Come funziona la guerra asimmetrica della Cina contro Taiwan

Giulia Pompili

La zona grigia del conflitto che Pechino usa contro Taipei (e il resto del mondo). Intervista a Ou Si-fu, research fellow all’Istituto di ricerca per la Difesa nazionale e di sicurezza di Taiwan

Il clima di tensione tra Cina e America su Taiwan è aumentato dopo la visita della Speaker americana Nancy Pelosi e lo show di forza cinese, ma già da tempo ormai, il Pacifico si mantiene in equilibrio con la strategia della deterrenza. Le operazioni di libertà di navigazione nel quadrante asiatico, compiute periodicamente dalla coalizione occidentale, non sono che una misura per limitare le azioni coercitive cinesi. Allo stesso tempo, gli stand-off di Pechino contro il Giappone sulle isole contese Senkaku, le esercitazioni militari congiunte con la Russia, sono parte di questo gioco di potere in cui le potenze militari si misurano e mostrano le loro capacità. Ciò che è cambiato adesso, però, con la Cina sempre più aggressiva anche militarmente, è che sarà sempre più difficile per Taiwan dissuadere Pechino da un attacco armato contro l’isola de facto indipendente, perché c’è stato un salto di qualità nel modo in cui la Cina conduce la sua campagna per quella che considera “l’inevitabile riunificazione”. Non solo: quello che fa Pechino con Taiwan dovrebbe essere studiato anche fuori dai confini dei paesi direttamente interessati, perché mostra come le capacità cinesi di affrontare un conflitto siano molto superiori di quanto pensiamo. 

 


“L’espressione ‘guerra asimmetrica’ è spesso usata per descrivere la situazione in cui un avversario può trarre vantaggio dai punti di forza o dalle debolezze dell’avversario”, spiega al Foglio Ou Si-fu, research fellow all’Istituto di ricerca per la Difesa nazionale e di sicurezza di Taiwan, un think tank affiliato al ministero della Difesa di Taipei. “Lo Stato maggiore degli Stati Uniti ha definito la guerra asimmetrica ‘un tentativo di aggirare o minare i punti di forza di un avversario, sfruttando al contempo le sue debolezze, utilizzando metodi che differiscono significativamente dal modo abituale di operare dell’avversario’”. La Repubblica popolare cinese è diventata maestra in questo campo. “In passato, il vantaggio dell’Esercito popolare di liberazione cinese era quello di avere un numero massiccio di missili balistici superficie-superficie a corto raggio, della serie Dong Feng, che mirano direttamente ai posti di comando taiwanesi, ai suoi sistemi di comunicazione, alle forze aeree e alle basi navali, alle sue infrastrutture strategiche”. Adesso, dice Ou Si-fu – esperto di guerra asimmetrica – “ci sono oltre 1.500 missili Dong Feng-11/15/16 capaci di condurre una campagna di decapitazione delle istituzioni di Taipei con sistemi sempre più precisi e letali”. Ma non ci sono soltanto i missili: “I soldati informatici dell’Esercito cinese e le milizie a esso affiliate cercano quotidianamente di introdursi nei sistemi di rete delle nostre infrastrutture civili e governative per condurre attività di spionaggio, furto di segreti e persino sabotaggio”. E’ una zona grigia di un conflitto asimmetrico che va avanti già da tempo: “La cosa peggiore”, dice Ou, “è che la Cina mette in campo tattiche per tormentare Taiwan”.

 

Tra queste,  la coercizione militare, economica e psicologica. “Le Forze armate cinesi inviano caccia e navi da guerra oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan e a invadere la nostra Zona di identificazione di difesa aerea a sud-ovest. Dopo la visita della speaker Pelosi a Taiwan, l’Esercito di liberazione ha condotto una serie di esercitazioni lanciando missili, bloccando passaggi aerei e marittimi, mostrando sbarchi anfibi”, tutto, spiega Ou, con l’obiettivo di “intimidire il popolo taiwanese”. E’ la più classica della strategia della deterrenza: ti mostro cosa posso fare in modo che, se vorrai ancora una volta stringere legami istituzionali con l’America, ci penserai due volte. Per colpire il settore economico “Pechino ha vietato i nostri prodotti agricoli, ittici e alimentari per danneggiare i nostri agricoltori, pescatori e dipendenti del settore alimentare”. E poi c’è la guerra psicologica: “La Cina fa appello ai cittadini pro Pechino e cerca di dividere la società taiwanese, anche se”, dice il ricercatore taiwanese, “questo ha causato effetti controproducenti. Secondo l’ultimo sondaggio del Centro studi elettorali della National University of Governance di Taipei, nella prima metà del 2022 solo l’1,3 per cento degli intervistati desidera l’unificazione con la Cina continentale “il prima possibile”. “Mi sembra che il rischio di una guerra tra i due lati dello Stretto di Taiwan non sia elevato”, conclude Ou, “ma Pechino sta continuando e continuerà a svolgere questo tipo di attività nelle zone grigie per molestare e provocare Taiwan, costruendo una nuova normalità”.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.