Ansa
La crisi
La bancarotta idrica di Teheran ha un impatto su resistenza e nucleare
In Iran quest’anno non ha piovuto dall’arrivo dell’autunno. E le precipitazioni nel 2024 e nel 2025 sono state del 40 per cento in meno rispetto ai dati degli ultimi sei decenni. Il presidente Pezeshkian: "Se non pioverà, anche se la razioniamo, finiremo l’acqua e dovremo evacuare la capitale"
Se entro la fine dell’anno non piove, i 10 milioni di abitanti della capitale iraniana Teheran dovranno essere evacuati. E’ stato lo stesso presidente Masoud Pezeshkian a lanciare l’avvertimento in un discorso alla tv di stato, preannunciando che comunque, sempre se non piove, un razionamento dovrà iniziare già tra fine novembre e inizio dicembre. “Se non pioverà per allora, anche se la razioniamo, finiremo l’acqua e dovremo evacuare Teheran”, ha aggiunto. Sabato, sempre alla tv di stato, il ministro dell’Energia Abbas Aliabadi ha comunicato che prevede già interruzioni periodiche della fornitura. “Eviterà sprechi, anche se potrà causare qualche disagio”. Diversi media segnalano che interruzioni notturne sarebbero già in corso. E’ iniziata in Iran la siccità più grave da almeno un secolo, e immagini impressionanti mostrano completamente asciutto il lago di Urmia, il più grande lago interno del paese.
“Se riusciremo a ridurre l’attuale consumo idrico di circa il 20 per cento, sarà possibile superare queste condizioni di siccità a lungo termine”, è la precisazione perfino ottimista che ha fatto all’agenzia di stampa Tasnim il direttore dell’Istituto iraniano di ricerca sull’acqua Mohammad Reza Kavianpour, che ha pure ricordato: storicamente ottobre e novembre hanno visto precipitazioni di 60 millimetri nella capitale iraniana. Quest’anno, però non ha piovuto dall’arrivo dell’autunno, e le precipitazioni nel 2024 e nel 2025 sono state del 40 per cento in meno rispetto ai dati degli ultimi sei decenni, e del 77 per cento in meno rispetto alla media storica. I bacini idrici sono a un terzo della loro capacità, le previsioni meteo indicano che non è prevista pioggia a Teheran fino alla fine dell’autunno, e lo stesso vale per 19 delle 31 province iraniane. Se il problema è di tutto l’Iran, la megalopoli di Teheran è però particolarmente vulnerabile, e il direttore dell’azienda idrica regionale Behzad Parsa aveva già avvertito la scorsa settimana i media statali di come il principale bacino idrico che la rifornisce avesse ormai acqua sufficiente solo per due settimane. Secondo l’Associated Press, delle cinque grandi dighe che riforniscono la capitale una si è già prosciugata e un’altra funziona a meno dell’8 per cento della sua capacità.
Non è solo un problema di approvvigionamento idrico, visto che anche una gran parte dell’energia usata è di origine idroelettrica. E’ una “bancarotta idrica” che secondo vari analisti non potrà non indebolire il regime e il suo programma nucleare. Kaveh Madani, direttore dell’Istituto universitario delle Nazioni Unite per l’acqua, l’ambiente e la salute, in una intervista a Fox News Digital ha spiegato che ciò non potrà non compromettere la posizione dell’Iran sulla scena mondiale. “Se vogliono mantenere la loro ideologia e combattere l’occidente, devono esaurire le loro risorse naturali e bruciarle, quindi se non c’è acqua, c’è meno resistenza e meno capacità di resistere”. “La bancarotta idrica è risultato di decenni di cattiva gestione, aggravata dalla prolungata siccità e dai cambiamenti climatici”, ha aggiunto. “La casa era già in fiamme e persone come me avvertivano il governo da anni che questa situazione si sarebbe verificata. I sintomi erano già presenti e ora le fiamme sono innegabili. Stiamo parlando del Giorno Zero, quando i rubinetti si prosciugheranno a Teheran e in altre città precedentemente immuni alla scarsità d’acqua. Se la carenza di acqua ed elettricità persiste, anche qualsiasi programma nucleare ne risentirà”.
Va ricordato che il 44enne Madani è un cittadino iraniano, ha avuto incarichi ufficiali e, a un certo punto, il suo nome era apparso nelle liste dei possibili ministri dell’ex presidente Rouhani. Madani era anzi tornato in patria dopo gli studi e una carriera accademica tra Stati Uniti, Svezia e Regno Unito, ed era stato celebrato come un esempio della capacità di Rouhani di far tornare gli espatriati.
L'editoriale dell'Elefantino