito in un caso geopolitico globale. Librerie furono incendiate ed editori e traduttori minacciati. Il libro restava però perfettamente legale nelle democrazie occidentali, dove la libertà di espressione protegge anche la satira religiosa. Nel 2005 le vignette pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten furono perfettamente legittime nel quadro giuridico europeo, ma innescarono proteste e violenze in paesi lontani migliaia di chilometri. Le immagini circolarono rapidamente fuori dal contesto originario, spesso insieme ad altre rappresentazioni presentate come parte della stessa serie di vignette. Episodi simili si sono ripetuti negli anni successivi, quando contenuti prodotti in un paese e quasi ignorati nel luogo di origine hanno provocato mobilitazioni e scontri altrove. Per Timothy Garton Ash questi casi mostrano come, nell’ecosistema digitale, la parola non resti più confinata nel contesto in cui nasce. Nel 2015 l’attacco alla redazione parigina di Charlie Hebdo, compiuto da due uomini armati che si dichiaravano vendicatori del profeta Maometto, trasformò la libertà di offendere – inevitabile in una società pluralista – in un trauma collettivo. Dodici persone furono uccise nella sede del giornale satirico, colpito per le vignette dedicate all’Islam pubblicate negli anni precedenti. Un atto protetto in un contesto, in altre parole, può diventare detonatore in un altro. Per questo Garton Ash insiste sulla distinzione tra offesa e minaccia. Le società liberali devono tollerare l’offesa; non possono tollerare la minaccia o l’incitamento diretto alla violenza. Ma nel mondo digitale la linea è meno evidente, perché l’amplificazione altera la scala degli effetti. Il pericolo non è più soltanto immediato e localizzato; può accumularsi nel tempo e manifestarsi altrove.
Ma la difficoltà non riguarda solo la scala degli effetti. Riguarda anche il fatto che la libertà di espressione non assume la stessa forma ovunque. Negli Stati Uniti il discorso d’odio è ampiamente protetto; in Germania la negazione dell’Olocausto è reato; in Francia l’incitamento all’odio religioso è perseguito più estensivamente. In Turchia l’“insulto al presidente” comporta migliaia di procedimenti; in Russia leggi contro le “informazioni false” rendono rischiosa qualunque critica alla guerra; in Cina la censura è preventiva e incorporata nell’architettura digitale stessa. Non esiste un modello universale. Ogni sistema riflette un diverso equilibrio tra memoria storica, sicurezza e libertà. Il mondo connesso sovrappone queste culture giuridiche. Una parola protetta a Washington può essere perseguibile altrove. Una piattaforma globale deve decidere se applicare uno standard unico o adattarsi a legislazioni divergenti. La libertà di espressione diventa così un equilibrio da rinegoziare di continuo, non un principio che si applica da solo.
C’è poi l’esplosiva questione della disinformazione organizzata. Quando il falso diventa una pratica organizzata, usata per destabilizzare istituzioni o processi elettorali, il confine tra parola e azione si fa meno netto. Nel 2020 questo problema è diventato tangibile. Le accuse di brogli elettorali avanzate da Donald Trump e da esponenti della sua campagna, ripetute senza prove e rilanciate per settimane da televisioni e piattaforme digitali, non sono rimaste opinioni marginali. Hanno costruito un clima. La Corte Suprema ha respinto i ricorsi e i funzionari elettorali, repubblicani e democratici, hanno confermato la regolarità del voto. Eppure la narrazione del furto è rimasta operativa, capace di orientare comportamenti, mobilitare sostenitori, delegittimare procedure. Qui il problema non è tanto stabilire se una singola affermazione sia vera o falsa. E’ capire quale effetto produce quando viene amplificata. Quando un’affermazione infondata viene ripetuta da chi occupa una posizione di potere e amplificata da piattaforme digitali che premiano l’indignazione, può smettere di essere soltanto un’opinione e diventare un dispositivo di mobilitazione. Non serve più un appello diretto all’azione illegale: è sufficiente costruire un clima in cui quell’azione appare giustificata. Il “marketplace of ideas” presupponeva che il confronto pubblico correggesse l’errore attraverso la competizione argomentativa. Nel mondo digitale, però, quella competizione non è neutrale: è mediata da algoritmi che selezionano ciò che suscita reazione più che ciò che è meglio fondato. La verità non scompare, ma perde centralità, e la reiterazione può produrre effetti che nessuna singola frase isolata avrebbe generato. Il teatro affollato di Holmes presupponeva un pubblico passivo; oggi gli spettatori sono anche attori del discorso: rilanciano, commentano, aggregano. Non è solo una questione di tecnologia, ma del modo stesso in cui si forma l’opinione pubblica. Per oltre due secoli la libertà di parola è stata definita soprattutto nei tribunali, caso per caso; oggi prende forma anche nei consigli di amministrazione delle piattaforme, nei termini di servizio e nei sistemi di moderazione automatica. Il potere di incidere sul discorso pubblico non è più concentrato esclusivamente nello stato, senza per questo essere diventato neutrale o egualmente diffuso. La questione non riguarda soltanto il confine tra parola e azione, ma chi decide le regole del gioco: chi stabilisce cosa si vede, cosa resta ai margini, cosa diventa dominante.
