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Lo scenario

Il calcolo di Erdogan ha dato un contributo decisivo ai negoziati su Gaza 

Stefano Mazzola

L’accordo sancisce l’ascesa del tandem Turchia-Qatar e il ritorno dell’Egitto tra i protagonisti della diplomazia regionale. La leadership turca continua a espandere la propria influenza nella regione, facendo leva su due elementi: abilità diplomatica e potenza militare

Nella foto simbolo del vertice negoziale a Sharm el Sheikh, un uomo in giacca e cravatta sorride dietro Steve Witkoff, l’inviato speciale degli Stati Uniti in medio oriente. E’ Ibrahim Kalin, capo del servizio di intelligence turco, il Mit. Sin dalle prime fasi del conflitto, la Turchia si era distinta per la sua linea fortemente critica verso l’operazione militare israeliana e per la condanna del governo di Benjamin Netanyahu. Già a fine agosto erano però emerse tracce di un intervento più deciso di Ankara nei negoziati, con l’obiettivo non nascosto di rafforzare la propria centralità nella regione e proporsi come interlocutore credibile per Donald Trump nel percorso verso la pace. In questo quadro, a pesare è soprattutto la convergenza di interessi tra turchi e americani in Siria e la partita degli F-35, che il presidente Recep Tayyip Erdogan ha chiesto di sbloccare nel corso della recente visita alla Casa Bianca.  

 

A riprova del fondamentale ruolo di mediazione svolto dalla diplomazia turca nell’accordo sulle rive del Mar Rosso, nel post con cui Donald Trump ha annunciato la firma, la Turchia, insieme con Qatar ed Egitto, è stata ringraziata per “aver collaborato con noi per rendere possibile questo evento storico e senza precedenti”. Ankara ha fatto ciò che da tempo molti si aspettavano, utilizzando la propria influenza su Hamas per orientare il gruppo verso l’accettazione dell’intesa. Assieme al Qatar, la Turchia è tra i principali sostenitori di Hamas, di cui ospita dirigenti e uffici. Poche ore prima della firma, Erdogan aveva rivelato che Trump gli aveva chiesto personalmente di fare pressione sui vertici del movimento. Resta da vedere in che modo sia Ankara sia Doha decideranno di affrontare in futuro la questione legata alla possibile espulsione degli alti funzionari di Hamas dalle proprie capitali. Con l’indebolimento dell’ala militare a Gaza, più vicina a Teheran, la leadership politica di Hamas all’estero, sostenuta da Turchia e Qatar, ha assunto un ruolo prevalente nei negoziati, spingendo il movimento verso posizioni più concilianti. Tuttavia, la vicinanza del gruppo all’Iran, emersa con il 7 ottobre, non è stata dimenticata e continua a generare diffidenze tra gli stessi sponsor regionali. 

 

Ieri, alti funzionari turchi hanno annunciato inoltre che la Turchia prenderà parte a una task force, insieme a Israele, Stati Uniti, Qatar ed Egitto, che sarà istituita per localizzare i corpi degli ostaggi morti a Gaza la cui ubicazione rimane sconosciuta. Secondo fonti del Foglio, Ankara avrebbe voluto spingersi anche oltre, cercando di ottenere un ruolo operativo sul terreno per garantire la sicurezza durante la fase transitoria che sta per cominciare. Una possibilità che né Israele né gli altri attori regionali hanno però accettato. Per i paesi arabi, in particolare gli Emirati e l’Arabia Saudita, il dispiegamento dei militari turchi nella Striscia altererebbe i già fragili equilibri regionali.

 

L’accordo sancisce l’ascesa del tandem Turchia-Qatar e il ritorno dell’Egitto tra i protagonisti della diplomazia regionale. La leadership turca continua a espandere la propria influenza nella regione, facendo leva su due elementi: abilità diplomatica e potenza militare. Gaza rappresenta infatti solo uno dei dossier attraverso cui Ankara punta a consolidare il proprio prestigio internazionale e a proiettare influenza lungo tutto il Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Il successo diplomatico di Sharm el Sheikh ne conferma inoltre il ruolo di potenza in ascesa, capace di mantenere una politica estera autonoma ma non necessariamente in contrasto con gli interessi occidentali, Italia compresa. Nel grande gioco della competizione globale, Washington ha capito che Ankara è un alleato che non può perdere. 

 

Le tensioni con Israele restano però un elemento strutturale del quadro regionale e rischiano di condizionare i rapporti con gli Stati Uniti, ma qui Israele gode di un vantaggio strategico. Erdogan ha saputo sfruttare l’operazione Flotilla per rafforzare il proprio soft power, accogliendo i flotilleros a Istanbul e favorendone il rimpatrio. Se il dossier Gaza dovesse chiudersi, la vera partita si sposterebbe in Siria, dove la definizione delle rispettive sfere d’influenza determinerà gli equilibri regionali dei prossimi anni. Israele teme l’espansione dell’influenza turca a ridosso del Golan, mentre la Turchia non intende lasciare campo libero allo stato ebraico nel plasmare l’assetto del medio oriente.