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il colloquio

Marattin: “L'intervento di Trump in Iran? Più benefici che rischi”

Francesco Gottardi

Il leader libdem: “Basta indugiare. Un attacco americano taglierebbe anche rifornimenti chiave alla russia e si libererebbe un popolo di 92 milioni di persone che da anni sta chiedendo di poter vivere in pace"

Venezia. I dubbi sono sull’attendismo, non sull’azione in sé. “Perché sono settimane che i giovani iraniani implorano l’aiuto di Trump”, dice Luigi Marattin, segretario del Partito liberaldemocratico. “E finora ci sono state tante parole, altrettante illusioni. E’ vero che gli Stati Uniti hanno concentrato una forza militare che non si vedeva dai tempi delle guerre in quella regione, ma vediamo come si svilupperanno i fatti”. C’è dunque da augurarsi un attacco energico e mirato, come si vocifera nelle ultime ore? “I rischi sono quelli associati a un qualsiasi intervento militare: anche quelli che ex-post sono considerati salvifici, come quello anglo-americano che ci liberò dal nazifascismo”. Il centrosinistra italiano non la pensa esattamente così. Su diversi fronti, da Teheran a Gaza passando per l’Ucraina. “Noi non usiamo certi argomenti per guadagnare punti nei sondaggi”.

 

Partiamo dall’Iran, allora. “I benefici di un intervento americano sono superiori ai rischi”, spiega al Foglio il deputato. “Innanzitutto, si libererebbe un popolo di 92 milioni di persone che da anni sta chiedendo di poter vivere in pace, libertà e democrazia contro un regime teocratico e criminale che ha ucciso, torturato e imprigionato decine di migliaia di giovani. In secondo luogo, un Iran libero e democratico cambierebbe per sempre il medio oriente, con benefici sulla stabilità del mondo intero”. Fino a Kyiv e alla linea del fronte in Europa. “Ovviamente. L’Iran è tra i principali fornitori di droni alla Russia: tagliare quei rifornimenti di armi può contribuire a cambiare i rapporti di forza in quel conflitto. Certo, a condizione di armare la resistenza ucraina, come l’Europa deve continuare a fare. In questo senso abbiamo appurato di non poter contare sugli Stati Uniti: purtroppo vedo Trump sempre ben disposto nei confronti di Putin. E non intravedo alcuna svolta in questo atteggiamento. L’Unione europea sta supplendo a questa mancanza, almeno in parte. Però possiamo fare di più”. Cioè? “Per essere un attore credibile nella politica internazionale, fin dai tempi degli uomini delle caverne, occorrono tre cose”, continua Marattin. “Essere forti militarmente, essere forti nell’innovazione, essere forti economicamente. L’Unione europea al momento non è nessuno dei tre. Forte economicamente lo può diventare se unisce davvero i mercati, come il rapporto Draghi sintetizza meglio di chiunque altro. Forte nell’innovazione lo può diventare se abbandona la postura dirigista e statalista e si apre davvero al mercato. Forte militarmente lo può essere se costruisce autonomamente il pilastro europeo della Nato. Lo ripete da tempo anche il nostro Responsabile Difesa, il generale Pietro Serino”.

 

Eppure l’Italia indugia, e gran parte dell’opposizione ancora di più. L’Ucraina è un esempio macroscopico, ma anche le posizioni sul medio oriente sono paradigmatiche dell’inazione: in merito al Board of Peace per Gaza, lo sperimentale meccanismo diplomatico voluto da Trump, Pd e M5s hanno parlato di “farsa grottesca, la presenza del nostro Paese non è sintomo di alleanza ma di subordinazione”. E anche Azione in questo caso è sulla stessa linea, accusando il governo di aver commesso un grave errore. Il Partito liberaldemocratico è l’unico, in campo progressista, a pensarla diversamente. “Mi sono convinto che nessuno abbia letto la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 17 novembre scorso”, sottolinea Marattin. “Non che mi stupisca eh, ormai in politica nessuno legge più niente. Lì però c’è scritto che il Board of Peace ha la piena legittimazione dell’Onu limitatamente alla questione Gaza. E non per sempre, ma solo per i prossimi due anni. Il Piano di Pace che a ottobre ha posto fine a un biennio di guerra, infatti, prevede uno sforzo congiunto di decine di paesi, a cominciare da quelli arabi e con in prima fila l’Italia. Uno sforzo multilaterale diretto a disarmare Hamas, ricostruire la Striscia di Gaza – dalla rimozione delle macerie all’addestramento della polizia palestinese, dalla costruzione di abitazioni ai servizi pubblici locali –, rendere operativo il comitato tecnico di 12 palestinesi che si occuperà dell’ordinaria amministrazione di Gaza, e creare le condizioni affinché – alla scadenza dei due anni – sia davvero percorribile la soluzione dei ‘due popoli, due Stati’. Tutto questo ha la completa e totale legittimazione dell’Onu”. Insomma, ribatte Marattin, è facile rifugiarsi dietro gli slogan senza impegnarsi in un piano concreto che preceda la pace duratura. “A noi del Partito liberaldemocratico il Board of Peace non piace”, puntualizza, “e ci opporremmo con forza a qualsiasi tentativo di renderlo uno strumento universale e permanente. Ma qui si sta parlando di Gaza. E questo piano, battezzato dall’Onu, è l’unica speranza di evitare una nuova guerra. Perché se Hamas non viene disarmata, nel giro di pochi mesi Israele ritorna sulla Striscia a finire il lavoro. Sa cosa penso? Che molti, in realtà, sotto sotto sperino proprio questo”. Prego? “E’ così: soprattutto in Italia percepisco una certa nostalgia delle manifestazioni, della strumentalizzazione del dolore dei palestinesi. Ecco: a noi invece di quel popolo – e del suo diritto a vivere libero dalla schiavitù del terrore di Hamas – importa veramente. Lo stesso vale per gli iraniani: troppo comodo solidarizzare a parole, sperando che la situazione si risolva da sé”. La realtà oggi è Trump. E con questa bisogna fare i conti.