In questa trasformazione si rischia però di perdere di vista una funzione storica del Primo Emendamento. Per oltre un secolo esso ha operato come limite al potere esecutivo. Ha protetto chi lo contestava, ha impedito di chiudere la stampa, ha consentito alla società di esercitare pressione sulla Casa Bianca. Nel 1971 il New York Times cominciò a pubblicare i Pentagon Papers, uno studio riservato del dipartimento della Difesa che documentava anni di informazioni distorte e omissioni sulla guerra in Vietnam. L’amministrazione Nixon cercò di bloccare la pubblicazione invocando la sicurezza nazionale. Il caso arrivò alla Corte Suprema in poche settimane. La decisione fu rapida: il governo non poteva impedire preventivamente la stampa. Il Primo Emendamento proteggeva la pubblicazione anche quando imbarazzava il potere esecutivo. In quel passaggio la libertà di espressione mostrò una delle sue funzioni centrali nella tradizione americana: rendere possibile la conoscenza pubblica degli atti del governo. Pochi anni dopo il Watergate, come ha ricordato recentemente su queste colonne Marco Bardazzi, trasformò quel principio in crisi istituzionale. Le inchieste del Washington Post, sostenute dalla tutela costituzionale della stampa, portarono alle dimissioni di un presidente in carica. La libertà di parola non era una formula astratta; operava come limite concreto. Nemmeno la Casa Bianca poteva sottrarsi all’indagine della stampa. Oggi, con Trump, quella logica sembra rovesciarsi. La libertà di parola viene invocata dal potere per sottrarsi al controllo. L’indagine diventa censura. Il richiamo al Primo Emendamento diventa un argomento preventivo contro ogni forma di responsabilità pubblica. Non si tratta tanto di stabilire se un leader abbia il diritto di criticare un’elezione, attaccare un giudice o contestare un’inchiesta. La tradizione americana ha protetto parole ben più radicali. Il punto è un altro: quando la libertà di espressione diventa scudo contro ogni forma di responsabilità politica, il principio cambia funzione.
Il 6 gennaio 2021, quando una folla di sostenitori di Donald Trump assaltò il Campidoglio durante la certificazione del risultato elettorale, non fu l’effetto di un discorso isolato pronunciato in uno spazio delimitato, ma il punto di condensazione di mesi di comunicazione reiterata, rilanciata e amplificata. La dottrina di Brandenburg, che limita la punibilità ai casi di incitamento diretto a un’azione illegale imminente, presupponeva un rapporto relativamente semplice tra parola e azione: un oratore, un pubblico fisicamente presente, un invito esplicito, un nesso temporale stretto. L’imminenza, in altre parole, era misurabile. Nell’ecosistema digitale quel nesso si dilata: i messaggi circolano, si sedimentano, vengono estratti dal contesto e combinati tra loro. L’azione non scatta necessariamente nel momento in cui viene pronunciata una frase, ma può maturare nel tempo come esito cumulativo di una narrazione. Il problema riguarda i limiti di categorie giuridiche costruite in un altro contesto. La nozione di “imminenza”, pensata per un ambiente fisico in cui un discorso produce effetti immediati, fatica a descrivere un ecosistema comunicativo in cui l’amplificazione è continua e gli effetti possono accumularsi nel tempo. In queste condizioni, quando chi detiene potere costruisce per mesi un clima di delegittimazione, la parola può trasformarsi da semplice opinione in strumento di mobilitazione.
E’ qui che si misura la distanza dalla tradizione americana. Il criterio del “clear and present danger” nasceva per delimitare l’intervento penale; il “marketplace of ideas” confidava nella capacità del confronto pubblico di assorbire l’errore; New York Times v. United States impediva allo stato di bloccare la stampa; il Watergate mostrava che l’informazione poteva piegare l’esecutivo. In tutti questi momenti la libertà di parola serviva ad allargare lo spazio pubblico, non a restringerlo. La novità sta nel fatto che il potere invochi la libertà per sottrarsi al circuito di verifica che quella stessa libertà ha contribuito a costruire. Quando il Primo Emendamento diventa un argomento per delegittimare giudici, giornalisti o funzionari elettorali, la logica si rovescia: la parola che doveva limitare il potere rischia di consolidarlo. La tradizione americana mette in guardia da una soluzione troppo semplice: affidare allo stato il compito di decidere quali idee possano circolare. La libertà di espressione funziona davvero solo quando esistono contropoteri effettivi: una stampa che possa indagare senza intimidazioni e tribunali che possano decidere senza essere delegittimati come nemici politici. E’ qui che si misura la posta in gioco. Riguarda il contesto in cui le parole fanno presa. Per questo il dibattito americano non può essere liquidato come una semplice guerra culturale tra progressisti e conservatori. Tocca la forma stessa della democrazia costituzionale: il rapporto tra esecutivo, stampa, magistratura e piattaforme digitali, e il confine tra critica legittima ed erosione delle regole. Il Primo Emendamento è nato per impedire al governo di mettere a tacere i cittadini. Oggi la questione si è ribaltata: cosa succede quando è il governo stesso, o chi aspira a guidarlo, a brandire la libertà di parola per delegittimare le istituzioni che dovrebbero limitarlo? La libertà di parola resta un principio indispensabile. Ha protetto il dissenso, ha impedito allo stato di bloccare la stampa, ha reso possibile il controllo pubblico sull’autorità. Funziona quando apre lo spazio pubblico e mantiene in equilibrio i poteri. Quando invece diventa lo scudo di chi governa contro ogni forma di controllo, la parola che doveva limitare il potere finisce per proteggerlo. Free speech, but.
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