Sisi tiene Rafah sigillata: fra i timori di un'invasione e quelli della piazza

Se c'è una cosa che il presidente egiziano teme è che la rabbia per Gaza e la crisi economica in Egitto diventino una cosa sola
15 DIC 23
Ultimo aggiornamento: 05:00
Immagine di Sisi tiene Rafah sigillata: fra i timori di un'invasione e quelli della piazza

Un manifesto elettorale di al Sisi al Cairo (foto LaPresse)

Per la prima volta, le piazze egiziane non sono l’epicentro delle proteste anti israeliane nel mondo arabo. Il presidente Abdel Fattah al Sisi va verso il terzo mandato dopo il voto che si è concluso martedì – si parla di un plebiscitario 80 per cento dei consensi – ma naviga a vista. La crisi economica del più popoloso paese del medio oriente alimenta a sua volta la debolezza diplomatica del Cairo, lasciata lontana dalle tappe dei viaggi compiuti dai veri negoziatori della guerra a Gaza. Ieri, il consigliere per la Sicurezza nazionale americana, Jake Sullivan, è arrivato in Israele per una serie di bilaterali dopo una tappa in Arabia Saudita. Per lui, non è previsto alcuno scalo in Egitto. La prossima settimana sarà la volta del segretario alla Difesa Lloyd Austin, che oltre a Israele visiterà Qatar e Bahrein. Anche il suo aereo sorvolerà il Cairo e passerà oltre.
Ed è qui che si inserisce il secondo pericolo per al Sisi, quello che riguarda le piazze egiziane, dove i terroristi di Gaza sono considerati gli unici rimasti a difendere la causa palestinese. Per al Sisi, gestire e dosare la rabbia contro Israele è questione delicata. La crisi economica è tale da aver costretto il presidente ad anticipare le elezioni, inizialmente previste nel 2024, in modo da rendere più indolore possibile l’imminente ed essenziale svalutazione della lira. In questi giorni è in corso una grave crisi dello zucchero che è diventata emblematica dello stato drammatico in cui versa il paese. L’aumento del 275 per cento del prezzo di un chilo di zucchero, ormai introvabile, colpisce gli egiziani nella loro quotidianità, scandita da continui bicchieri di tè iper zuccherati. Il governo sta provando a ridurne la domanda con campagne mediatiche che avvertono dei pericoli causati da una dieta iperglicemica. Difficile che basti a placare il malumore generale, già alimentato dalla crisi del grano, che si teme possa trovare sfogo nelle piazze anti israeliane. Il 20 ottobre, una manifestazione spontanea in solidarietà con i palestinesi si è avvicinata pericolosamente a piazza Tahrir. Non succedeva dalla primavera araba e l’esercito è intervenuto per disperdere la folla dal luogo simbolo della ribellione alla dittatura. Al Sisi ha provato ad addomesticare le manifestazioni filopalestinesi organizzandone altre autorizzate in luoghi chiusi e controllabili, come gli stadi. Ma sa per esperienza fin dove può spingersi la rabbia degli egiziani.
E lo sanno anche americani, europei e monarchie del Golfo, che ora si sbracciano per dare aiuto al Cairo, pur di mantenere lo status quo. Dopo il 7 ottobre, l’Fmi si è detto disponibile ad aumentare il prestito ad al Sisi aumentandolo da 3 a 5 miliardi di dollari e promettendo più indulgenza sulle privatizzazioni, che fino a pochi mesi fa erano invece considerate fondamentali. L’Ue ha allo studio un accordo bilaterale: soldi e investimenti in cambio di più sforzi sul capitolo migranti. Anche Emirati e Arabia Saudita sono pronti a venire in soccorso, dopo le titubanze di qualche tempo fa. Una manna. Se l’avessero raccontato ad al Sisi prima del 7 ottobre, lui per primo difficilmente ci avrebbe creduto.