Il dissenso contro Xi prende forma a Pechino, che preferisce l'autocensura

Un "guerriero coraggioso" cala due striscioni da un ponte nel quartiere universitario della capitale. La crepa prima del Congresso
14 OTT 22
Ultimo aggiornamento: 04:25
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Ieri sul ponte Sitong di Haidian, il quartiere universitario situato a nord ovest di Pechino, sono apparsi due striscioni accompagnati da un piccolo e fumoso fuoco e un megafono. I messaggi, a caratteri rossi, recitavano: “Non vogliamo i test Covid, vogliamo mangiare. Non vogliamo i lockdown, vogliamo libertà. Non vogliamo bugie, vogliamo dignità. Non vogliamo rivoluzione culturale, vogliamo riforme. Non vogliamo leader, vogliamo il voto. Non vogliamo essere schiavi, vogliamo essere cittadini”, e il secondo, ancora più esplicito: “Studenti, lavoratori, scioperate per rimuovere il dispotico traditore nazionale Xi Jinping”.
Nonostante sia stato “solo” un singolo episodio, proteste pubbliche come quella di ieri sera sono straordinariamente rare in Cina. Figurarsi a due giorni dal Congresso del Partito comunista cinese, che si svolgerà a pochi chilometri dal ponte dove sono comparsi gli striscioni, quando la città diventa una “fortezza” per rappresentare unità e limitare qualsiasi segno di dissenso. In questo senso, ieri il Partito ha fallito, lasciando trapelare la frustrazione e l’insoddisfazione di molti nei confronti di Xi e della politica Zero Covid. Dopo la protesta, si è azionata la macchina della censura su qualsiasi cosa potesse riguardare l’accaduto: sono scomparsi gli hashtag “ponte Sitong”, “Haidian”, “guerriero”, “uomo coraggioso”, persino la parola “Pechino”. Piuttosto che mostrare la crepa, Pechino ha preferito autocensurarsi.